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mercoledì 12 giugno 2024

Ricordando John Wetton



Avrebbe compiuto gli anno oggi John Wetton, bassista/cantante, di King Crimson, Asia e altri mille progetti…

Happy Birthday John!

Per non dimenticare…
Wazza



King Crimson, Palasport, Roma - 6 aprile 1973


Prog Exibithion novembre 2010





domenica 9 giugno 2024

GOTHO - “Mindbowling!” - Commento di Andrea Pintelli


 

GOTHO - “Mindbowling!”

Di Andrea Pintelli


“For open minded players only”. Questa è l’avvertenza riportata nella retrocopertina di “Mindbowling!” dei Gotho. Ed è assolutamente pertinente, giacchè l’incatalogabilità della loro proposta musicale, sommata alla palese propensione al gioco, rende questo disco unico e bellamente indefinibile.

Il lavoro grafico ad opera del Kabuto Art Lab riporta al mondo degli Arcade videogames degli anni ’80, dove i Gotho diventano Gothotron System. Per completezza riporto che “plays, sounds and insanity like the arcade game!”. Ancor più fuori dagli schemi è che questo disco sia distribuito dalla Black Widow Records (gloria sempre), la quale dimostra, ancora una volta, la sua propensione a non essere chiusa entro certi schemi preconfezionati, ma anzi di dare voce come sempre alla qualità dei progetti pubblicati. Già, perché al di là dell’approccio dato dai Gotho alle loro inusuali idee, ci sono musicisti preparati e da non sottovalutare. Quattro tracce compongono “Mindbowling!”, le cui durate sono variabili oltre ogni logica.


Peste Bucolica apre nel segno del metal estremo, quasi grindcore, ma le tastiere ne confondo i confini giocando su sonorità psichedeliche care al mondo della kosmische musik tedesca che tanto ha fatto per il rinnovamento delle sonorità europee. Si sa che senza di essa interi generi musicali (quindi ben oltre i gruppi in sé) non sarebbero nemmeno nati. E per favore si smetta di chiamarlo krautrock, irritante infamia di provenienza inglese.

Miami Weiss non manca di sorprendere, strizzando l’occhio allo sperimentalismo, ma senza strafare. Non semplice riferimento messo in suoni, ma proposta matura e ben studiata. Ritmo costante in sottofondo e tastiere su tastiere a costruire un castello di note e concetti mai banali. Qui il nocciolo della sfida dei Gotho: se ci si soffermasse solo sui titoli delle canzoni (i cui riferimenti sono lampanti, storpiature annesse), si correrebbe il rischio di stopparsi alla mera componente giocosa; invece, come sempre accade, addentrandosi nel loro mondo, emerge la meraviglia di trovarsi dinnanzi a “qualcosa” di notevole. Metto le virgolette perché coi Gotho sono d’obbligo, non vorrei scalfirne la mancanza di limiti. Per cui superficialità bandita. Il tempo varia con l’andare dei minuti, così come gli scenari che fanno vibrare le menti: batteria ora protagonista in una quasi infinita serie di tempi e controtempi. Ma prog non è, qui siamo oltre.

Ilary Blastbeat parte in quinta, esplosiva e quasi minacciosa. Poco più di due minuti di tastiere ipnotiche ad elevarne il significato intrinseco, ovviamente coadiuvato dalla sempre più indiavolata batteria.

Ultima traccia, ecco Gatta The Blanc, vero monolite del disco con i suoi quasi ventisei minuti: date un nome a quello che non esiste e uscirà questo eccitante tema. Pazzia e ricchezza vanno a braccetto, in un andirivieni di situazioni sonore che danno calci in faccia alle banalità d’oggigiorno. I tratti onirici della composizione sono mostrati dal lato riflessivo che spunta, in seconda battuta, senza accompagnamento delle percussioni.

Di prolisso non vi è nulla, anzi il lasciarsi tele-trasportare su altri pianeti è dolcezza e sfida, e per questo ci vuole il suo tempo. Trovo, anzi, convenevole che i Gotho utilizzino questo lungo percorso per farci arrivare dove vogliono loro. I rintocchi soffusi hanno più e più significati, perché l’imminente ritorno al passo di marcia segna una nuova apertura dai connotati seducenti, quasi ammalianti. La tecnica strumentale che Fabio Cuomo e Andrea Peracchia dimostrano è figlia della loro urgenza espressiva, così come la loro fantasia conduce lontano, verso l’estremo rispetto e la grande gioia che hanno nei confronti della loro passione: Musica d’infinito.

Ora siete informati, per cui mettete nel lettore questo stranissimo cd e, con garbo e intelligenza, divertitevi a dovere.

Abbracci diffusi.


 

Tracklist:

1)    Peste Bucolica   6:37

2)    Miami Weiss                13:20

3)    Ilary Blastbeat    2:11

4)    Gatta The Blanc 25:43


 

Gotho:

Fabio Cuomo – electric piano, keyboards, synths & effects

Andrea Peracchia – drums & percussions

 

Credits:

Recorded dy Danilo Battocchio & Paul Beauchamp at Off Studio

Mixed dy Danilo Battocchio at Deepest Sea Studio

Mastered by Brad Boatright at Audiosiege

All music by Gotho






martedì 4 giugno 2024

Andrea Torello – “Blend”:commento di Alberto Sgarlato

 


Andrea Torello – “Blend” 

di Alberto Sgarlato

 

Andrea Torello, un po’ in tutta la Liguria, è uno degli artisti più stimati e ben voluti. Stimato per la professionalità con cui ha sempre affrontato i progetti musicali che gli sono stati proposti. Ma “ben voluto” nel significato più letterale del termine, per quella forte carica di umanità che ha saputo infondere in ogni band di cui ha fatto parte.

Una “gavettaccia” di quelle vere, come una volta, suonando in giro nei locali più piccoli e nei paeselli più sperduti, iniziata fin da ragazzino, poco più che bambino, caricandosi (o “camallandosi”, come si dice in dialetto ligure) il basso e l’amplificatore in autobus, quando era talmente giovane da non avere ancora la patente.

E quindi, di conseguenza, tanta esperienza. Nelle cover band di vari generi, dall’hard rock alle proposte più ballabili. E svariati tributi, dei gruppi più disparati: i Pink Floyd e i Queen, John Fogerty e i Creedence Clearwater Revival, gli Europe.

E poi le esperienze con la musica originale: dai Qirsh, vera band di “rock alternativo”, con pennellate di prog italiano che si stemperano nell’indie rock in stile CSI, fino ai Night Cloud, band di prog/power metal epico e sinfonico.

Una versatilità fuori dal comune, come si capisce da un curriculum di tale livello, unito a quella solida esperienza maturata negli anni.

Ma in tutto questo, Torello probabilmente non ha mai percepito la sensazione di consegnare al mondo qualcosa di veramente suo. Ed ecco, quindi, il via ad un percorso solista e l’arrivo a questo “Blend”, che non è il suo debutto ma è, ad oggi, probabilmente la sua opera più matura e compiuta.

Quando si parla di “percorso solista”, nel caso di Andrea Torello, il termine è quanto mai preciso: nei suoi album, infatti, il polistrumentista savonese affianca al basso, il suo strumento principe fin dall’adolescenza, anche un nutrito parco di chitarre, tastiere e percussioni, oltre a curare personalmente le varie fasi della produzione.

Ma la “visione musicale” di Torello non si ferma qui. E attenzione: la sinestesia generata dai due termini “visione” e “musicale” non è affatto casuale. L’approccio alla composizione di questo artista è qualcosa di olistico e cinematico, per il quale la musica giunge a compiutezza se abbinata alle immagini. Ed è per questo motivo che in “Blend” per ciascuna traccia audio è stato realizzato anche un video, con la volontà che i due supporti (musicale e visivo) siano inscindibili l’uno dall’altro. Da qui il termine “Blend”, che in inglese significa appunto fusione o miscela.

E proprio come in una fusione, in una miscela, nel calderone torelliano, totalmente strumentale, confluiscono le influenze di tutto ciò che più lui ha amato in una vita di ascolti: l’elettronica di Sakamoto e l’impalpabilità della new age; la dark-wave elettronica dei Japan e le imprevedibili geometrie matematiche dei King Crimson; l’amarezza e lo struggimento dei Radiohead, dei Talk Talk, dei Tears for Fears; la vastità dei paesaggi uditivi generata dai Pink Floyd e il talento immaginifico di tutti i più grandi compositori di colonne sonore di questo Nuovo Millennio.

Doveroso però, menzionare i “compagni di viaggio” che affiancano Andrea Torello in questo cammino: ben tre diversi pianisti che si avvicendano, Simone Piccolini in “Midnight sky”, Francesco Mancuso in “Red leaves” e in “A beat of wings” e Carlo Speranza in “I’m water”; le chitarre elettriche e acustiche di Daniele Ferro (“Heartbeat”, “A beat of wings”, “Talk to me”, “Road to you”), la batteria di Giulio Mondo (“Heartbeat”, “Talk to me”, “Road to you”).

Ovviamente un’opera così “sinestetica” è decisamente complessa da realizzare: il lavoro nel suo insieme ha richiesto circa un paio d’anni, nel corso dei quali Andrea Torello ha dilazionato i vari video sulle piattaforme online. Un’attività di divulgazione che rende obsoleto il concetto di “album” come lo abbiamo sempre immaginato e lo traghetta verso nuovi e più moderni linguaggi.

Quindi, proviamo a fare un viaggio a ritroso nel tempo, per arrivare alle più recenti pubblicazioni ma partendo da “Midnight Sky”: un effetto time-lapse ci guida in volo sopra i tetti di una città che passa dal tramonto alla notte piena, prima dall’alto e poi in mezzo alle strade, mentre lunghi e morbidi tappeti e arpeggiatori ossessivi evocano le suggestioni delle colonne sonore di John Carpenter.

The way of inspiration” è ambientato in Islanda, tra distese di ghiaccio, cieli stellati e aurore boreali, mentre la musica, con ieratica lentezza, trasmette lo stesso senso di vuoto e di gelo di quei luoghi.

Dall’inverno perenne passiamo ai colori autunnali di “Red Leaves”, brano fortemente incentrato su costruzioni pianistiche che, come le immagini del video, sembrano disegnare un “autunno dell’anima”, più che dei luoghi, tra la malinconia e il desiderio di rinascita e di calore di un raggio di sole tra gli alberi nel bosco.

Quante volte ci sembra di scorgere di sfuggita un volto familiare o a noi caro in mezzo alla folla? Proprio di questo parla “Heartbeat”. Il video contiene un tragico inserto legato un fatto di cronaca realmente accaduto. E c’è anche una piccola curiosità: il protagonista, nel suo inseguire una persona, viene trattenuto da un conoscente che, come si dice in questi casi, “gli attacca un bottone” per strada. E quella comparsa… è proprio Andrea Torello!

Il brano “Heartbeat” è, tra le tracce del disco, forse quella meno eterea e meno ambient, più legata a canoni rock, sia negli arpeggi chitarristici, sia nello struggente solo di chitarra conclusivo.

Dreams and reflections” è, come dice il titolo, una delle tracce più oniriche. E infatti, per renderne l’idea di impalpabilità, è stato scelto per il video un bianco e nero con dei toni di grigio molto tenuti e molto scarichi. Qui le dilatatissime trame strumentali sfiorano quasi la World-music, con sonorità elettroniche che sembrano evocare i timbri di esotici e misteriosi strumenti etnici, così come gli arpeggiatori generano nènie tribali. Solo alla fine un “tocco magico” accenderà il tutto di colori sgargianti, al contrario ipersaturati proprio per generare un senso di contrasto con il pallore iniziale.

Altra ballad pianistica è “A beat of wings”: suggestivi gli intarsi generati da chitarra e pianoforte, mentre il “battito d’ali” del titolo è quello dell’arte inteso come via per evadere dai muri della quotidianità.

Acqua come torrenti e cascate, acqua come onde schiumose che si infrangono sugli scogli e sulla sabbia ma, su tutto, ancora una volta il tema della pioggia, dell’autunno e della malinconia che porta con sé, in “I’m water”, una delle tracce dal sapore più “cameristico” e “sinfonico” dell’intera raccolta.

Talk to me” ha un groove molto presente e grandi inserti chitarristici, ma il “profumo” dato dalle tastiere conferisce al tutto un “mood” quasi da colonna sonora di un film noir o un giallo italiano a tinte fosche degli anni ‘70. Così come con la summenzionata “Heartbeat” ci troviamo di fronte a uno dei brani più “strutturati” dell’intero album.

Road to you”, con il suo pianoforte dal suono ovattato, con il suo incedere lento, con le sue orchestrazioni sussurrate che crescono pian piano nel corso del brano e con le dominanti “Orange & teal” del video che l’accompagna, non sfigurerebbe affatto come colonna sonora per qualsiasi prestigiosa serie TV di livello internazionale.

Con "Separate ways” si ritorna al grande amore di Andrea Torello per l’elettronica. “Kozmitsche muzik”, per usare il termine con cui il pubblico tedesco catalogava le colonne sonore prodotte da band come Tangerine Dream e Popol Vuh. E non a caso, il video annesso narra proprio le disavventure di astronauti nel cosmo. Eppure, nell’alternarsi delle inquadrature, non c’è solo lo spazio: appaiono anche quegli scorci di autunno che sembrano tracciare un po’ la cifra stilistica dell’intera opera.

Insomma: come avrete capito è praticamente impossibile scindere la musica dalle immagini e analizzare l’una senza recensire le altre.

Ora sta a voi immergervi in questo lungo e grande viaggio.



NOTE UFFICIALI:



lunedì 3 giugno 2024

Nando Bonini – “Back to the blues”, di Alberto Sgarlato

 


Nando Bonini – “Back to the blues” (2024) 

Videoradio Channel Edizioni Musicali

di Alberto Sgarlato


Per gli appassionati di musica italiana, Nando Bonini è uno di quei nomi che hanno fatto la storia. Innanzitutto, dire Nando Bonini significa dire Vasco Rossi. Con il celeberrimo cantautore di Zocca, infatti, il chitarrista ha avuto un lunghissimo sodalizio, dal vivo per buona parte degli anni ‘90 ma soprattutto in studio, anche in periodi più recenti.

E non è tutto: la pennata inconfondibile e carica di groove di Nando Bonini, la sua voce calda, i suoi cori caratterizzati da una grande versatilità sono parte integrante di tantissime produzioni della cosiddetta “italo-disco”, in quei gloriosi anni ‘80 e ‘90 nei quali la musica ballabile italiana dominava le piste delle discoteche e i posti alti delle classifiche un po’ in tutto il pianeta.

Tuttavia, la vita privata di Nando Bonini non è certo stata meno movimentata e intensa di quella vissuta sui palchi o negli studi di registrazione. Da tempo, infatti, questo artista ha scelto di abbracciare l’Ordine Francescano Secolare: si tratta di uno dei tre Ordini della Grande Famiglia Francescana che segue la lettura del Vangelo secondo il Santo di Assisi. Questo Cammino di Fede intrapreso ricopre un ruolo fondamentale nel ricco catalogo solista (poco meno di una ventina di titoli) di Nando Bonini, che proietta nei testi delle sue opere un forte messaggio religioso.

Tuttavia, con una svolta inaspettata, in questo suo nuovo album “Back to the blues”, il chitarrista decide di tornare a uno dei suoi primi amori (insieme all’altra sua grande passione, il rockabilly con il quale iniziò nelle sue band da ragazzo).

Ebbene sì: il titolo svela già tutto. Ci troviamo di fronte a un album di sincero, ruvido, schietto, “sporco” e sanguigno blues, con riff di chitarra che spesso e volentieri sfociano nell’hard rock, con un organo Hammond ben presente e che “ringhia” al punto giusto, concedendosi anche svisate più in primo piano quando servono, e con una ritmica pulsante che conferisce al disco quello che poi, in realtà, è un requisito fondamentale del genere, cioè “il tiro”.

Il blues può avere mille sfumature: può dilatarsi in trame ipnotiche e intricate fino a sfociare nei “viaggi cosmici” della psichedelia; può articolarsi in vere e proprie suite di rock progressivo, come quelle che amavano costruire i Colosseum; può elaborare le sue armonizzazioni fino a flirtare con il jazz o persino con certi ritmi “latin”.

Ecco, no. Qui non troverete niente di tutto questo: qui troverete delle vere e pure canzoni blues dai 3 ai 5 minuti l’una, senza fronzoli inutili e con la cassa che “galoppa” in 4/4. Alcune magari più soft, lente e intimiste, come “It’s time to pray”, come “How long in the sky will the sun still shine on me” (una ballad tra Led Zeppelin e Deep Purple), altre con la giusta dose di cowbell che scandisce la “cavalcata”, come la title-track (che ammicca quasi a certo AOR di classe dei Foreigner o dei Blue Oyster Cult), alcune addirittura durissime (come la opener “Don’t be so fool” o la cupa e maestosa “The big train tomorrow”), fino ad arrivare al classico più classico della conclusiva “Winter blues”.

Insomma: blues, what else?




sabato 1 giugno 2024

MATER A CLIVIS IMPERAT- “Carmina Occulta” - Di Andrea Pintelli


MATER A CLIVIS IMPERAT
“Carmina Occulta”

Di Andrea Pintelli

 

Mater A Clivis Imperat, progetto capitanato da Samael Von Martin (Evol, Death Dies), ha rilasciato alcuni mesi fa il secondo disco dal titolo “Carmina Occulta”, tramite Black Widow Records (gloria sempre). Questo a circa un anno dalla pubblicazione di “Atrox Locus”, concretizzazione dell’idea base che Samael condivise prima con Natalija Branko (tastiere) e Tomas (batteria, già Evol e Mad Agony) come simil colonna sonora alle poesie oscure di Marta Telatin (poetessa e cartomante) e successivamente con Isabella nel progetto occulto “Negatron – Tenebre.

Ora la formazione, vera e propria orchestra, si è allargata e arricchita con l’ingresso di vari musicisti e cantanti, tra cui spicca una delle migliori tastieriste in ambito prog a livello mondiale, ossia Elisa Montaldo, fondatrice de Il Tempio delle Clessidre e determinante collaboratrice di diverse realtà musicali. “Carmina Occulta” si va ad aggiungere al filone dark italian sound come una perla eclettica, sontuosa ed esoterica, alzandone la media in maniera oggettiva. E questo è un fatto. Le composizioni ben concepite e la qualità dei suoni, grazie ad una attenta ed accurata produzione, sono assolutamente di caratura internazionale, nella speranza che anche altri possano sgranchirsi le orecchie per fare arrivare al midollo dell’anima il profondo messaggio di questo lavoro. E questo è un altro fatto. Chiaro che i Mater A Clivis Imperat si rifanno ai grandi classici del genere, quali Goblin, Jacula e Antonius Rex, Devil Doll, Paul Chain, ecc., così come al mondo delle horror soundtracks nostrane, ma sommando i due lavori pubblicati, studiando il loro percorso fin qui effettuato, si palesa un terzo fatto e, probabilmente, il più importante: la nascita del Samael Von Martin style. Venendo al sodo, Ago e Filo avvia l’opera in maniera imperiosa, grazie al sempre evocativo organo da chiesa (mi si perdoni la minuscola, ma tant’è), con roboanti percussioni ad amplificarne il messaggio del testo. Sub Insidiosam Ruinam Genero ha atmosfera sinistra, che sembra arrivi da uno degli imprescindibili sceneggiati italiani anni ’70. Le streghe si fanno sentire, e forse le stavamo aspettando, ma svetta il favoloso lavoro al basso. Liturgica, dal maestoso coro introduttivo, mixa organo (Saglia sugli scudi) e chitarre dal groove compatto, un passo verso lidi maggiormente prog. Carmina Occulta, title track, con i suoi demoniaci rintocchi pianistici dona un che di all’intera traccia, dove possiamo altresì percepire una stupenda orchestrazione del concetto d’insieme. Strigarm Dominus prosegue il tema precedente, aggiungendo dialoghi (da ascoltare con attenzione) e rafforzandone l’impeto. Piccola nota: l’assolo di chitarra di Simòn Ferètro è da applausi. Stupendo pezzo di bravura. Con Edoardo II Elisa Montaldo sale in cattedra e, con i suoi strumenti etnici asiatici, sposta l’asse verso concetti di sublime arcaicità, trasportando l’ascoltare ad una messa pagana d’iniziazione. Con Chori Tragici si torna a casa (Fulci e Bava ringraziano); la rocciosa e fantasiosa sezione ritmica di Wally Ache e Ventrenero la fa da padrone, grazie ad inventiva di sicuro impatto. La successiva apertura del brano, inaspettata e comunque breve, fa da contraltare al grandioso assolo di clarinetto di Sabelli. Codex Diabolicus, titolo che credo non lasci spazio a dubbi in merito, pone nuovamente al centro le voci dalle mille sfumature di Isabella ed Elisa Di Marte, ottimamente supportata da un ricco tappeto tastieristico.  Tragica Operetta, per chi scrive, è destabilizzante: ha in sé talmente tante linee sonore diverse fra loro, ma che per magia si ritrovano, da aumentare il già presente senso di paura che avvolge l’intero lavoro. Un trionfo di immagini in musica. Peste 1347/2019, piano by Elisa: se chi la sta udendo non prova emozioni contrastanti e brividi persistenti, allora meglio che passi ad altra disciplina. Pazzesca ambientazione d’altrove. Sabba: un racconto narrato da sicura voce maschile, con successivi elementi strumentali aggiunti, si trasforma nel perfetto sottofondo musicale del più classico ritrovo magico e orgiastico. Vorreste provarlo? Animi Errantes e si torna con forza al prog. Forza, potenza, ritmo. Godimento assicurato. Noctes Ad Nendum è oscura, lamentosa, sofferta. Tappa fondamentale di questo occulto cammino. Funestum Drama (Nero Segreto), piano by Natalija Brankoviç, ha tratti drammatici, odora di sangue. Magica. In Diabuli Malleus si conclama l’estrema preparazione dei musicisti coinvolti. Un esercizio mai fine a sè stesso di bravura, un giro che trova sempre l’inizio e la fine, scambiandoli in moderna beltà. Praesagia Pontificia è sinistramente dolce. La narrazione e i cori delle voci femminili la rendono malinconica, su diverse scale di grigi. Melicum Brevius, con nuova narrazione femminile supportata da archi e percussioni, ha un discreto peso specifico nel suo procedere, come fosse una marcia verso il dolore. Sgorga lacrime. Con Funebris torna la voce maschile recitata, qui contrappuntata da arpeggi chitarristici poco rassicuranti. Il vento del nero che attornia anche chi non è avvezzo a certe sonorità. Movimento Dadaista Padovano è un manifesto delle intenzioni. Il caos al servizio dell’arte e, forse, dell’esistenza stessa. Tristan Tzara insegna.

Da sottolineare la splendida cover ad opera di Emanuele Taglietti, già noto come illustratore in campo horror ed erotico. Da rimarcare, nuovamente, l’estrema maestria compositiva di Samael Von Martin, così come le sue evidenti capacità strumentali, capace di creare mondi dark permeati di nuova linfa: la sua.

 

 

Tracklist:


1. AGO E FILO 3:11

2. SUB INSIDIOSAM RUINAM GENERO 5:30

3. LITURGICA 3:34

4. CARMINA OCCULTA 4:36

5. STRIGARUM DOMINUS 6:12

6. EDOARDO II 3:54

7. CHORI TRAGICI 5:53

8. CODEX DIABOLICUS 3:57

9. TRAGICA OPERETTA 3:13

10. PESTE 1347/2019 5:32

11. SABBA 5:15

12. ANIMI ERRANTES 4:45

13. NOCTES AD NENDUM 4:41

14. FUNESTUM DRAMA (NERO SEGRETO) 2:00

15. DIABULI MALLEUS 3:40

16. PRAESAGIA PONTIFICIA 1:54

17. MELICUM BREVIUS 4:35

18. FUNEBRIS 2:11

19. MOVIMENTO DADAISTA PADOVANO 2:41

 

Mater A Clivis Imperat Orchestra:


Isabella - voce principale

Samuel von Martin - Voce maschile, chitarra ritmica, solista, acustica, basso, flauto, liuto, percussioni e catene

Simòn Ferètro - Chitarra solista, voce su Chori Tragici e su Animi Errantes

Wally Ache - Basso senza capotasti

Elisa Montaldo - Invocazioni, Canto, Koto Giapponese elettrico, Chinese Hulusi, Bawu Bamboo Flute e pianoforte sul brano "Peste 1347/2019"

Vittorio Sabelli - Clarinetto e clarinetto basso

Alessio Saglia - Organo, Hammond, moog, tastiere e orchestrazioni

Ventrenero - Batteria

Elisa Di Marte - Soprano

Nequam- Voce narrante maschile

The Nun - Cori femminili

Natalija Brankoviç - Pianoforte su "Nero segreto (Funestum Drama)", organo su "Ago e filo" e violini

 

Credits:


Musiche e liriche composte da Samael Von Martin eccetto i testi in italiano di "Ago e filo", "Sabba" e "Funebris" scritti da Flavio Porrati e il testo in italiano di "Nero segreto (Funestum drama)" scritto da Elisa Montaldo. Clarinetto e clarinetto basso a cura di Vittorio Sabelli, Basso senza capotasti a cura di Wally Ache, Invocazioni, canto e strumenti etnici a cura di Elisa Montaldo. Registrato nel corso del 2021-22-23 al "Von Martin Haunted House" studio e Mixato da Daniele al "Giane Studio" entrambi di Padova. Prodotto da Samael Von Martin e Black Widow Records. Copertina a cura del maestro "Emanuele Taglietti" realizzata per Mater A Clivis Imperat. Retrocopertina, illustrazioni supplementari e grafiche libretto a cura di Maira Pedroni. Supervisione all'impaginazione e alla realizzazione dell’art work a cura di Pino Pintabona e Massimo Gasperini. Samael Von Martin dedica l'intera opera a Elisa Di Marte e un caro ricordo nei confronti di Enzo Sciotti. Domenico Lotito della "Stanza delle Maschere" ospite con la sua chitarra su "Animi Errantes" e Danjal dei "Death Dies" con il suo basso su "Ago e filo".






 

mercoledì 29 maggio 2024

CELESTE “Echi di un Futuro Passato”-Commento di Andrea Pintelli

CELESTE

“Echi di un Futuro Passato”

Di Andrea Pintelli

 

La grande soddisfazione di Ciro Perrino per il risultato finale del nuovo album dei suoi Celeste, dal titolo “Echi di un Futuro Passato”, è assai contagiosa. Già disponibile sulla piattaforma Bandcamp, è stato pubblicato il 22 maggio in versione cd e il 12 giugno uscirà in versione vinile.

 

Trattasi di un lavoro oggettivamente sontuoso, pieno di idee ben definite, dal suono fresco e sognante (caratteristica, quest’ultima, comune ad ogni loro lavoro precedente). Fa altresì piacere riceverlo dalle mani di Ciro stesso, il quale ci ha ormai abituati ad un’eccellente qualità delle sue proposte discografiche, che riguardino Celeste o altri suoi progetti. Questo vulcanico musicista-artista, sulle scene da tantissimi anni, ha sempre in serbo novità su novità, e questo può farci capire che la sua benzina pare inesauribile. La sua vena compositiva, sommata a un’inventiva innata, migliora continuamente.  In passato ho scritto parecchio materiale sulle lavorazioni di Perrino, ma ogni volta che esamino l’ultima creazione di turno, mi sento come trasportato in un’altra dimensione. Senza esagerazioni di sorta. Questo “Echi di un Futuro Passato” non fa eccezione. Per cui da un mondo indefinito, magistralmente rappresentato dalla copertina del disco, ad opera di Mauro Degrassi, insieme al pregevole lavoro grafico svolto da Massimo Mazzeo, vi porgo “Pigmenti”, prima traccia di questo profondo itinerario sonoro. Spiazzato dai tratti jazzistici d’inizio tragitto, si può evincere quanta volontà di evoluzione ci sia in questo gruppo. L’imprinting è sempre una fantasticheria d’altrove, ma posta sotto un profilo differente: risultare così sofisticati ed eleganti allo stesso tempo non è da tutti. “Sottili Armonie”, introdotta da un pianoforte solitario e attraente, ha proporzione ed equilibrio quand’anche gli altri strumenti si uniscono ad esso per formare una squadra coesa e affiatata. Idea sviluppata grazie a un’ottima intesa tra i vari musicisti, fa sì che l’ascoltatore sia immerso in uno spazio gaudio e sereno. Gli oltre dieci minuti di questo pezzo non esistono, c’è solo da lasciarsi andare. Impagabile. “Aspetti Astratti” è musica liquida, ci si fa toccare da essa, come fosse un insieme di carezze rese concrete dalla composizione e unione degli attimi. Magistrale è la sensazione di benessere che ne risulta. Oltre la soavità, sostenuta dalla sicura e mai invadente sezione ritmica e, soprattutto, con un sax da urlo. “Attese Sottese” e cambia lo scenario: si pensi ad un autunno anticipato, dove i profumi dominano e le visioni sono rese soffuse da un mix di nebbia e pioggia leggera.

 

I Celeste rendono in musica queste (e tantissime) altre sensazioni, come fossero dei pittori oltre i tempi. Dosano in maniera misurata, moderata, compiuta; non sono mai sopra le righe e non si pongono sopra il fruitore, ma, anzi, lo accompagnano verso la beltà. Insomma, c’è chi può e chi non può: loro possono. “Misteri Evoluti” ha chitarra e tastiere che si guardano, si riconoscono, e infine si uniscono per parlare insieme. Via via entrano basso, batteria, poi sax a tracciarne la melodia e flauto ad abbellirne i colori. Chiaramente siamo ben oltre il prog, gli stili e le influenze sono tangibili e utilissime alla causa finale: probabilmente il miglior disco dei Celeste dai tempi di “Principe di un Giorno”. “Madrigale” è strutturata per lasciare senza fiato, tant’è affascinante e sublime. L’armonia corre verso l’infinito, ancor più esaltata dalla notevole voce femminile. Nel mentre, un’onda di commozione fa evaporare le sue lacrime per restare nuda davanti al proprio dolce sentire. Questa canzone disintossica, dona beneficio, rafforza l’anima: cosa si può volere di più dalla Musica? “Circonvoluzioni”, ultima traccia di questo etereo album, chiude il cerchio riagganciandosi (in parte) stilisticamente a “Pigmenti”, migliorandone le sfumature. Non serve, a volte, parlare per raccontarsi, come, a volte, non serve spiegare per rendersi noti: se si prende l’arte senza dargli nomi e confini, si arriva talmente lontano che è inutile sforzarsi per capire, siccome la verità e l’avvenenza sono già lì ad attenderci. “Echi di un Futuro Passato” è tutto questo e molto di più. Non ha genere: è solo ricchezza.


Celeste:

Ciro Perrino: Mellotron, Solina, Eminent, Hammond, Mini Moog, ARP 2600, Voce solista

Francesco Bertone: Basso e Fretless

Enzo Cioffi: Batteria

Marco Moro: Flauto, Flauto in Sol e Flauto Basso, Sassofono Contralto, Tenore e Baritono, Flauti a Becco

Mauro Vero: Chitarre Acustiche ed Elettriche 

Ospiti:

Marco Canepa: Pianoforte

Sergio Caputo: Violino

Paolo Maffi: Sassofono Soprano, Contralto e Tenore

Ines Aliprandi: Voce solista

 

Tutte le musiche e le liriche sono state composte da Ciro Perrino.

Idea di copertina di Mauro Degrassi.

Grafiche curate e ideate da Massimo Mazzeo.

Le registrazioni sono avvenute fra gennaio e febbraio del 2024 nello Studio Mazzi di Borghetto S. Spirito e sono state curate da Alessandro Mazzitelli e sono proseguite dal marzo ad aprile 2024 negli Studi Rosenhouse di Vallecrosia e sono state curate da Alessio ed Andy Senis.

I missaggi sono opera del Sound Designer Marco Canepa.

Il Mastering è stato effettuato da Marco Canepa.

  

PIGMENTI

Petali aromatici

Dissonanti aspetti anonimi

Di pari astralità e le 

Spezie amaranto e ingenuità

Medicine antiche

Fragili bambù

Melograni in fior e le

Fantasiose peonie

Scivolose salmodie (rarità)

 

CIRCONVOLUZIONI 

Anime senza pace

Asensualità

Sopite miniature

Fragili metà 

Resine cangianti

False algidità

Archi sotto il Cielo

Alte lievità

  

CD 

1 PIGMENTI 8:46 

2 SOTTILI ARMONIE 10:54 

3 ASPETTI ASTRATTI 7:38 

4 ATTESE SOTTESE 10:35 

5 MISTERI EVOLUTI 7:33 

6 MADRIGALE 10:36 

7 CIRCONVOLUZIONI 7:57

  

VINILE 

SIDE A 

1 PIGMENTI 8:46 

2 ASPETTI ASTRATTI 7:38 

3 CIRCONVOLUZIONI 7:57 

SIDE B 

1 ATTESE SOTTESE 10:35 

2 SOTTILI ARMONIE 10:54





martedì 21 maggio 2024

Cristiano Varisco: “Aline”, commento di Alberto Sgarlato

 


Cristiano Varisco: “Aline”

 (2013, ristampa 2024) 

di Alberto Sgarlato

 

Compie dieci anni “Aline”, l’album di debutto dell’artista brasiliano Cristiano Varisco. E la casa discografica OOB Records celebra questa importante ricorrenza ristampando l’opera.

Chi conosce a fondo due celebri album tra quelli ritenuti più importanti nella nutrita discografia di Todd Rundgren, cioè “Todd” e “A Wizard, a true star”, troverà nell’approccio alla musica di Varisco delle “affinità elettive”.

Un concetto per nulla facile da spiegare, perché i due artisti non si assomigliano affatto. Ma la similitudine nell’approccio sta sia nel fatto di non essere, ambedue, ascrivibili a un genere preciso, ma di spaziare tra stili e correnti, sia nel concepire un disco quasi come un “blocco di appunti”: nel magma rundgreniano la ballad romantica, l’elettronica, il soul, il blues, il funk si stemperavano tra loro in un qualcosa che finiva quasi con il diventare un brano unico, che percorreva tutto il disco.

Varisco sceglie invece la soluzione dello sfumato (molto di moda negli anni ‘70 e ‘80, ma che non ci saremmo aspettati nel 2013) per “troncare” delle composizioni che, di fatto, non hanno un inizio e una fine ma, esattamente, “arrivano” e, allo stesso modo, sfumando, scivolando via, “se ne vanno”.

E, sempre come nell’opera (e nella filosofia) rundgreniana, anche nel caso di Varisco si tratta, più che di composizioni realmente strutturate, di “sketch” di varia lunghezza che danno comunque sempre l’idea della creatività e della versatilità espressiva del chitarrista brasiliano.

La malinconia acustica e intimista di “Solitude”, le geometrie math-rock di “Tempo”, il blues di “Pedal da Cidade”, il funk veramente carico di groove di “Saìda da Emergencia”, la psichedelia di “Lago dos Azaferes”, uno dei brani più cangianti, tra momenti rarefatti, crescendo progressiveggianti e solismi floydiani, il prog-folk di “Tarde quente de inverno”, la kosmitsche musik di “Canto do urutau”, con i suoi oscillatori sibilanti, il country-rock di “Do cosmos au Mexico”, che profuma persino di certe ballad AOR anni ‘80, ma con inaspettata accelerazione finale, sono soltanto alcuni esempi. E poi ancora “Lagrima”, perfetta come colonna sonora, il ritorno a momenti più rarefatti ed eterei con “Ayahuasca”, le suggestioni world-music di “Venus”, momenti di latin-rock debitori di Santana in “Mares & Dunas”, gli inaspettati riff hard di “Rosa Cromatica”, brano nel quale anche il basso ricopre un ruolo di primissimo piano, in un turbinio latin-metal-funk-prog. E ci si avvicina alla fine con la sognante e spiazzante “Espiral Lunar”, la brevissima title-track nella quale, del tutto inaspettatamente, è invece il piano a dare il via alle danze, tra interscambi di chitarra e violino, fino alla conclusiva “The Ultrajeto”, ancora ricca di groove tra funk e fusion.

L’album è quasi totalmente strumentale, pochissimi interventi corali senza testo, o brevi vocalizzi, o stralci di recitati sono ridotti ai minimi termini e fanno capolino qui e là nella musica.

Un disco ricco di atmosfere affascinanti, suonato benissimo, concepito in modo eclettico, che potrà sorprendervi, spiazzarvi, disorientarvi ma che di certo non vi lascerà indifferenti.