La diramazione del web magazine MAT2020, per una nuova informazione musicale quotidiana
mercoledì 12 giugno 2024
domenica 9 giugno 2024
GOTHO - “Mindbowling!” - Commento di Andrea Pintelli
GOTHO - “Mindbowling!”
Di Andrea Pintelli
“For open minded players only”. Questa è
l’avvertenza riportata nella retrocopertina di “Mindbowling!”
dei Gotho. Ed è assolutamente
pertinente, giacchè l’incatalogabilità della loro proposta musicale, sommata
alla palese propensione al gioco, rende questo disco unico e bellamente
indefinibile.
Il lavoro grafico ad opera del Kabuto Art Lab
riporta al mondo degli Arcade videogames degli anni ’80, dove i Gotho diventano
Gothotron System. Per completezza riporto che “plays, sounds and insanity like
the arcade game!”. Ancor più fuori dagli schemi è che questo disco sia
distribuito dalla Black Widow Records (gloria sempre), la quale
dimostra, ancora una volta, la sua propensione a non essere chiusa entro certi
schemi preconfezionati, ma anzi di dare voce come sempre alla qualità dei
progetti pubblicati. Già, perché al di là dell’approccio dato dai Gotho alle
loro inusuali idee, ci sono musicisti preparati e da non sottovalutare. Quattro
tracce compongono “Mindbowling!”, le cui durate sono variabili oltre ogni
logica.
Peste Bucolica apre nel segno del
metal estremo, quasi grindcore, ma le tastiere ne confondo i confini giocando
su sonorità psichedeliche care al mondo della kosmische musik tedesca che tanto
ha fatto per il rinnovamento delle sonorità europee. Si sa che senza di essa
interi generi musicali (quindi ben oltre i gruppi in sé) non sarebbero nemmeno
nati. E per favore si smetta di chiamarlo krautrock, irritante infamia di
provenienza inglese.
Miami Weiss non manca di
sorprendere, strizzando l’occhio allo sperimentalismo, ma senza strafare. Non
semplice riferimento messo in suoni, ma proposta matura e ben studiata. Ritmo
costante in sottofondo e tastiere su tastiere a costruire un castello di note e
concetti mai banali. Qui il nocciolo della sfida dei Gotho: se ci si
soffermasse solo sui titoli delle canzoni (i cui riferimenti sono lampanti,
storpiature annesse), si correrebbe il rischio di stopparsi alla mera
componente giocosa; invece, come sempre accade, addentrandosi nel loro mondo,
emerge la meraviglia di trovarsi dinnanzi a “qualcosa” di notevole. Metto le
virgolette perché coi Gotho sono d’obbligo, non vorrei scalfirne la mancanza di
limiti. Per cui superficialità bandita. Il tempo varia con l’andare dei minuti,
così come gli scenari che fanno vibrare le menti: batteria ora protagonista in
una quasi infinita serie di tempi e controtempi. Ma prog non è, qui siamo
oltre.
Ilary Blastbeat parte in quinta,
esplosiva e quasi minacciosa. Poco più di due minuti di tastiere ipnotiche ad
elevarne il significato intrinseco, ovviamente coadiuvato dalla sempre più
indiavolata batteria.
Ultima traccia, ecco Gatta The Blanc, vero monolite del disco con i suoi quasi
ventisei minuti: date un nome a quello che non esiste e uscirà questo eccitante
tema. Pazzia e ricchezza vanno a braccetto, in un andirivieni di situazioni
sonore che danno calci in faccia alle banalità d’oggigiorno. I tratti onirici
della composizione sono mostrati dal lato riflessivo che spunta, in seconda
battuta, senza accompagnamento delle percussioni.
Di prolisso non vi è nulla, anzi il lasciarsi
tele-trasportare su altri pianeti è dolcezza e sfida, e per questo ci vuole il
suo tempo. Trovo, anzi, convenevole che i Gotho utilizzino questo lungo
percorso per farci arrivare dove vogliono loro. I rintocchi soffusi hanno più e
più significati, perché l’imminente ritorno al passo di marcia segna una nuova
apertura dai connotati seducenti, quasi ammalianti. La tecnica strumentale che
Fabio Cuomo e Andrea Peracchia dimostrano è figlia della loro urgenza espressiva,
così come la loro fantasia conduce lontano, verso l’estremo rispetto e la
grande gioia che hanno nei confronti della loro passione: Musica d’infinito.
Ora siete informati, per cui mettete nel
lettore questo stranissimo cd e, con garbo e intelligenza, divertitevi a
dovere.
Abbracci diffusi.
Tracklist:
1)
Peste
Bucolica 6:37
2)
Miami
Weiss 13:20
3)
Ilary
Blastbeat 2:11
4)
Gatta
The Blanc 25:43
Gotho:
Fabio Cuomo – electric piano,
keyboards, synths & effects
Andrea Peracchia – drums &
percussions
Credits:
Recorded dy Danilo Battocchio &
Paul Beauchamp at Off Studio
Mixed dy Danilo Battocchio at Deepest
Sea Studio
Mastered by Brad Boatright at
Audiosiege
All music by Gotho
martedì 4 giugno 2024
Andrea Torello – “Blend”:commento di Alberto Sgarlato
Andrea Torello –
“Blend”
di Alberto Sgarlato
Andrea Torello, un po’ in tutta la
Liguria, è uno degli artisti più stimati e ben voluti. Stimato per la
professionalità con cui ha sempre affrontato i progetti musicali che gli sono
stati proposti. Ma “ben voluto” nel significato più letterale del termine, per
quella forte carica di umanità che ha saputo infondere in ogni band di cui ha
fatto parte.
Una “gavettaccia” di quelle vere, come una
volta, suonando in giro nei locali più piccoli e nei paeselli più sperduti,
iniziata fin da ragazzino, poco più che bambino, caricandosi (o “camallandosi”,
come si dice in dialetto ligure) il basso e l’amplificatore in autobus, quando
era talmente giovane da non avere ancora la patente.
E quindi, di conseguenza, tanta esperienza.
Nelle cover band di vari generi, dall’hard rock alle proposte più ballabili. E
svariati tributi, dei gruppi più disparati: i Pink Floyd e i Queen, John
Fogerty e i Creedence Clearwater Revival, gli Europe.
E poi le esperienze con la musica originale:
dai Qirsh, vera band di “rock alternativo”, con pennellate di prog italiano che
si stemperano nell’indie rock in stile CSI, fino ai Night Cloud, band di
prog/power metal epico e sinfonico.
Una versatilità fuori dal comune, come si
capisce da un curriculum di tale livello, unito a quella solida esperienza
maturata negli anni.
Ma in tutto questo, Torello probabilmente non
ha mai percepito la sensazione di consegnare al mondo qualcosa di veramente
suo. Ed ecco, quindi, il via ad un percorso solista e l’arrivo a questo
“Blend”, che non è il suo debutto ma è, ad oggi, probabilmente la sua opera più
matura e compiuta.
Quando si parla di “percorso solista”, nel
caso di Andrea Torello, il termine è quanto mai preciso: nei suoi album,
infatti, il polistrumentista savonese affianca al basso, il suo strumento
principe fin dall’adolescenza, anche un nutrito parco di chitarre, tastiere e
percussioni, oltre a curare personalmente le varie fasi della produzione.
Ma la “visione musicale” di Torello non si
ferma qui. E attenzione: la sinestesia generata dai due termini “visione” e
“musicale” non è affatto casuale. L’approccio alla composizione di questo artista
è qualcosa di olistico e cinematico, per il quale la musica giunge a
compiutezza se abbinata alle immagini. Ed è per questo motivo che in “Blend” per ciascuna traccia audio è stato
realizzato anche un video, con la volontà che i due supporti (musicale e
visivo) siano inscindibili l’uno dall’altro. Da qui il termine “Blend”, che in
inglese significa appunto fusione o miscela.
E proprio come in una fusione, in una
miscela, nel calderone torelliano, totalmente strumentale, confluiscono le
influenze di tutto ciò che più lui ha amato in una vita di ascolti:
l’elettronica di Sakamoto e l’impalpabilità della new age; la dark-wave elettronica
dei Japan e le imprevedibili geometrie matematiche dei King Crimson; l’amarezza
e lo struggimento dei Radiohead, dei Talk Talk, dei Tears for Fears; la vastità
dei paesaggi uditivi generata dai Pink Floyd e il talento immaginifico di tutti
i più grandi compositori di colonne sonore di questo Nuovo Millennio.
Doveroso però, menzionare i “compagni di viaggio” che affiancano Andrea Torello in questo cammino: ben tre diversi pianisti che si avvicendano, Simone Piccolini in “Midnight sky”, Francesco Mancuso in “Red leaves” e in “A beat of wings” e Carlo Speranza in “I’m water”; le chitarre elettriche e acustiche di Daniele Ferro (“Heartbeat”, “A beat of wings”, “Talk to me”, “Road to you”), la batteria di Giulio Mondo (“Heartbeat”, “Talk to me”, “Road to you”).
Ovviamente un’opera così “sinestetica” è
decisamente complessa da realizzare: il lavoro nel suo insieme ha richiesto
circa un paio d’anni, nel corso dei quali Andrea Torello ha dilazionato i vari
video sulle piattaforme online. Un’attività di divulgazione che rende obsoleto
il concetto di “album” come lo abbiamo sempre immaginato e lo traghetta verso
nuovi e più moderni linguaggi.
Quindi, proviamo a fare un viaggio a ritroso
nel tempo, per arrivare alle più recenti pubblicazioni ma partendo da “Midnight Sky”: un effetto time-lapse ci guida in volo sopra i tetti di una città
che passa dal tramonto alla notte piena, prima dall’alto e poi in mezzo alle
strade, mentre lunghi e morbidi tappeti e arpeggiatori ossessivi evocano le
suggestioni delle colonne sonore di John Carpenter.
“The way of inspiration” è
ambientato in Islanda, tra distese di ghiaccio, cieli stellati e aurore
boreali, mentre la musica, con ieratica lentezza, trasmette lo stesso senso di
vuoto e di gelo di quei luoghi.
Dall’inverno perenne passiamo ai colori
autunnali di “Red Leaves”, brano fortemente incentrato su
costruzioni pianistiche che, come le immagini del video, sembrano disegnare un
“autunno dell’anima”, più che dei luoghi, tra la malinconia e il desiderio di
rinascita e di calore di un raggio di sole tra gli alberi nel bosco.
Quante volte ci sembra di scorgere di
sfuggita un volto familiare o a noi caro in mezzo alla folla? Proprio di questo
parla “Heartbeat”. Il video contiene un tragico inserto legato un
fatto di cronaca realmente accaduto. E c’è anche una piccola curiosità: il
protagonista, nel suo inseguire una persona, viene trattenuto da un conoscente
che, come si dice in questi casi, “gli attacca un bottone” per strada. E quella
comparsa… è proprio Andrea Torello!
Il brano “Heartbeat” è, tra le tracce del
disco, forse quella meno eterea e meno ambient, più legata a canoni rock, sia
negli arpeggi chitarristici, sia nello struggente solo di chitarra conclusivo.
“Dreams and reflections” è,
come dice il titolo, una delle tracce più oniriche. E infatti, per renderne
l’idea di impalpabilità, è stato scelto per il video un bianco e nero con dei
toni di grigio molto tenuti e molto scarichi. Qui le dilatatissime trame
strumentali sfiorano quasi la World-music, con sonorità elettroniche che
sembrano evocare i timbri di esotici e misteriosi strumenti etnici, così come
gli arpeggiatori generano nènie tribali. Solo alla fine un “tocco magico”
accenderà il tutto di colori sgargianti, al contrario ipersaturati proprio per
generare un senso di contrasto con il pallore iniziale.
Altra ballad pianistica è “A beat of wings”: suggestivi gli intarsi generati da chitarra e pianoforte,
mentre il “battito d’ali” del titolo è quello dell’arte inteso come via per
evadere dai muri della quotidianità.
Acqua come torrenti e cascate, acqua come
onde schiumose che si infrangono sugli scogli e sulla sabbia ma, su tutto,
ancora una volta il tema della pioggia, dell’autunno e della malinconia che
porta con sé, in “I’m water”, una delle tracce dal sapore più
“cameristico” e “sinfonico” dell’intera raccolta.
“Talk to me” ha un groove molto
presente e grandi inserti chitarristici, ma il “profumo” dato dalle tastiere
conferisce al tutto un “mood” quasi da colonna sonora di un film noir o un
giallo italiano a tinte fosche degli anni ‘70. Così come con la summenzionata
“Heartbeat” ci troviamo di fronte a uno dei brani più “strutturati” dell’intero
album.
“Road to you”, con il suo
pianoforte dal suono ovattato, con il suo incedere lento, con le sue
orchestrazioni sussurrate che crescono pian piano nel corso del brano e con le
dominanti “Orange & teal” del video che l’accompagna, non
sfigurerebbe affatto come colonna sonora per qualsiasi prestigiosa serie TV di
livello internazionale.
Con "Separate ways” si ritorna
al grande amore di Andrea Torello per l’elettronica. “Kozmitsche muzik”,
per usare il termine con cui il pubblico tedesco catalogava le colonne sonore
prodotte da band come Tangerine Dream e Popol Vuh. E non a caso, il video
annesso narra proprio le disavventure di astronauti nel cosmo. Eppure,
nell’alternarsi delle inquadrature, non c’è solo lo spazio: appaiono anche
quegli scorci di autunno che sembrano tracciare un po’ la cifra stilistica
dell’intera opera.
Insomma: come avrete capito è praticamente
impossibile scindere la musica dalle immagini e analizzare l’una senza
recensire le altre.
Ora sta a voi immergervi in questo lungo e grande viaggio.
lunedì 3 giugno 2024
Nando Bonini – “Back to the blues”, di Alberto Sgarlato
Nando Bonini – “Back
to the blues” (2024)
Videoradio Channel Edizioni Musicali
di Alberto Sgarlato
Per gli appassionati di musica italiana, Nando Bonini è uno di quei nomi che hanno fatto la
storia. Innanzitutto, dire Nando Bonini significa dire Vasco Rossi. Con il
celeberrimo cantautore di Zocca, infatti, il chitarrista ha avuto un
lunghissimo sodalizio, dal vivo per buona parte degli anni ‘90 ma soprattutto
in studio, anche in periodi più recenti.
E non è tutto: la pennata inconfondibile e
carica di groove di Nando Bonini, la sua voce calda, i suoi cori caratterizzati
da una grande versatilità sono parte integrante di tantissime produzioni della
cosiddetta “italo-disco”, in quei gloriosi anni ‘80 e ‘90 nei quali la musica
ballabile italiana dominava le piste delle discoteche e i posti alti delle
classifiche un po’ in tutto il pianeta.
Tuttavia, la vita privata di Nando Bonini non
è certo stata meno movimentata e intensa di quella vissuta sui palchi o negli
studi di registrazione. Da tempo, infatti, questo artista ha scelto di
abbracciare l’Ordine Francescano Secolare: si tratta di uno dei tre Ordini
della Grande Famiglia Francescana che segue la lettura del Vangelo secondo il
Santo di Assisi. Questo Cammino di Fede intrapreso ricopre un ruolo
fondamentale nel ricco catalogo solista (poco meno di una ventina di titoli) di
Nando Bonini, che proietta nei testi delle sue opere un forte messaggio
religioso.
Tuttavia, con una svolta inaspettata, in
questo suo nuovo album “Back to the blues”,
il chitarrista decide di tornare a uno dei suoi primi amori (insieme all’altra
sua grande passione, il rockabilly con il quale iniziò nelle sue band da
ragazzo).
Ebbene sì: il titolo svela già tutto. Ci
troviamo di fronte a un album di sincero, ruvido, schietto, “sporco” e
sanguigno blues, con riff di chitarra che spesso e volentieri sfociano
nell’hard rock, con un organo Hammond ben presente e che “ringhia” al punto
giusto, concedendosi anche svisate più in primo piano quando servono, e con una
ritmica pulsante che conferisce al disco quello che poi, in realtà, è un
requisito fondamentale del genere, cioè “il tiro”.
Il blues può avere mille sfumature: può
dilatarsi in trame ipnotiche e intricate fino a sfociare nei “viaggi cosmici”
della psichedelia; può articolarsi in vere e proprie suite di rock progressivo,
come quelle che amavano costruire i Colosseum; può elaborare le sue
armonizzazioni fino a flirtare con il jazz o persino con certi ritmi “latin”.
Ecco, no. Qui non troverete niente di tutto
questo: qui troverete delle vere e pure canzoni blues dai 3 ai 5 minuti l’una,
senza fronzoli inutili e con la cassa che “galoppa” in 4/4. Alcune magari più
soft, lente e intimiste, come “It’s time to pray”, come “How
long in the sky will the sun still shine on me” (una ballad tra Led
Zeppelin e Deep Purple), altre con la giusta dose di cowbell che scandisce la
“cavalcata”, come la title-track (che ammicca quasi a certo AOR di classe dei
Foreigner o dei Blue Oyster Cult), alcune addirittura durissime (come la opener
“Don’t be so fool” o la cupa e maestosa “The big train
tomorrow”), fino ad arrivare al classico più classico della conclusiva
“Winter blues”.
Insomma: blues, what else?
sabato 1 giugno 2024
MATER A CLIVIS IMPERAT- “Carmina Occulta” - Di Andrea Pintelli
MATER A CLIVIS
IMPERAT
“Carmina Occulta”
Di Andrea Pintelli
Mater A Clivis Imperat, progetto capitanato
da Samael Von Martin (Evol, Death Dies), ha rilasciato alcuni mesi fa il
secondo disco dal titolo “Carmina Occulta”,
tramite Black Widow Records (gloria sempre). Questo a circa un anno
dalla pubblicazione di “Atrox Locus”, concretizzazione dell’idea base che
Samael condivise prima con Natalija Branko (tastiere) e Tomas (batteria, già
Evol e Mad Agony) come simil colonna sonora alle poesie oscure di Marta Telatin
(poetessa e cartomante) e successivamente con Isabella nel progetto occulto
“Negatron – Tenebre.
Ora la formazione, vera e propria orchestra,
si è allargata e arricchita con l’ingresso di vari musicisti e cantanti, tra
cui spicca una delle migliori tastieriste in ambito prog a livello mondiale,
ossia Elisa Montaldo, fondatrice de Il Tempio delle Clessidre e determinante collaboratrice
di diverse realtà musicali. “Carmina Occulta” si va ad aggiungere al filone
dark italian sound come una perla eclettica, sontuosa ed esoterica, alzandone
la media in maniera oggettiva. E questo è un fatto. Le composizioni ben
concepite e la qualità dei suoni, grazie ad una attenta ed accurata produzione,
sono assolutamente di caratura internazionale, nella speranza che anche altri
possano sgranchirsi le orecchie per fare arrivare al midollo dell’anima il
profondo messaggio di questo lavoro. E questo è un altro fatto. Chiaro che i
Mater A Clivis Imperat si rifanno ai grandi classici del genere, quali Goblin,
Jacula e Antonius Rex, Devil Doll, Paul Chain, ecc., così come al mondo delle
horror soundtracks nostrane, ma sommando i due lavori pubblicati, studiando il
loro percorso fin qui effettuato, si palesa un terzo fatto e, probabilmente, il
più importante: la nascita del Samael Von Martin style. Venendo al sodo, Ago e Filo avvia l’opera in maniera
imperiosa, grazie al sempre evocativo organo da chiesa (mi si perdoni la
minuscola, ma tant’è), con roboanti percussioni ad amplificarne il messaggio
del testo. Sub Insidiosam Ruinam Genero
ha atmosfera sinistra, che sembra arrivi da uno degli imprescindibili
sceneggiati italiani anni ’70. Le streghe si fanno sentire, e forse le stavamo
aspettando, ma svetta il favoloso lavoro al basso. Liturgica, dal maestoso coro introduttivo, mixa organo (Saglia
sugli scudi) e chitarre dal groove compatto, un passo verso lidi maggiormente
prog. Carmina Occulta, title track,
con i suoi demoniaci rintocchi pianistici dona un che di all’intera traccia,
dove possiamo altresì percepire una stupenda orchestrazione del concetto
d’insieme. Strigarm Dominus prosegue il tema precedente, aggiungendo dialoghi
(da ascoltare con attenzione) e rafforzandone l’impeto. Piccola nota: l’assolo
di chitarra di Simòn Ferètro è da applausi. Stupendo pezzo di bravura. Con Edoardo II Elisa Montaldo sale in
cattedra e, con i suoi strumenti etnici asiatici, sposta l’asse verso concetti
di sublime arcaicità, trasportando l’ascoltare ad una messa pagana
d’iniziazione. Con Chori Tragici si
torna a casa (Fulci e Bava ringraziano); la rocciosa e fantasiosa sezione
ritmica di Wally Ache e Ventrenero la fa da padrone, grazie ad inventiva di
sicuro impatto. La successiva apertura del brano, inaspettata e comunque breve,
fa da contraltare al grandioso assolo di clarinetto di Sabelli. Codex Diabolicus, titolo che credo non
lasci spazio a dubbi in merito, pone nuovamente al centro le voci dalle mille
sfumature di Isabella ed Elisa Di Marte, ottimamente supportata da un ricco
tappeto tastieristico. Tragica Operetta, per chi scrive, è
destabilizzante: ha in sé talmente tante linee sonore diverse fra loro, ma che
per magia si ritrovano, da aumentare il già presente senso di paura che avvolge
l’intero lavoro. Un trionfo di immagini in musica. Peste 1347/2019, piano by Elisa: se chi la sta udendo non prova
emozioni contrastanti e brividi persistenti, allora meglio che passi ad altra
disciplina. Pazzesca ambientazione d’altrove. Sabba: un racconto narrato da sicura voce maschile, con successivi
elementi strumentali aggiunti, si trasforma nel perfetto sottofondo musicale
del più classico ritrovo magico e orgiastico. Vorreste provarlo? Animi Errantes e si torna con forza al
prog. Forza, potenza, ritmo. Godimento assicurato. Noctes Ad Nendum è oscura, lamentosa, sofferta. Tappa fondamentale
di questo occulto cammino. Funestum Drama
(Nero Segreto), piano by Natalija Brankoviç, ha tratti drammatici, odora di
sangue. Magica. In Diabuli Malleus si
conclama l’estrema preparazione dei musicisti coinvolti. Un esercizio mai fine
a sè stesso di bravura, un giro che trova sempre l’inizio e la fine,
scambiandoli in moderna beltà. Praesagia
Pontificia è sinistramente dolce. La narrazione e i cori delle voci
femminili la rendono malinconica, su diverse scale di grigi. Melicum Brevius, con nuova narrazione
femminile supportata da archi e percussioni, ha un discreto peso specifico nel
suo procedere, come fosse una marcia verso il dolore. Sgorga lacrime. Con Funebris torna la voce maschile
recitata, qui contrappuntata da arpeggi chitarristici poco rassicuranti. Il
vento del nero che attornia anche chi non è avvezzo a certe sonorità. Movimento Dadaista Padovano è un
manifesto delle intenzioni. Il caos al servizio dell’arte e, forse,
dell’esistenza stessa. Tristan Tzara insegna.
Da sottolineare la splendida cover ad opera
di Emanuele Taglietti, già noto come illustratore in campo horror ed erotico.
Da rimarcare, nuovamente, l’estrema maestria compositiva di Samael Von Martin,
così come le sue evidenti capacità strumentali, capace di creare mondi dark
permeati di nuova linfa: la sua.
Tracklist:
1. AGO E FILO 3:11
2. SUB INSIDIOSAM RUINAM GENERO 5:30
3. LITURGICA 3:34
4. CARMINA OCCULTA 4:36
5. STRIGARUM DOMINUS 6:12
6. EDOARDO II 3:54
7. CHORI TRAGICI 5:53
8. CODEX DIABOLICUS 3:57
9. TRAGICA OPERETTA 3:13
10. PESTE 1347/2019 5:32
11. SABBA 5:15
12. ANIMI ERRANTES 4:45
13. NOCTES AD NENDUM 4:41
14. FUNESTUM DRAMA (NERO SEGRETO) 2:00
15. DIABULI MALLEUS 3:40
16. PRAESAGIA PONTIFICIA 1:54
17. MELICUM BREVIUS 4:35
18. FUNEBRIS 2:11
19. MOVIMENTO DADAISTA PADOVANO 2:41
Mater A
Clivis Imperat Orchestra:
Isabella - voce principale
Samuel von Martin - Voce maschile,
chitarra ritmica, solista, acustica, basso, flauto, liuto, percussioni e catene
Simòn Ferètro - Chitarra solista, voce
su Chori Tragici e su Animi Errantes
Wally Ache - Basso senza capotasti
Elisa Montaldo - Invocazioni, Canto,
Koto Giapponese elettrico, Chinese Hulusi, Bawu Bamboo Flute e pianoforte sul
brano "Peste 1347/2019"
Vittorio Sabelli - Clarinetto e
clarinetto basso
Alessio Saglia - Organo, Hammond,
moog, tastiere e orchestrazioni
Ventrenero - Batteria
Elisa Di Marte - Soprano
Nequam- Voce narrante maschile
The Nun - Cori femminili
Natalija Brankoviç - Pianoforte su
"Nero segreto (Funestum Drama)", organo su "Ago e filo" e
violini
Credits:
Musiche e liriche composte da Samael Von
Martin eccetto i testi in italiano di "Ago e filo", "Sabba"
e "Funebris" scritti da Flavio Porrati e il testo in italiano di
"Nero segreto (Funestum drama)" scritto da Elisa Montaldo. Clarinetto
e clarinetto basso a cura di Vittorio Sabelli, Basso senza capotasti a cura di
Wally Ache, Invocazioni, canto e strumenti etnici a cura di Elisa Montaldo.
Registrato nel corso del 2021-22-23 al "Von Martin Haunted House" studio
e Mixato da Daniele al "Giane Studio" entrambi di Padova. Prodotto da
Samael Von Martin e Black Widow Records. Copertina a cura del maestro
"Emanuele Taglietti" realizzata per Mater A Clivis Imperat. Retrocopertina,
illustrazioni supplementari e grafiche libretto a cura di Maira Pedroni.
Supervisione all'impaginazione e alla realizzazione dell’art work a cura di
Pino Pintabona e Massimo Gasperini. Samael Von Martin dedica l'intera opera a
Elisa Di Marte e un caro ricordo nei confronti di Enzo Sciotti. Domenico Lotito
della "Stanza delle Maschere" ospite con la sua chitarra su "Animi
Errantes" e Danjal dei "Death Dies" con il suo basso su
"Ago e filo".
mercoledì 29 maggio 2024
CELESTE “Echi di un Futuro Passato”-Commento di Andrea Pintelli
CELESTE
“Echi di un Futuro Passato”
Di
Andrea Pintelli
La grande soddisfazione di Ciro Perrino per il risultato finale del nuovo
album dei suoi Celeste, dal titolo “Echi di un Futuro Passato”, è assai
contagiosa. Già disponibile sulla piattaforma Bandcamp, è stato pubblicato il
22 maggio in versione cd e il 12 giugno uscirà in versione vinile.
Trattasi di un lavoro
oggettivamente sontuoso, pieno di idee ben definite, dal suono fresco e
sognante (caratteristica, quest’ultima, comune ad ogni loro lavoro precedente).
Fa altresì piacere riceverlo dalle mani di Ciro stesso, il quale ci ha ormai
abituati ad un’eccellente qualità delle sue proposte discografiche, che
riguardino Celeste o altri suoi progetti. Questo vulcanico musicista-artista,
sulle scene da tantissimi anni, ha sempre in serbo novità su novità, e questo
può farci capire che la sua benzina pare inesauribile. La sua vena compositiva,
sommata a un’inventiva innata, migliora continuamente. In passato ho scritto parecchio materiale
sulle lavorazioni di Perrino, ma ogni volta che esamino l’ultima creazione di
turno, mi sento come trasportato in un’altra dimensione. Senza esagerazioni di
sorta. Questo “Echi di un Futuro Passato” non fa eccezione. Per cui da un mondo
indefinito, magistralmente rappresentato dalla copertina del disco, ad opera di
Mauro Degrassi, insieme al pregevole lavoro grafico svolto da Massimo Mazzeo,
vi porgo “Pigmenti”, prima traccia di questo profondo itinerario sonoro.
Spiazzato dai tratti jazzistici d’inizio tragitto, si può evincere quanta
volontà di evoluzione ci sia in questo gruppo. L’imprinting è sempre una fantasticheria
d’altrove, ma posta sotto un profilo differente: risultare così sofisticati ed
eleganti allo stesso tempo non è da tutti. “Sottili Armonie”, introdotta da un
pianoforte solitario e attraente, ha proporzione ed equilibrio quand’anche gli
altri strumenti si uniscono ad esso per formare una squadra coesa e affiatata.
Idea sviluppata grazie a un’ottima intesa tra i vari musicisti, fa sì che
l’ascoltatore sia immerso in uno spazio gaudio e sereno. Gli oltre dieci minuti
di questo pezzo non esistono, c’è solo da lasciarsi andare. Impagabile.
“Aspetti Astratti” è musica liquida, ci si fa toccare da essa, come fosse un
insieme di carezze rese concrete dalla composizione e unione degli attimi.
Magistrale è la sensazione di benessere che ne risulta. Oltre la soavità,
sostenuta dalla sicura e mai invadente sezione ritmica e, soprattutto, con un
sax da urlo. “Attese Sottese” e cambia lo scenario: si pensi ad un autunno
anticipato, dove i profumi dominano e le visioni sono rese soffuse da un mix di
nebbia e pioggia leggera.
I Celeste rendono in musica queste (e tantissime) altre sensazioni, come fossero dei pittori oltre i tempi. Dosano in maniera misurata, moderata, compiuta; non sono mai sopra le righe e non si pongono sopra il fruitore, ma, anzi, lo accompagnano verso la beltà. Insomma, c’è chi può e chi non può: loro possono. “Misteri Evoluti” ha chitarra e tastiere che si guardano, si riconoscono, e infine si uniscono per parlare insieme. Via via entrano basso, batteria, poi sax a tracciarne la melodia e flauto ad abbellirne i colori. Chiaramente siamo ben oltre il prog, gli stili e le influenze sono tangibili e utilissime alla causa finale: probabilmente il miglior disco dei Celeste dai tempi di “Principe di un Giorno”. “Madrigale” è strutturata per lasciare senza fiato, tant’è affascinante e sublime. L’armonia corre verso l’infinito, ancor più esaltata dalla notevole voce femminile. Nel mentre, un’onda di commozione fa evaporare le sue lacrime per restare nuda davanti al proprio dolce sentire. Questa canzone disintossica, dona beneficio, rafforza l’anima: cosa si può volere di più dalla Musica? “Circonvoluzioni”, ultima traccia di questo etereo album, chiude il cerchio riagganciandosi (in parte) stilisticamente a “Pigmenti”, migliorandone le sfumature. Non serve, a volte, parlare per raccontarsi, come, a volte, non serve spiegare per rendersi noti: se si prende l’arte senza dargli nomi e confini, si arriva talmente lontano che è inutile sforzarsi per capire, siccome la verità e l’avvenenza sono già lì ad attenderci. “Echi di un Futuro Passato” è tutto questo e molto di più. Non ha genere: è solo ricchezza.
Celeste:
Ciro Perrino: Mellotron, Solina, Eminent, Hammond, Mini Moog, ARP 2600, Voce
solista
Francesco Bertone: Basso e Fretless
Enzo Cioffi: Batteria
Marco Moro: Flauto, Flauto in Sol e Flauto Basso, Sassofono Contralto,
Tenore e Baritono, Flauti a Becco
Mauro Vero: Chitarre Acustiche ed Elettriche
Ospiti:
Marco Canepa: Pianoforte
Sergio Caputo: Violino
Paolo Maffi: Sassofono Soprano, Contralto e Tenore
Ines Aliprandi: Voce solista
Tutte le musiche e le liriche sono state composte da Ciro
Perrino.
Idea di copertina di Mauro Degrassi.
Grafiche curate e ideate da Massimo Mazzeo.
Le registrazioni sono avvenute fra gennaio e febbraio del 2024
nello Studio Mazzi di Borghetto S. Spirito e sono state curate da Alessandro
Mazzitelli e sono proseguite dal marzo ad aprile 2024 negli Studi Rosenhouse di
Vallecrosia e sono state curate da Alessio ed Andy Senis.
I missaggi sono opera del Sound Designer Marco Canepa.
Il Mastering è stato effettuato da Marco Canepa.
PIGMENTI
Petali aromatici
Dissonanti aspetti anonimi
Di pari astralità e le
Spezie amaranto e ingenuità
Medicine antiche
Fragili bambù
Melograni in fior e le
Fantasiose peonie
Scivolose salmodie (rarità)
CIRCONVOLUZIONI
Anime senza pace
Asensualità
Sopite miniature
Fragili metà
Resine cangianti
False algidità
Archi sotto il Cielo
Alte lievità
CD
1 PIGMENTI 8:46
2 SOTTILI ARMONIE 10:54
3 ASPETTI ASTRATTI 7:38
4 ATTESE SOTTESE 10:35
5 MISTERI EVOLUTI 7:33
6 MADRIGALE 10:36
7 CIRCONVOLUZIONI 7:57
VINILE
SIDE A
1 PIGMENTI 8:46
2 ASPETTI ASTRATTI 7:38
3 CIRCONVOLUZIONI 7:57
SIDE B
1 ATTESE SOTTESE 10:35
2 SOTTILI ARMONIE 10:54
martedì 21 maggio 2024
Cristiano Varisco: “Aline”, commento di Alberto Sgarlato
Cristiano Varisco: “Aline”
(2013, ristampa 2024)
di Alberto Sgarlato
Compie dieci anni “Aline”, l’album di debutto dell’artista
brasiliano Cristiano Varisco. E la casa
discografica OOB Records celebra questa importante ricorrenza ristampando
l’opera.
Chi conosce a fondo due celebri album tra
quelli ritenuti più importanti nella nutrita discografia di Todd Rundgren, cioè
“Todd” e “A Wizard, a true star”, troverà nell’approccio alla musica di Varisco
delle “affinità elettive”.
Un concetto per nulla facile da spiegare,
perché i due artisti non si assomigliano affatto. Ma la similitudine
nell’approccio sta sia nel fatto di non essere, ambedue, ascrivibili a un
genere preciso, ma di spaziare tra stili e correnti, sia nel concepire un disco
quasi come un “blocco di appunti”: nel magma rundgreniano la ballad romantica,
l’elettronica, il soul, il blues, il funk si stemperavano tra loro in un
qualcosa che finiva quasi con il diventare un brano unico, che percorreva tutto
il disco.
Varisco sceglie invece la soluzione dello
sfumato (molto di moda negli anni ‘70 e ‘80, ma che non ci saremmo aspettati
nel 2013) per “troncare” delle composizioni che, di fatto, non hanno un inizio
e una fine ma, esattamente, “arrivano” e, allo stesso modo, sfumando,
scivolando via, “se ne vanno”.
E, sempre come nell’opera (e nella filosofia)
rundgreniana, anche nel caso di Varisco si tratta, più che di composizioni
realmente strutturate, di “sketch” di varia lunghezza che danno comunque sempre
l’idea della creatività e della versatilità espressiva del chitarrista
brasiliano.
La malinconia acustica e intimista di
“Solitude”, le geometrie math-rock di “Tempo”, il blues di “Pedal da Cidade”,
il funk veramente carico di groove di “Saìda da Emergencia”, la psichedelia di
“Lago dos Azaferes”, uno dei brani più cangianti, tra momenti rarefatti,
crescendo progressiveggianti e solismi floydiani, il prog-folk di “Tarde quente
de inverno”, la kosmitsche musik di “Canto do urutau”, con i suoi oscillatori
sibilanti, il country-rock di “Do cosmos au Mexico”, che profuma persino di
certe ballad AOR anni ‘80, ma con inaspettata accelerazione finale, sono
soltanto alcuni esempi. E poi ancora “Lagrima”, perfetta come colonna sonora,
il ritorno a momenti più rarefatti ed eterei con “Ayahuasca”, le suggestioni
world-music di “Venus”, momenti di latin-rock debitori di Santana in “Mares
& Dunas”, gli inaspettati riff hard di “Rosa Cromatica”, brano nel quale
anche il basso ricopre un ruolo di primissimo piano, in un turbinio
latin-metal-funk-prog. E ci si avvicina alla fine con la sognante e spiazzante
“Espiral Lunar”, la brevissima title-track nella quale, del tutto
inaspettatamente, è invece il piano a dare il via alle danze, tra interscambi
di chitarra e violino, fino alla conclusiva “The Ultrajeto”, ancora ricca di
groove tra funk e fusion.
L’album è quasi totalmente strumentale,
pochissimi interventi corali senza testo, o brevi vocalizzi, o stralci di
recitati sono ridotti ai minimi termini e fanno capolino qui e là nella musica.
Un disco ricco di atmosfere affascinanti,
suonato benissimo, concepito in modo eclettico, che potrà sorprendervi,
spiazzarvi, disorientarvi ma che di certo non vi lascerà indifferenti.













