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lunedì 22 maggio 2023

Lou Reed - “Berlin”, commento di Gianni Sapia e guida all'ascolto

 


Lou Reed - “Berlin”

RCA

1973

Commento di Gianni Sapia


La prima volta non si scorda mai” è una frase con scarsa attinenza alla realtà. Sembra più un detto popolare, un proverbio, qualcosa come “rosso di sera bel tempo si spera”, o “cielo a pecorelle, acqua a catinelle”. Più che delle prime volte, ci ricordiamo di quelle volte che hanno avuto un particolare impatto su cuore, stomaco e cervello e, va da sé, le prime sono quelle che più delle altre hanno le caratteristiche perché questo avvenga. Il primo giorno di scuola, il primo bacio, il primo amore, il primo libro, il primo disco, la prima volta in discoteca da soli, il primo motorino, nel mio caso anche la prima melanzana alla parmigiana. Ma ci sono anche tante seconde, terze, quarte, decime volte, che ci rimangono dentro, indimenticabili, così come ci sono tante prime che, invece, passano senza lasciare luce nella nebbia dei nostri ricordi. Ma la prima volta che ho ascoltato “Berlin di Lou Reed me la ricordo bene, forse troppo bene per pensare che tutto sia andato realmente così. Può essere che col tempo l'abbia un po' colorata, edulcorata, romanzata, forse addirittura mitizzata, ma non farò mai lo sforzo di scarnificarla, perché “Berlin” merita, anzi, ha bisogno di essere ultra; si nutre dell'inquietudine che ti trasmette, piccona il muro delle tue certezze, affinché il dubbio si possa insinuare tra le crepe, è antigravitazionale, ti bacia sulla bocca dopo averti preso a schiaffi, delle regole non sa che farsene, dei sorrisi di facciata tantomeno. È un disco senza razza né religione, è un disco che odora di sangue e primavera, epidermico e viscerale. È un disco che Lou Reed ha voluto a tutti i costi, perché in quel momento aveva bisogno di mettere il suo malessere interiore sulla ribalta. Una delle rare volte in cui Reed scese a compromessi con la casa discografica, che non voleva saperne di quell'album così... particolare, soprattutto se rapportato al precedente, quel “Transformer” che aveva definitivamente collocato Lou tra i grandi della musica. Promise, infatti, che se gli avessero pubblicato il suo “Berlin”, si sarebbe impegnato a fare un altro disco, per così dire, commerciale e uno live. Videro così la luce quel “Sally Can't Dance” che Lou mai amò e quella splendente meraviglia di “Rock'n'Roll Animal”, reso folgorante, tra le altre cose, dalla chitarra di quell'animale a sei corde di Steve Hunter, presente anche in “Berlin”, assieme a gente come Steve Winwood, Jack Bruce e Bob Ezrin.

Nato come concept album, ne perde un po' le caratteristiche a causa dei tagli imposti dalla casa discografica e di una narrazione forse un po' esile e frammentaria... ma chi se ne frega! Quando, per la prima volta, ho appoggiato delicatamente la puntina tra i solchi del vinile, non avevo idea di cosa fosse un concept album, di chi fosse Steve Hunter e tantomeno Bob Ezrin... ma chi se ne frega! Avevo diciott'anni e un giorno. Mi alzo dal letto tardi, molto tardi, tra gli improperi di mio padre, ancora scombussolato, per così dire, dagli strascichi della festa del giorno prima. Ero un adolescente difficile. Guardo sulla scrivania e vedo il disco che mi ha regalato mio cugino. Mio cugino mi aveva fatto scoprire gli Eagles e i Deep Purple, tra gli altri. Lo metto su, meccanicamente e con una certa fatica, poi torno a sdraiarmi sul letto. Lo sconclusionato happy birthday iniziale mi strappa un sorriso appena accennato e apre le porte all'immedesimazione e passata la soglia sono dentro la magia. Il pianoforte mi graffia di malinconia e rimpianti, mentre le pareti della mia stanza si allontanano fino a dissolversi, lasciando spazio a porta di Brandeburgo, Kurfürstendamm e Muro. Ci sono dentro, manco fossi Jim, o Caroline. La Berlino di quegli anni è perfetta per la storia tossica, schizofrenica, cupa e malinconica che Reed mi racconta. Lo fa come solo lui lo sa fare, con raffinatezza musicale e stridore verbale, proponendosi come eccezione quando penso che il testo di una canzone sia la cosa meno importante, che quando hai un buon riff, poi sopra ci puoi mettere cosa vuoi e la canzone funzionerà. Mozart e Beethoven non scrivevano testi. Ma Lou no, lui, fin dai tempi dei Velvet Underground, ti sorprende tanto coi suoi testi, quanto con la musica e in “Berlin” raggiunge la sua sublimazione. Sono testi crudi, diretti, storie di vita di chi vive ai margini. Chiudo gli occhi e lascio che il pianoforte mi strappi via dal corpo. Mi vedo, sdraiato sul letto, occhi chiusi. “Cazzo! Mi sa che sono morto”, mi ritrovo a pensare con inaspettata pacatezza. È una bella sensazione però, la musica continua a scorrermi nelle vene e tutto è piacevole. Se questo è morire non è tanto male. La title track, qui resa malinconica e straziante, fumosa e retrò, che sa di rimpianto rispetto alla versione presente nel primo lavoro da solista di Reed, rende bene quella che sarà l'atmosfera di tutto l'album. Con gli occhi stropicciati entro in quello che può essere considerato un omaggio che Lou fa a Billie Holiday con Lady Day. È evidente, oltreché calzante. Pensate alla vita di Billie, pensate a Strange Fruit. She had to go in and sing / it had to be that way / And I said no, no, no / oh, Lady Day / And I said no, no, no / oh, Lady Day”. Anche una parte di me vorrebbe dire no, no, no e rientrare nel corpo, ma non è ancora tempo e non importa se il cuore rallenta e poi schizza senza mai tenere un ritmo costante, perché è ancora tempo di volare, sorretto da note antigravitazionali e di verità spiaccicate, come cemento lanciato dalla cazzuola. Man of Good Fortune è una cazzo di canzone che non lascia auspicio al resto. È una meraviglia in tutte le sue parti, non ha punti deboli. Non dà speranze, non illude, ti dice com'è che è e ora mi suona nella testa, suona ancora e non ho speranza né di odiare il ricco, né di compiangere il povero, è così, tutto lì: “And me, I just don’t care at all”. Inizio ad avere un po' di paura. Il mio corpo è ancora lì, immobile e il sorriso che vedo stampato sulla mia faccia non mi rassicura. O forse sì. Nel continuo crescere di Caroline Says I, della “German Queen”, c'è molto dei conflitti presenti in Berlin, perché se la musica potrebbe quasi essere adatta per un musical di Broadway, Reed continua a sputare sui protagonisti, su sé stesso, senza rimorsi. Un imbecille che non può fare a meno di vedere in lei la sua germanica Regina, per quanto meschina sia lei, per quanto smidollato sia lui. “Una bella coppietta” riesco a pensare, mentre continuo a fluttuare nella mia stanza ormai senza barriere. Intorno a me mille orizzonti. Ne scelgo uno, forse due, tre, spinto dal rock che soffia in How Do You Think It Feels. Più vado avanti nell'ascolto, più mi rendo conto del lavoro fatto da Lou. È qualcosa di indivisibile, non frazionabile, qualcosa che ha senso nella sua interezza, senza niente da aggiungere, niente da levare. Forse mancano quelle parti di raccordo che Lou aveva previsto tra un brano e l'altro, ma che la casa discografica ha sciaguratamente deciso di tagliare per rendere l'album, per così dire, più fruibile. Non lo sapremo mai. Tutto quanto di tossico e aggressivo c'è in “How Do You Think It Feels” mi sgambetta e mi fa cadere in un vuoto che sembra non finire mai, amplificato da Oh Jim, canzone imbottita di pillole e d'odio, violenta, scellerata, viscerale. Bella. Mi sono perso. Ho perso la via, sopraffatto da musica e parole che non mi aspettavo, malgrado tutto, che nessuno si aspettava, malgrado niente. Non volo più, credo di essere in piedi su qualcosa, ma c'è troppo vuoto per capire cosa. È il vuoto della mia esistenza, della tua, della vostra, di tutti. C'è quiete ora, quella quiete, quella dopo la tempesta, c'è Caroline che ancora dice. C'è freddo. Riflessioni su cosa non dovrebbe essere, senza sapere cosa dovrebbe essere. In questa canzone Reed è estremamente chiaro nella pronuncia delle parole, non ne sfuma una, quasi come se volesse essere sicuro che lui stesso capisca, sembra cantarla per sé stesso. Sembra spiegarla a sé stesso. Qualcosa o qualcuno mi spinge alle spalle e inizio a viaggiare come in uno spazio senz'aria, come nell'universo, pianeta senza orbita, meteorite solitario, finché non mi infrango sul pianto dei Kids strappati alla madre. Lou Reed è senz'altro il più grande cronista delle miserie umane che il mondo abbia conosciuto e il pianto dei bambini che ti graffia le guance, solo lui poteva metterlo in un disco. Mi inginocchio e nascondo la faccia tra le mani. Cerco di piangere anch'io e le lacrime si mescolano al sangue e le mani si sporcano di lacrime e sangue. Non so più dove sono, non so più chi sono, non so più se ne valga la pena. In balia di Lou Reed e del suo genio concreto. Ci sono, sono nel posto, this is the place. The bed è un pezzo ipnotico, impensabile, un pezzo che solo Lui poteva avere il fegato di scrivere e cantare. Immagini e frammenti del passato che ritornano con tutta la loro franchezza, piene di rimpianti, raccontate col solito distacco del cronista che Lo contraddistingue, senza tristezza, come ammette lui stesso, ma con... what a feeling. La dolcezza impressa nell'introduzione di Sad Song mi prende per mano e mi accompagna verso quel corpo, il mio corpo, che ancora giace sul letto, senza apparenza di vita. Devo smetterla di perdere tempo, potrebbe essere troppo tardi. Devo rientrare. Ieri ho compiuto diciott'anni appena, è presto per morire. Apro gli occhi. Sono di nuovo qui, sudato, col cuore che sembra voler frantumare le costole, sul letto, nella mia stanza, anche se Lou cerca di attirarmi ancora a sé con la sua infinita sad song, sad song, sad song, sad song, sad song, sad song... fino all'ultima nota. Silenzio. Sono morto, svenuto, resuscitato, ipnotizzato o chissà cos'altro. Non lo so, non lo voglio sapere, ma è stata l'esperienza più intensa della mia vita, questo lo so. So anche che solo un disco come Berlin poteva farmi provare queste sensazioni. Con Berlin, Lou Reed raggiunge la sublimazione di sé stesso, vomitandoci addosso quello che è e mai smetterà di essere, un capolavoro in ogni suo angolo. Con Berlin, Lou Reed ci apre le porte della sua grandezza. Lou Reed, un genio, uno che non aveva bisogno di mettere gli occhiali da sole per avere più carisma e sintomatico mistero. Grazie Lou.

 

Tracce:

Lato 1

Berlin – 3:23

Lady Day – 3:40

Men of Good Fortune – 4:37

Caroline Says I – 3:57

How Do You Think It Feels – 3:42

Oh, Jim – 5:13

Lato 2

Caroline Says II – 4:10

The Kids – 7:55

The Bed – 5:51

Sad Song – 6:55

 

Totale: 49:26

 

Formazione

Lou Reed - voce, chitarra acustica 

Altri musicisti

Michael Brecker - sassofono tenore

Randy Brecker – tromba

Jack Bruce – basso (eccetto Lady Day e The Kids)

Aynsley Dunbar – batteria (eccetto Lady Day e The Kids)

Bob Ezrin – pianoforte; mellotron

Steve Hunter – chitarra elettrica

Tony Levin – basso in The Kids

Allan Macmillan – pianoforte in Berlin

Gene Martynec – chitarra folk; sintetizzatore; basso in Lady Day; arrangiamento vocale in The Bed

Jon Pierson – trombone basso

Dick Wagner – chitarra elettrica; background vocals

Blue Weaver – pianoforte in Men of Good Fortune

B.J. Wilson – batteria in Lady Day e The Kids

Steve Winwood – organo; harmonium

Bob Ezrin, Dennis Ferrante, Steve Hyden, Elizabeth March, Lou Reed, Dick Wagner – coro



domenica 21 maggio 2023

Qualche immagine antica di Peter Gabriel (& Friends), in Italia in questi giorni


In occasione del tour italiano di Peter Gabriel, un piccolo cadeaux ai "vecchi fans" Newcastle 1977 
 Wazza














 

WITCHFIELD - “3”, commento di Andrea Pintelli


WITCHFIELD - “3”

(Black Widow Records) 

Commento di Andrea Pintelli 

 

Altro jolly rilasciato dalla gloriosa Black Widow Records, inesauribile nel proporre e pubblicare opere di gran pregio: ecco a voi il terzo disco dei Witchfiled, autori di un doom metal massiccio e senza fronzoli. La band è capitanata da Thomas Hand Chaste, musicista storico già collaboratore di Death SS, Paul Chain Violet Thetre, Paul Chain (come solista), Steve Sylvester (per citare i più noti) e tanti altri, coadiuvato dai fratelli Cardellino (Andrea alla chitarra e Giovanni alla voce) dell’Impero delle Ombre.

3” ha come protagonista lo strano Freaky, un ragazzo di città, problematico e schivo, che viene raccontato dai Witchfield partendo da Suicide, che rende noto fin da subito il suo stato d’animo. Chitarre in gran spolvero, il cui peso specifico sfiora quello dei buchi neri, e una voce accattivante a narrare le gesta di Freaky. La parte centrale, più riflessiva, fa da trampolino per il ritorno dell’heavy, ancor più della prima parte, con urla e lamenti a condire il tutto. Un nuovo classico del panorama doom metal. Si prosegue con The Return of the Wicked Messiah, cavalcata stile seventies di sicura presa, senza un attimo di respiro. Potente e grezza quanto basta per far sobbalzare dalla sedia anche i più puri rockers d’annata. Da sottolineare il gran lavoro all’intera sezione ritmica di Thomas, ottimo batterista ma anche dotato bassista. Si passa a Bruxa ed è ora chiaro che i Witchfield non vogliono chiudersi in un solo ambito, ma hanno spinta e fantasia e bravura per affrontare diversi generi. Il sapiente uso delle tastiere è lì a dimostrarlo. Ritmo rallentato, mirino puntato, centro beccato. Magical Mysterious Trip Thru the Stars è inventiva ad alti livelli, senza se e senza ma. Dominata da atmosfere space rock è un piccolo gioiello giocato su diverse gradazioni emotive. A volte si può volare anche chiudendo gli occhi, si dice; in questo caso basta “vivere” questa canzone, immergendosi in essa con buona parte di sé stessi. Il resto verrà. The Pandemic Enigma rialza il tiro, da paura. Nel bel mezzo del maledetto sconosciuto che taluni ci hanno regalato, affrontarlo con coraggio è stata l’unica soluzione per contrastarlo. Farsi troppe domande avrebbe portato alla depressione, da qui l’enigma. Un riff killer ci fa intendere quanto cazzuti bisogna essere per battere il nemico, anche se invisibile. I Feel Down Often offre uno spaccato di un certo modo di comporre musica heavy: non d’assalto come la precedente traccia, ma incentrata su malevole atmosfere care ai nostri. La parte più dark oriented del disco, un macigno di capacità e maestria di questo gruppo di valenti artisti. Si passa a Destiny of Homeless, sostanzioso brano very doom che fa alzare e agitare i pugni verso il cielo. Un marchio indelebile di questo progetto musicale. Jericho ha misura e armonia, ogni battuta è un tassello a formare un mosaico di autenticità rara. Sublimata da un assolo di chitarra che ha una melodia da applausi, ha nel lavoro tastieristico un surplus degno di nota. Ultima canzone proposta è They Live in the Holes of My Mind, cupa e tenebrosa, fa di questo album un lavoro da manuale, esportabile all’ennesima potenza. Chi non lo capisce, si accomodi per riflettere.

 

Tracklist (cliccare sul titolo per ascoltare)

1 – Suicide

2 – The Return of the Wicked Messiah

3 – Bruxa

4 – Magical Mysterious Trip Thru the Stars

5 – The Pandemic Enigma

6 – I Feel Down Often

7 –Destiny of Homeless

8 – Jericho

9 – They Live in the Holes of My Mind


Line-up:

Thomas Hand Chaste: drums, bass, keyboards

Andrea Cardellino: guitars

Giovanni “John Goldfinch” Cardellino: vocals

Raffaele De Innocentiis: cover art


 



mercoledì 17 maggio 2023

Motus Laevus – “Sifr”, di Alberto Sgarlato

 


Motus Laevus – “Sifr”

(Felmay Records, 2023) 

di Alberto Sgarlato


Il nome di Edmondo Romano è molto conosciuto in vari ambienti musicali in tutta la Liguria. Nel circuito del rock progressivo è stato tra i fondatori di due band tra le più importanti della “rinascita” del genere in Italia a fine anni ‘80, gli Eris Pluvia e gli Ancient Veil; inoltre ha collaborato con svariati artisti (tra cui Fabio Zuffanti in diversi progetti, primo fra tutti Hostsonaten). Nell’ambito del cantautorato ha spesso affiancato il compianto Vittorio De Scalzi, in duo o in un contesto di band. Grande collezionista di strumenti a fiato provenienti da tutto il mondo, spesso Romano tiene degli avvincenti “showcase” di etnomusicologia nei quali illustra alcuni pezzi della sua collezione, ne illustra le origini, la tecnica e il funzionamento ed esegue alcune musiche legate alle tradizioni alle quali questi strumenti appartengono. Infine, sotto le festività natalizie, non è raro incontrarlo in abiti tradizionali in giro per i “caruggi” degli antichi borghi liguri a tenere alta la nobile tradizione degli zampognari.

In questo nuovo progetto, denominato Motus Laevus, potremmo dire di essere nuovamente nel territorio dell’etnomusicologia, anche se questa etichetta è decisamente limitante e tra poco scopriremo perché.

La formazione si struttura come un trio; oltre al già citato Edmondo Romano (al sax soprano, clarinetti, chalumeau e fluier), troviamo la pianista, tastierista e cantante Tina Omerzo, che ha alle sue spalle una solidissima formazione accademica fatta di musica classica, contemporanea e le più ardite forme di avanguardia, sperimentazione e ricerca sonora; e infine, con un parco strumenti impressionante, Luca Falomi; questo artista ha esperienza nel jazz, nella musica afro-cubana, nella musica mediorientale, nel cantautorato e, tra le varie tracce di questo disco, si destreggia tra chitarre acustiche, elettriche, classica, a 12 corde, chitarra baritono e basso acustico.

Etnomusicologia, dunque, dicevamo. Sì e no, in quanto la tracklist dell’album comprende due soli brani popolari della tradizione macedone, intitolati Brala Jana Kapini e Jovano Jovanke. Completa il trittico di titoli non originali Longa Nihavend, del compositore turco Kemani Kevser Hanim (molto rivisitata). Tutto il restante materiale del disco è firmato dai tre strumentisti in combinazioni differenti, talvolta da uno di loro da solo, talvolta a quattro mani da due componenti su tre. La formazione, infine, è completata da due ospiti: Max Trabucco alla batteria e percussioni e Alessandro Turchet al contrabbasso.

Facciamo ora una breve riflessione sul titolo: “Sifr” in arabo significa “Zero”, o “vuoto”. Per estensione, gli antichi romani da Sifr mutuarono la loro parola “Zephirum”, un vento che nasce da una forma di energia quasi impalpabile, appunto un nulla, un vuoto, e cresce fino a farsi sentire. E da “Sifr” deriva anche la parola italiana “Cifra”: ecco, di nuovo un qualcosa che parte da zero ma diventa tangibile, che cresce fino a infinito.

E tutto quanto appena detto descrive perfettamente le coordinate dei nostri Motus Laevus: un sound che in maniera delicata, gentile, eterea, quasi impalpabile, cresce attimo dopo attimo, nota dopo nota, entra nel cuore dell’ascoltatore brano dopo brano. E in esso confluisce un tutto: c’è il jazz, il canto popolare, la tradizione balcanica, un tocco fusion, l’approccio accademico, una spruzzata di prog.

Anche questo loro secondo album, come il precedente intitolato “Y”, vede la produzione di due grandi artisti, compositori, arrangiatori e produttori, conosciuti nel mondo soprattutto per il loro importante lavoro nel mondo delle colonne sonore: Pivio e Aldo De Scalzi.

Trovare delle coordinate per descrivere la musica a parole spesso è difficile. Nel caso dei Motus Laevus è praticamente impossibile, visto lo sconfinato background musicale dei tre artisti in questione, che fanno confluire nell’amalgama generale tutte le loro influenze e il loro vissuto con gusto, sapienza ed elegante sobrietà.

Tutt’al più si possono lanciare qui e là degli indizi di massima, del tipo “se vi è piaciuto x, potreste apprezzare anche y”. 

E allora, pur ricordando che certi paragoni vanno raccolti col beneficio del dubbio, diciamo che se avete amato il jazz etnico degli Oregon guidati da Ralph Towner, se vi siete commossi per le melodie balcaniche di Jean-Marc Zelwer, al limite se vi siete lasciati suggestionare dalla etno-fusion dei primissimi Shadowfax (ma senza quella preponderante componente elettronica) potreste trovare nel sound dei Motus Laevus quello che fa per voi. Sottolineando ancora una volta che non si tratta di similitudini ma di un semplice “mood”, molto remoto, nel concepire la musica senza confini.


Tracklist (cliccare sul titolo per ascoltare)

1. Longa nihavend (Kemani Kevser Hanim)

2. Brala Jana kapini (Tradizionale macedone)

3. La tredicesima ora (Luca Falomi)

4. Misel vode (Tina Omerzo

5. Kucuk kus (Edmondo Romano)

6. Fondaco (Luca Falomi)

7. Taksim (Edmondo Romano, Tina Omerzo)

8. Jovano Jovanke (Tradizionale macedone)

Formazione:

Tina Omerzo: voce, pianoforte, tastiere

Edmondo Romano: sax soprano, clarinetti, chalumeau, fluier

Luca Falomi: chitarra acustica, classica, baritono, 12 corde, elettrica, basso acustico

Ospiti

Max Trabucco: batteria, percussioni

Alessandro Turchet: contrabbasso





martedì 16 maggio 2023

Silence Is Spoken-"11", commento di Fabio Rossi

Commento di Fabio Rossi 

Artista: Silence Is Spoken

Album: 11

Genere: Progressive Metal

Anno: 2022

Casa discografica: WormHoleDeath Records

Tracklist:

1.     A Good God
2. War ABC Song
3. 1984
4. Game Over
5. 1000 Petaled Lotus
6. Mud Bones Worms
7. 3Lateral Kingdom
8. Genesis 19/24
      

Line Up

Samuele Camiciottoli – lead vocals
Alessandro Curradi – bass, piano, synth, and backing vocals
Maurizio D’ario – lead guitar, backing vocals
Lorenzo Panchetti – drums, percussion, and synth

Formatisi nel 2006 tra Londra e Firenze, i Silence Is Spoken sono giunti alla terza fatica discografica intitolata 11, che segue cronologicamente Stuck Between Machines With Broken Gears (2007) e Silence Is Spoken (2012).

La band dimostra di aver raggiunto un livello di maturità artistica davvero elevato. L’album, infatti, è un’esplosiva miscela di progressive e metal con digressioni stoner, doom e psichedeliche. Spicca l’alto livello della registrazione che permette di godere pienamente della qualità compositiva delle otto tracce. I brani sono coerentemente collegati l’uno all’altro, al punto che si può parlare di un vero e proprio concept contraddistinto, peraltro, da liriche intelligenti e mai banali. Le tematiche vertono sulla coscienza e sulla crescita spirituale dell’uomo.  

L’accostamento ai Tool di Lateralus e 10.000 Days non è peregrino, visti i granitici riff di chitarra che permeano questo lavoro e l’atmosfera unica che riporta alla musica di Maynard James Keenan e compagni.

11 segna un significativo progresso rispetto alle due precedenti release e di certo eseguito dal vivo sarà ancora più potente rispetto a quello che si ascolta su disco. È la dimensione live quella dove i Silent Is Spoken danno il meglio di loro stessi, creando la giusta empatia con i loro fan.

Tornando a quest’opera, si percepiscono le influenze del passato (Soundgarden, Alice In Chains, Black Sabbath, Pink Floyd, Kyuss), ma la propensione è quella di ricercare soluzioni diversificate e, perché no, innovative.

Un obiettivo complicato da raggiungere e l’impegno profuso dalla band in questo senso è degno di plauso. Consigliatissimo.






lunedì 15 maggio 2023

MARCO BERNARD: "The boy who wouldn’t grow up", di Valentino Butti


MARCO BERNARD: The boy who wouldn’t grow up

Seacrest Oy-2023-Multinazionale

Di Valentino Butti

 

Dopo anni come responsabile dei numerosi “Colossus Project” (album a tema collegati alla fanzine finlandese omonima), e altrettanti come membro fondatore dei “Samurai of Prog”, nonché, ultimamente, collaboratore per gli album solisti di Kimmo Pörsti e di Rafael Pacha, finalmente il bassista italiano (da tempo residente in Finlandia) Marco Bernard decide di pubblicare un album a proprio nome. “The boy who wouldn’t grow up” è il titolo del lavoro appena pubblicato con la copertina curata sempre dal “fidato” Ed Unitsky.

“Il ragazzo che non voleva crescere” non è solo la storia di Peter Pan, ma, in fondo, pure quella di Bernard che, attraverso i suoi mille progetti, continua a coltivare i suoi sogni di gioventù. L’album, come tutti i precedenti che vedevano la presenza del bassista, si avvale dell’ormai consolidato team di collaboratori di alto livello che contribuiscono a confezionare i sette brani presenti. Eccezion fatta per “Ouverture”, musicata da Octavio Stampalia tutti gli altri pezzi sono stati composti da artisti italiani come Alessandro Di Benedetti (Inner Prospekt, Mad Crayon), Mimmo Ferri, Andrea Pavoni (Green Wall), Marco Grieco e Oliviero Lacagnina (Latte e Miele).

La presenza italiana è numerosa anche a livello esecutivo con, tra gli altri, Carmine Capasso (chitarra elettrica), Daniele Pomo e Riccardo Spilli (batteria) e Marco Vincini (Mr. Punch e G.O.L.E.M. alla voce).


Ouverture” (come da titolo) è l’ottima presentazione dell’opera: uno strumentale barocco ed enfatico caratterizzato, oltre che dalle tastiere di Stampalia, dal violino e dal flauto di Unruh e dal corno francese e dalla tromba di Marc Pepeghin, che conferiscono un’atmosfera solare al pezzo. Con “Never never land” entriamo nel vivo del lavoro con momenti acustici molto intensi (la chitarra di Ruben Alvarez e il flauto di Sara Traficante) e pervasi da una leggera malinconia. Un “signor” singer John Wilkinson (voce nel brano in oggetto), una ritmica robusta (il binomio Pörsti e Bernard), lunghe ed articolate frasi strumentali che talvolta sfiorano il jazz rock, senza dimenticare elementi più sinfonici ed epici, caratterizzano la seconda metà del brano. Scanzonata e decisamente new prog è (anche se molto riuscito è l’inserto jazzy sul finale, perfetto per il corno francese e la tromba di Pepeghin) “The lost boys” confezionata su misura per la voce di Marco Vincini e impreziosita dagli interventi di Beatrice Birardi allo xilofono. “The home under the ground” è una composizione di Andrea Pavoni concepita quasi come una pièce teatrale o un musical con Peter Pan (voce di Cam Blockland), Wendy (Audrey Lee Harper) e “i ragazzi perduti” (Steve Unruh) protagonisti del racconto. Un “botta e risposta” delle tre voci, molto divertente, su cui si appoggiano le musiche create da Pavoni. La splendida e un po’ inquietante voce di Mattew Parmenter (Discipline) ci accompagna in “The pirate ship (Hook or me)” frizzante composizione di Marco Grieco che furoreggia con il suo set di tastiere con ripetuti ed eccellenti “solos”. Importante, nel finale, il contributo del flauto di Sara Traficante, prima che la scena ritorni a concentrarsi sulla voce di Parmenter. Lo strumentale “The return home” di Lacagnina inizia sulle note del basso di Bernard per poi aprirsi alle tastiere dell’autore, ai dialoghi con il violino, ai “solo” di chitarra elettrica (Charles Plogman) e ai duetti chitarra classica, flauto e ancora violino. Si chiude con “Lunar boy (“Asylum” reloaded)” un vecchio brano degli Elektroshock (la band di Bernard degli anni ’70) rivisitata in chiave prog, da Grieco, in modo sgargiante. Insomma, cambiano i monicker, cambia qualche protagonista, ma la formula rodata di Bernard si dimostra ancora vincente e non possiamo che augurarci che lui e i suoi “Lost boys” continuino a deliziarci con questi lavori.  







domenica 14 maggio 2023

Valerio Gabrielli ci racconta… una serata di grande jazz!


 Di Valerio Gabrielli


Per la seconda volta in quattro anni mi regalo una serata con Dave Weckl, uno dei più grandi batteristi del pianeta. Il circolo ARCI di San Lazzaro di Savena, alla periferia est di Bologna, organizza tutti gli anni una gran bella rassegna chiamata Paradiso Jazz, che propone esibizioni di grandissimi performer di questo genere. Quattro anni fa ho visto sul palco Mike Stern con la sua velocissima chitarra, Tom Kennedy bassista spaventoso, Bob Franceschini al Sax e appunto il grande Dave Weckl alla batteria.

Lunedi sera, 8 maggio 2023, mi presento con oltre un’ora di anticipo sull’orario di inizio e purtroppo il grande parcheggio è già al completo… buon segno ma anche una discreta scocciatura. Per fortuna proprio di fronte ha una villa un mio grande amico e parcheggio nel suo cortile.

Stasera sul palco ci saranno Dave Weckl con tutta la sua spaventosa bravura, Tom Kennedy al basso e credetemi, più di una volta ho guardato se nascosto non ci fosse un altro bassista, perché tutta quella roba da solo non mi sembrava possibile. Un assoluto sconosciuto Erik Marienthal al sax mi toglierà letteralmente il fiato con la sua perfezione e precisione. Alle tastiere un giovane ragazzo di Chicago, Stu Mindeman, perfetto nel contesto della band.

Adesso parliamo di musica. Per togliere ogni dubbio dirò subito che il Jazz Fusion non lo ascolterò mai in auto, non comprerò mai un disco e so di dire una cosa che a molti sembrerà blasfema, ma mi sembra spesso tutto uguale, molto ripetitivo, molto autoreferenziale, ogni tanto un po’ noioso.

Ma allora perché lo vado ad ascoltare? Perché dal vivo è una emozione fortissima. Ho sempre ricercato nelle performance live la perfezione e la qualità delle esecuzioni. Potere ascoltare musicisti che ostinatamente hanno passato milioni di ore per imparare a suonare uno strumento alla perfezione, sarà per me sempre un motivo di attrazione magnetica, che sia jazz, rock, progressive o classica. Quando poi quattro eccellenze musicali si trovano sullo stesso palco e riescono ad amalgamare tutte le loro qualità e presentare una musica assolutamente perfetta, bene allora godo come un riccio nell’ascoltarli.

Parlando con mio nipote, giovane batterista che studia al conservatorio, abbiamo convenuto come appaia impressionante il modo in cui Weckl e compagnia riescano a far sembrare semplici cose che sono tecnicamente complicatissime. Non potrei ripetere nessuno dei titoli presentati, ma di sicuro sono state quasi due ore che sono filate via in un attimo e ancora un paio di pezzi li avrei ascoltati volentieri. Di buono c’è che dalle mie parti, cioè tra Bologna e la riviera romagnola è tutto un fiorire di locali che propongono jazz e credo che per quest’anno non sia finita qui. Proprio a Cesenatico dove vivo, Chicco Capiozzo, figlio del grande Giulio degli Area e grande batterista, è direttore artistico del Jam Session, un locale dove si suona di qualità… ci andrò presto.