Chet Baker cantava il dolore sempre senza un soldo in tasca. Ma lui non ci faceva caso:
La diramazione del web magazine MAT2020, per una nuova informazione musicale quotidiana
venerdì 14 maggio 2021
Ricordando Chet Baker nell'anniversario della sua morte
Chet Baker cantava il dolore sempre senza un soldo in tasca. Ma lui non ci faceva caso:
giovedì 13 maggio 2021
Donato Zoppo-"Il nostro caro Lucio – Storia, canzoni e segreti di un gigante della musica italiana", di Fabio Rossi
Libro: Il nostro caro Lucio – Storia, canzoni e segreti di un gigante della musica italiana
Autore: Donato Zoppo
Anno: 2018
Casa editrice: Hoepli
Commento di Fabio Rossi
Sono trascorsi ventitré anni da quando quel fatidico 9
settembre 1998 Lucio Battisti ci ha lasciati per sempre. Il prolifico
scrittore campano Donato Zoppo ha inteso omaggiare l’Artista con un’accurata biografia
che ripercorre le sue vicende umane e professionali:
“Il nostro caro Lucio – Storia,
canzoni e segreti di un gigante della musica italiana” (Hoepli
2018)
L’impresa non deve essere stata semplice, vista la graduale
autocensura di Battisti con l’irremovibile decisione di non voler più
tenere concerti, apparire in televisione e rilasciare interviste;
le esigue informazioni a disposizione, dai primi anni Settanta in poi, a
parte qualche rara eccezione, sono contenute esclusivamente nella sua superba
e innovativa produzione musicale. Non a caso nella quarta di
copertina del libro Donato riporta una frase emblematica di Lucio
che racchiude, lo si accetti oppure no, quello che era il suo pensiero in
merito: “Non parlerò mai più, perché un artista deve comunicare solo per
mezzo del suo lavoro. L’artista non esiste. Esiste la sua arte”.
L’Autore, nonostante le oggettive difficoltà, non si è
scoraggiato e ha affrontato la tematica con dovizia di particolari,
accompagnandoci in un lungo e meraviglioso viaggio che, in un qualche
modo, è perfino quello della nostra vita. La musica di Battisti,
infatti, è stata la colonna sonora di almeno due generazioni e,
leggendo il testo, si ha come la sensazione che si stia parlando anche di tutti
noi che l’abbiamo seguito e amato nei suoi oltre trent’anni di carriera.
Credo che la quasi totalità degli estimatori del talento originario di Poggio
Bustone prediligano la lunga e prolifica cooperazione con il milanese Giulio
Rapetti, in arte Mogol, conclusasi con la pubblicazione dell’album “Una
Giornata Uggiosa” (1980). Zoppo ne parla a lungo, ma dà il
giusto risalto alla breve collaborazione con la moglie Grazia Letizia
Veronese, detta Velezia, limitata alla stesura del 33 giri “E già”
(1982) e, soprattutto, a quella più longeva con il poeta romano Pasquale
Panella: entrambe meritavano un’analisi approfondita che puntualmente
troviamo nell’ultima parte del libro. E’ lapalissiano affermare che il
sodalizio Mogol/Battisti rimarrà ineguagliabile nella storia della
musica italiana, perché le intelaiature sonore partorite dalla creatività
di Lucio avrebbero potuto raggiungere la perfezione assoluta unicamente
se incastonate con le magnifiche liriche di Mogol; ma Battisti amava
il rischio e, a partire dall’album “L’apparenza” (1988), ebbe
il coraggio di accettare la proposta del Poeta di invertire la formula vincente
seguita fino a quel momento (prima la musica e poi i testi). Una sorta
di sfida con sé stesso nell’adornare con pazienza le parole surreali e a
tratti ermetiche di Panella con un sound avveniristico che
forse non è stato ancora del tutto compreso.
Donato riesce con disinvoltura ad analizzare magistralmente anche questa
fase controversa della carriera di Lucio. “Il nostro caro Lucio –
Storia, canzoni e segreti di un gigante della musica italiana” è un saggio
ben concepito e abilmente editato dalla casa editrice, in cui l’autore ha il
pregio di aver evitato di sconfinare nell’agiografia, descritto con rigore
i fatti accaduti e dato il più possibile la parola a chi ha avuto la fortuna di
conoscerlo e operare con lui.
Consigliato senza remore a tutti gli estimatori del genio
battistiano. Leggetelo ascoltando contemporaneamente la musica di Lucio:
è un connubio perfetto.
sabato 8 maggio 2021
Il Segno del Comando – “L’Incanto dello Zero", di Fabio Rossi
Il Segno del Comando – “L’Incanto dello Zero”
(Black Widow – 2018)
Di Fabio Rossi
Il Segno del Comando è una band genovese, in attività dal 1995, le
cui traversie hanno costellato di difficoltà un percorso artistico cui avrebbe
giovato una continuità nel tempo che, purtroppo, non c’è stata. Basti pensare
che della formazione originale è rimasto solo il bassista Diego Banchero (Malombra, Il Ballo delle
Castagne, Egida Aurea),
il vero deus ex machina di questo gruppo dedito al rock progressivo, un
musicista determinato che ha sempre creduto nel suo progetto musicale. Gli album
sinora realizzati, tutti a cura della Black Widow, possiedono una
caratteristica peculiare essendo legati a doppio filo alla letteratura
fantastica, un aspetto encomiabile in un mondo dove regna l’ignoranza e la
bieca presunzione di conoscere qualsivoglia argomento.
Il
disco d’esordio, risalente al 1996 e intitolato Il Segno del Comando, si ispira
all’omonimo romanzo di Giuseppe D’Agata e, ovviamente, al famoso sceneggiato
televisivo prodotto dalla RAI nel 1971 che entusiasmò e impaurì gli spettatori dell’epoca.
I concept album seguenti, Der Golem (2001) e Il Volto Verde (2013), sono stati influenzati
dalle opere dello scrittore austriaco Gustav Meyrink. L’ultima fatica
discografica, L’Incanto delle Zero, pubblicato nel 2018 anch’esso sotto l’egida
della Black Widow, spiazza tutti perché non soltanto reitera l’iter procedurale
intrapreso con oculatezza nel passato, ma lo fa in una maniera sorprendente e meritevole
di essere raccontata.
Diego è rimasto affascinato dai post pubblicati su Facebook da un certo Cristian Raimondi, un ragazzo timido e introverso che risiede in un paese montano sito tra Pistoia e Bologna. Decide di contattarlo e gli propone di scrivere un libro da cui Il Segno del Comando avrebbe tratto la linfa vitale per un nuovo disco. Cristian è titubante, sorpreso, lui non si definisce uno scrittore, è solo un giovane che riversa i suoi pensieri sul suo profilo, vorrebbe rifiutare, ma Diego è determinato. Nasce così Lo Zero Incantatore, un libro visionario e intimista di non semplice lettura. L’autore ha affermato di udire una voce, non sa da dove provenga, non sa chi sia, forse un’entità spirituale che chiama lo Zero Incantatore, ma poteva denominarlo anche Logos, Abisso o addirittura Dio.
Cristian non accettava inizialmente la presenza dentro di lui di questa voce
insistente, ma poi ha deciso di ascoltarla, di comprenderla e di riversare
tutto ciò che e poteva su Facebook prima e su questo libro autoprodotto poi,
voluto fortemente da Banchero per il suo concept. Forse l’autore è un folle o
forse possiede un dono, una via per un percorso irto di difficoltà che porta
alla luce. Cristian si mette a nudo, si apre agli altri, offre una possibilità
di intraprendere un viaggio nel tentativo di afferrare il senso stesso della
nostra esistenza attraverso l’introspezione e la fede nell’Assoluto.
Lo
Zero Incantatore ha diverse
chiavi di lettura e livelli di introspezione, chi lo legge attentamente può
trovare dei diamanti sepolti nella melma più fetida.
Torniamo
ora e Diego e alla sua band. Ha tra le sue mani il libro che desiderava e
trasforma in musica le parole di Cristian. Viene concepito l’Incanto dello
Zero, un disco di pregevole fattura compositiva che approccia un
progressive maturo e corposo, con riferimenti al primo Banco del Mutuo
Soccorso, Goblin, Balletto di Bronzo e Jacula. Non mancano inclinazioni che richiamano
l’heavy metal e conferiscono maggior pregio a talune composizioni. Ne
scaturisce un suono potente ed evocativo, come nel caso del valzer macabro posto
alla base de Il Calice dell’Oblio che porta l’ascoltatore a immaginare dei
morti viventi, in frac gli uomini e abito da sera le donne, che danzano
vertiginosamente guardandosi dalle orbite vuote dei loro teschi. Tutte i brani
sono ottimamente registrati e si presentano ben strutturati, eseguiti con
competenza strumentale e muniti di refrain che hanno la capacità di incastonarsi
nel cervello per non andare più via. Un esempio? “Dio e Mefistofele in
questa esistenza/Siedono alla medesima mensa” da “Il Mio Nome è Menzogna”.
I
suoni sono variegati e trascinanti sciorinati da Banchero al basso, dagli esperti
chitarristi Davide Bruzzi e Roberto Lucanato, dal tastierista Beppi Menozzi e dal
batterista Fernando Cherchi. La voce di Riccardo Morello, a tratti ricorda
quella di Demetrio Stratos, è profonda, ammaliatrice e le liriche sono un
prezioso ausilio per agevolare la comprensione dell’astruso mondo interiore di
Cristian Raimondi. In alcuni frangenti sono presenti le cantanti Maethelyiah (The Danse Society), nella luciferina Al
Cospetto dell’Inatteso e in Metamorfosi, e Marina Larcher (Egida Aurea/Zena Soundscape
Project) nell’inquietante La Grande Quercia che tinteggiano ancora di più un
quadro affascinante. Spero vivamente che la collaborazione de Il Segno del
Comando con Cristian Raimondii prosegua ancora in futuro, sarebbe un peccato
che non fosse così. Il gruppo sta
lavorando a un nuovo album che dovrebbe essere pubblicato entro la fine del
2021. Si tratta di un concept dedicato al romanzo di Gustav Meyrink Il
Domenicano Bianco e chiuderà la trilogia dedicata a questo autore iniziata con
Der Golem e proseguita con Il Volto Verde.
Tracklist:
1. Intro – Il Senza Ombra
2. Il Calice Dell’Oblio
3. La Grande Quercia
4. Sulla Via Della Veglia
5. Al Cospetto Dell’Inatteso
6. Lo Scontro
7. Nel Labirinto Spirituale
8. Le 4 A
9. Il Mio Nome È Menzogna
10. Metamorfosi
11. Outro – Aseità
Line-up:
Diego Banchero – Bass
Fernando Cherchi – Drums
Roberto Lucanato – Guitars
Riccardo Morello – Vocals
Davide Bruzzi – Guitar, Keyboards
Beppi Menozzi – Keyboards
Guests:
Paul Nash – Guitar (tracks: 5, 10)
Luca Scherani – Keyboards (track: 6)
Maethelyiah – Vocals (tracks: 5, 10)
Marina Larcher – Vocals (track: 3)
mercoledì 5 maggio 2021
Fabio Rossi commenta "The Who e Roger Daltrey in Italia", libro di Antonio Pellegrini
Libro: The Who e Roger Daltrey in Italia
Autore: Antonio Pellegrini
Casa editrice: Chinaski edizioni
Anno: 2016
Commento di Fabio Rossi
Il
musicista e saggista genovese Antonio Pellegrini,
già membro della formazione ligure dei Biosound, ha esordito nel mare magnum
della saggistica musicale nell’ottobre del 2016 con il libro The Who e Roger Daltrey in Italia, pubblicato
dalla Chinaski Edizioni (ora divenuta Officina di Hank).
Lo
storico gruppo britannico è tra i più amati da Antonio e lo si percepisce
chiaramente leggendo il testo che trasuda passione infinita nei confronti di
Townshend e compagni. L’autore ha inteso raccontare l’esperienza che gli Who e
Daltrey hanno vissuto col pubblico italiano, benché le loro esibizioni nel
nostro Paese contino ben poche date a fronte di una carriera lunghissima.
Introdotta
da una prefazione del musicologo Athos Enrile, che ci conduce nell’universo The
Who corredando il suo scritto con un’intervista a Simon Townshend, fratello di
Pete, e da una premessa dell’autore, l’opera inizia con la descrizione dei
primi show della band tenuti nella nostra penisola nel 1967 (23 febbraio,
doppio concerto al Palazzetto dello Sport di Torino - 24 febbraio, doppio
concerto al Palazzetto dello Sport di Bologna - 25 febbraio, Palalido e Piper
di Milano - 26 febbraio al Palazzetto dello Sport e al Piper Club di Roma). Le
informazioni raccolte su questo tour non sono numerose in quanto, malgrado la
gran quantità di date, la schiera di spettatori fu davvero ristretta. Per ammirare
ancora il combo in azione, i fan dovranno attendere ben cinque anni in
occasione del tour a supporto di un album epocale come Who’s Next. Nel frangente,
però, gli Who si limiteranno a suonare da noi soltanto il 14 settembre al
Palaeur di Roma, per poi snobbarci completamente. Si deve arrivare addirittura all’11
giugno del 2007 per rivederli in Italia e precisamente all’Arena di Verona. Roger
Daltrey, con una propria band, si esibirà nel 2012 a Padova, Genova, Torino,
Trieste, Firenze, Roma (per due date) e Milano, riproponendo Tommy e altri
classici. Infine, nel 2016 gli Who torneranno a Bologna e a Milano.
Antonio
ha cercato con tenacia le testimonianze di chi era presente, le setlist,
curiosità varie e non ha lesinato nel mettere a disposizione i suoi ricordi
personali. Un capitolo intitolato “Approfondimenti” esamina alcune tematiche grazie
a due interviste fatte a Tony Face e al sottoscritto. Nella prima con Tony si esplora
il mondo dei Mods, mentre nella seconda l’argomento si focalizza
sostanzialmente sui motivi per i quali gli Who abbiano suonato così poco qui da
noi. Loro, al pari di tante altre band, ci evitavano come la peste bubbonica a
causa dei violenti scontri tra le forze dell’ordine e i cosiddetti “autoriduttori”
che urlando il politicizzato slogan “La musica si ascolta, non si paga” hanno arrecato
un danno irreversibile ai tanti giovani che avrebbero gradito assistere in
quegli anni d’oro agli incendiari spettacoli di Led Zeppelin, Santana, The Who,
Rory Gallagher e mi fermo qui, perchè la lista sarebbe interminabile.
La
parte conclusiva del libro è dedicata a un’approfondita analisi dei dischi che
gli Who hanno portato in tournée in Italia e ad alcuni brevi cenni biografici afferenti alle vicissitudini del gruppo. Il saggio è piuttosto breve, originale per la
specificità della materia trattata, e s’intuisce che scriverlo non è stata
un’impresa semplice data l’esiguità delle fonti disponibili.
La
lettura, molto scorrevole e senza troppe pretese di saccenteria, rendono The
Who e Roger Daltrey in Italia, arricchito da un bel fascicolo fotografico
con alcuni scatti inediti, un prodotto fruibile e accessibile a tutti.
Consigliato
soprattutto ai ragazzi che coltivano il desiderio di imparare qualcosa sulla
musica che conta.
martedì 4 maggio 2021
Fabio Rossi: "BATHORY - La band che cambiò l’Heavy Metal". Commento di Andrea Pintelli
BATHORY - La band che cambiò l’Heavy Metal
–
di Fabio Rossi
Commento di Andrea Pintelli
Avere la possibilità di parlare di un nuovo libro scritto dal collega Fabio Rossi è un piacere, per diversi motivi. Fabio, prolifico scrittore e saggista, collaboratore di MAT2020 ma anche di Classic Rock (la rivista musicale più venduta in Italia), ha stile, grazie a una prosa mai noiosa, intensa, di quelle che tengono “svegli”. Non stanca, ma anzi aiuta ad immedesimarsi nel capitolo successivo, volendolo identificare con una rara virtù. Dedicare per primo un intero libro ai seminali Bathory, vale da solo il prezzo del giro di giostra. Questo volume è stato pubblicato da Officina di Hank (dal giugno 2020 marchio identificativo della Chinaski s.r.l., uno dei fiori all’occhiello dell’editoria indipendente attivo fin dal 2006), il cui catalogo è costellato da perle rare (grazie anche alla visione alternativa di Federico Traversa).
Fin dalle note di retrocopertina l’intento è chiaro: “Il caso dei Bathory rappresenta un “unicum” nel mondo dell’heavy metal perché a questa band, o per essere più precisi al suo fondatore e leader Thomas Börje Forsberg, meglio conosciuto come Quorthon, si fanno risalire le origini di due sottogeneri della portata del black e del viking. L’intuizione di intraprendere un percorso innovativo è già di per sé pregevole, ma riuscire nel corso di una carriera a tracciare addirittura due sentieri completamente inesplorati, colloca di diritto la formazione svedese tra le più importanti e seminali dell’intera storia del metal. L’eterna diatriba se siano stati migliori i Bathory del periodo black o quelli dediti al viking non terminerà mai e non avrà né vincitori né vinti!”.
Bathory, quindi; gruppo
leggendario nato grazie e intorno ad un’unica persona, autore di tutti i testi
e tutte le musiche, quel Quorthon cui a diritto vengono inviati omaggi
periodici tramite i suoi discepoli in musica, testimoni del gigantesco
imprinting che ha avuto nelle band successive alla sua venuta.
La volontà che Thomas Börje Forsberg
ha messo in quello che ha fatto è palese, sia per quantità di opere prodotte,
che per qualità di invenzioni architettate. La forza dei suoi progetti sta
anche nella scelta dell’anonimato che sempre lo ha caratterizzato, evitando di
fornire le proprie generalità, non suonando mai dal vivo (se non sotto mentite
spoglie), facendo dei giochetti concettuali un tantino crudeli agli intervistatori
che pur poche volte sono riusciti a raggiungerlo. Insomma, un vulcano di idee
che ha voluto rimarcare la sua autonomia dal sistema discografico ed economico,
dalle falsità e dai crimini imposti dal cristianesimo alla sua terra (Svezia) facendo
quasi scomparire le proprie radici del paganesimo (fortunatamente ancor vive),
dal modus vivendi che in ogni istante ci viene imposto dai mass media servi
degli oscuri padroni del vivere quotidiano. Quorthon persona libera e
indipendente, non un numero stereotipato come la maggior parte di noi. Peccato
se ne sia andato a soli 38 anni, altrimenti chissà dove sarebbe potuto arrivare.
Tutte le motivazioni, i fatti pubblici e privati dell’artista e dell’uomo li
trovate in questo libro scritto in maniera altrettanto ardente ed esuberante da
Fabio, che ne ha tracciato un profilo incredibilmente nuovo, rispetto a ciò che
si sapeva finora, inserendo episodi sconosciuti grazie ad una profonda e
accurata ricerca.
Quando leggete o ascoltate che il black metal l’hanno inventato i Venom, non credeteci: erano solo ragazzi da pub che si divertivano a fare casino, andando sul palco con un finto atteggiamento malvagio e pseudo-satanico. Solo apparenza. Quel che i Bathory hanno portato è autenticità, attaccamento alle proprie radici tramutato in arte estrema, azione e direzione. In quanti possono vantarsi di averlo fatto? Al di là dei generi, of course…
Volutamente evito di riportare le
particolarità descritte, perché questo libro va letto, non immaginato grazie a
questo articolo, che serve solo per dare un ulteriore slancio a quest’opera che
rappresenta importanza e riempie un vuoto editoriale (certo, mancano volumi
dedicati anche a Uriah Heep, Lynyrd Skynyrd, Fairport Convention, ecc., ma non
vorrei essere polemico).
Non per niente è già in testa alle
vendite di libri in seno all’Heavy Metal, nonostante la sua recente
distribuzione. Quindi un plauso a Fabio per averci creduto, per averlo
realizzato in una maniera così approfondita, per continuare a farlo verso altri
lidi.
Ora tocca a voi, cari lettori.
lunedì 3 maggio 2021
Pensiero per Rudy
"Da quassù la Terra è
bellissima, senza frontiere né confini".
WazzAldo
La libertà, o Sancio, è uno dei
doni più preziosi dal cielo concesso agli uomini: i tesori tutti che si trovano
in terra o che stanno ricoperti dal mare non le si possono agguagliare: e per
la libertà, come per l'onore, si può avventurare la vita, quando per lo
contrario la schiavitù è il peggior male che possa arrivare agli uomini. Io
dico questo, o Sancio, perché tu hai ben veduto co' tuoi occhi le delizie e
l'abbondanza da noi godute nel castello or or lasciato; eppure ti assicuro che
in mezzo a que' sontuosi banchetti e a quelle bevande gelate, sembravami di
essere nello strettoio della fame. Io non gustava di alcuna cosa con quella
soddisfazione con cui gustata l'avrei se fosse stata mia propia, mentre
l'obbligo del dovere e della retribuzione ai benefici ed alle grazie ricevute
sono altrettanti legami che non lasciano campeggiare l'animo libero. Beato
colui cui ha dato il cielo un tozzo di pane senz'altro obbligo fuor quello di
essergli grato.
sabato 1 maggio 2021
Antonio Papagni-"Dai Led Zeppelin allo Zen", di Fabio Rossi
Libro: Dai Led Zeppelin allo Zen
Autore: Antonio Papagni
Casa editrice: CartaCanta Editore
Anno: 2017
Commento di Fabio Rossi
Ho conosciuto Antonio Papagni all’incirca
tre anni fa, avendomi contattato per acquistare il mio primo libro “Quando il Rock divenne musica
colta: Storia del Prog”. Quando lo incontrai di persona,
percepii subito che aveva tantissimi punti in comune con me, oltre all’inveterata passione per la
musica rock degli anni Settanta. Ebbi modo di ritrovarlo in
occasione della presentazione del saggio di Alessandro Staiti
dedicato al primo album dei King Crimson. Mi confessò di essere rimasto
colpito dalla mia opera, specie nella parte riguardante i ricordi e le
riflessioni personali afferenti il periodo irripetibile del Prog. Mi mise, altresì,
al corrente che aveva in mente di scrivere e pubblicare un libro che
raccontasse il suo percorso interiore dedito all’indefessa ricerca di risposte sulle grandi
tematiche dell’esistenza; i responsi definitivi, ovviamente,
permangono sconosciuti anche ai più grandi teologi, filosofi, sociologi e
scienziati della terra ma, trattare un argomento così intrigante, rivolgendosi
in modo particolare ai giovani, l’ho trovata un’idea mirabilmente azzeccata.
In questa sua prima fatica letteraria intitolata “Dai Led Zeppelin allo Zen” per CartaCanta Editore, Antonio ha
voluto citare nella corposa bibliografia anche il mio saggio sul rock
progressivo, come riprova di quanto lo abbia ispirato e di questo voglio
pubblicamente ringraziarlo.
Il libro è diviso in capitoli che
vanno dal 1972 al 1990, nei quali
l’autore raduna e riporta con dovizia di particolari le diverse esperienze del suo
personale cammino, durante il quale ha attinto e trovato linfa
vitale in varie forme d’arte, tra cui la musica e
la letteratura.
Sulla copertina campeggia un dirigibile… già, perché la sua ricerca comincia
con lo stratosferico “Led Zeppelin II”, infarcito di quei suoni
aggressivi, energici e mai ascoltati prima d’allora, al quale Antonio attribuisce
il merito di averlo trasportato in una dimensione diversa, sancendo il suo
definitivo passaggio all’adolescenza. L’inebriarsi per ore e ore di quella
musica ha aperto percorsi nuovi verso mete sconosciute nelle quali, chissà,
avrebbero potuto trovarsi le soluzioni all’inquietudine interiore che lo
attanagliava.
Il libro si snoda sul sentiero delle emozioni da
lui provate ogni qualvolta si sia avvicinato a qualcosa di “magico” in
grado di eccitarlo, renderlo “diverso dagli altri” e proiettarlo in
un’altra dimensione: il suo amore per le opere di Hemingway, una
tra tutte “Per chi suona la campana” che gli permise di
toccare la sua “più profonda interiorità”, di Joyce e
ancora la musica protagonista con il live per antonomasia, “Made in Japan” dei Deep Purple, “Trilogy” degli ELP (“suonava come una tempesta”)
e poi Jethro
Tull, Santana, Yes, Frank Zappa… in
un caleidoscopio di nomi che solo a pronunciarli fanno venire i brividi e tra
cui spicca quello dei King Crimson, uno dei più grandi amori di Antonio. Il
racconto del suo primo concerto al Palasport di Roma il 10
marzo 1973,
dell’adrenalina che lo invadeva nel vedere all’opera Blackmore, Gillan e
compagni, colpisce come un pugno nello stomaco, ti sembra di essere lì in prima
persona, proprio in quel momento. L’ultimo capitolo, il 1990, con
l’approccio alla filosofia Zen, conclude il libro ma, ritengo che
l’autore avrebbe potuto spingersi oltre, fino ai giorni nostri, perché l’ansia
di conoscere non abbandonerà mai noi eterni giovani e sempre con l’animo in
fermento. “Mi sembrava che un’epidemia avesse colpito la gente, malattia che
si manifestava come perdita di forza conoscitiva, come automatismo che tendeva
a livellare. Avevo il dubbio che fossi io a esagerare l’importanza e la portata
di tali espressioni artistiche” … no, caro Antonio, non
esageravi, era proprio così.
Mi sono davvero entusiasmato nella lettura
di “Dai
Led Zeppelin allo Zen” perché, seppur seguendo strade differenti
(preferivo Hesse ad Hemingway e “Led Zeppelin I” al II… ma sono
meri dettagli), ha aperto il cuore del sottoscritto facendo riemergere come da
un fiume in piena i ricordi di un tempo incantato che non esiste più e che
proprio per questo va raccontato ai posteri e a chi per un qualche motivo non
c’era…
Antonio sta per pubblicare la sua seconda opera letteraria e sono certo che mi affascinerà come la prima.













