Mandalamarra, “Graffio Libero”
C’è un momento, ascoltando Graffio
Libero, in cui si capisce che i Mandalamarra
non stanno semplicemente pubblicando un secondo disco, ma stanno mettendo a fuoco un’identità che
negli anni si è nutrita di viaggi, incontri, chilometri macinati tra Italia ed
Europa, e soprattutto di quella complicità rara che nasce quando un poeta e un
musicista si riconoscono nello stesso orizzonte emotivo. Loro stessi lo
definiscono «l’album della consapevolezza» e aggiungono che «abbiamo
graffiato con la nostra energia e continueremo a farlo come se non ci fosse un
domani». È un’affermazione che suona come dichiarazione di intenti.
Il disco vive di questa tensione… un folk che non si
accontenta della tradizione e che si lascia attraversare da reggae, rock,
accenti balcanici, derive world, lampi anni Settanta, persino ombre medievali.
È un linguaggio che non cerca la purezza, ma la contaminazione come forma di
libertà. E infatti la parola libertà ritorna ovunque, non come slogan, ma come
postura esistenziale.
L’apertura con Fune del rito è già un
manifesto. La voce del “capitano” introduce un viaggio simbolico, e il brano si
muove tra folk e progressive con un’energia che sembra voler strappare via la
ruggine dalle coscienze. In Rossa visione il gruppo allarga lo
sguardo, immaginando una rivoluzione pacifica che nasce dal bisogno di cambiare
prospettiva. Via dell’Orologio è un ritorno ai luoghi
dell’infanzia, trattati come un varco temporale dove il tempo non scorre ma si
rivela.
Quando arriva Sono planato fin qua, il reggae
si insinua con naturalezza, trasformando la riflessione sul destino in un
movimento morbido, quasi sospeso. Fiumi d’assenzio è una ballad
world con sfumature irlandesi, una dedica affettuosa che nasce da un’immagine
semplice e potente: «un ritrovamento casuale di una bottiglia di assenzio» che
diventa promessa e memoria.
Il cuore politico del disco pulsa in Disarmo totale,
dove reggae e rock si intrecciano per sostenere un messaggio netto: nessun
vincitore, nessun vinto, solo la necessità di disarmare prima di tutto se
stessi. Il brano che dà il titolo all’album, Graffio libero, è
invece un’esplosione zigana che guarda al Sud America e rivendica
l’indipendenza come unica forma possibile di felicità. È qui che il disco
mostra la sua anima più istintiva, più “di pancia”, più gatto che rifiuta il
guinzaglio.
Ubriaca melodia è un viaggio visionario in Olanda, tra swing e gypsy,
dove l’amicizia diventa un luogo fisico, riconoscibile, quasi una casa. Sor
Gasperino recupera la tradizione popolare con un tocco di funky,
raccontando una storia antica che sembra ancora risuonare nelle vie di paese.
Chiude Quarto tempo, un inno ska che trasforma la lealtà del
rugby in un sogno collettivo: un mondo dove il “quarto tempo” diventa un gesto
universale di rispetto e disarmo.
A rendere il disco ancora più ricco ci sono gli interventi di
ospiti che ampliano il respiro sonoro: Massimo Giuntini con flauti e uilleann
pipes, Noa Eyl al violino, Michele Cannavacciolo alla chitarra elettrica, Paolo
Papini al flauto traverso irlandese, Stefano Romoli al piano e ai cori, Nicola
Brugnami alla chitarra acustica. Non sono semplici aggiunte, ma tasselli che
completano un mosaico già vivo.
Graffio Libero è un album che non si limita a confermare la formula
dei Mandalamarra. La espande, la mette alla prova, la porta in territori nuovi
senza perdere la sua radice. È un disco che parla di viaggio, di identità, di
comunità, di resistenza gentile. Un disco che non chiede di essere capito, ma
attraversato.
E quando finisce, resta addosso la sensazione di aver
camminato insieme a una piccola carovana che non ha paura di cambiare strada,
purché resti fedele al proprio passo.
ASCOLTO


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