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venerdì 14 maggio 2021

Ricordando Chet Baker nell'anniversario della sua morte


Chet Baker cantava il dolore sempre senza un soldo in tasca. Ma lui non ci faceva caso:

 "Morirò al verde - profetizzava - ed è giusto, perché è così che sono venuto al mondo".


Se ne andava nella notte del 13 maggio 1988 Chet Baker, grande jazzista, trombettista e cantante, genio e sregolatezza del jazz mondiale.

Per non dimenticare…
Wazza
 .

Il 13 maggio 1988, alle 3 di notte, Chet Baker muore cadendo giù da una finestra (in realtà un’apertura di appena 40 cm) del secondo piano del Prins Hendrik Hotel, ad appena 100 metri dalla stazione centrale, praticamente nel cuore di Amsterdam, ad un passo dalla mitica strada Zeedijk, dove negli anni ’80 si concentrava la movida “droghereccia” e allucinata della capitale. Le circostanze della sua morte, fin da subito, sono piuttosto oscure. Sono le 03 del mattino, Chet vola giù dalla finestra “come se avesse le ali”, atterra sul marciapiede di cemento, batte la testa, muore sul colpo… e non c’è nessun testimone.

Così se ne andò Viso d'angelo. Il volto, la vita, il corpo, l'anima devastata dalla droga e dalla tristezza di una esistenza solitaria.


Tre le ipotesi accreditate: omicidio, suicidio, incidente.

«Se ne stava seduto su uno sgangherato sgabello a un distributore di benzina sulla Pacific Coast Highway, con lo sguardo perso nel vuoto, il volto scavato e segnato da tante overdose. Era il commesso di quel distributore, crocevia di mille destini ignoti. Il pasciuto avvocato che si fermò a chiedergli il pieno senza nemmeno guardarlo in faccia, si accorse ad un tratto -ora che fissava quel volto straziato e assente- che era lui. Doveva essere lui. Glielo chiese, e per tutta risposta, senza una parola, l'uomo spalancò senza pudore la bocca a mostrare una dentatura distrutta e una mascella spaccata. Sì, era proprio lui: due mesi prima cinque spacciatori gli avevano frantumato denti e mascella a sprangate per una questione di droga e di soldi. L'avvocato decise di aiutarlo, gli pagò le cure per ricostruire la mascella e per impiantare una dentiera in quella bocca spezzata. Sì, doveva tornare a suonare quella tromba in quel modo in cui nessuno suonava, un inno d'amore e un lamento di morte, doveva tornare a cantare con quella voce di angelo triste e deluso. Ci provò disperatamente e dovette imparare a suonare con la dentiera e le labbra spaccate.
E ci riuscì, anche se non era più lo stesso, qualcosa lo stava consumando dentro: l'eroina è un'amante crudele e lui era troppo vulnerabile, troppo fragile e autodistruttivo.
Idolatrato dalle donne, apprezzato, amato e invidiato dai più grandi interpreti del suo tempo e così desideroso, così bisognoso di trovare pace nella morte. Squattrinato al punto da suonare per strada come un musicista ambulante, affranto da un dolore di cui non riusciva a liberarsi, schiacciato da mille fallimenti e da una vita spinta sempre oltre il limite, devastato nel corpo e nell'anima dalla droga, eppure sempre accompagnato dalla sua inseparabile tromba, trovò finalmente il suo ultimo tragico volo da una finestra del Prins Hendrik Hotel di Amsterdam il 13 maggio 1988. Aveva 58 anni. Il suo nome era Chet Baker»

In memoria di un genio infelice.
(FONTE: Eros Edizioni)

giovedì 13 maggio 2021

Donato Zoppo-"Il nostro caro Lucio – Storia, canzoni e segreti di un gigante della musica italiana", di Fabio Rossi



Libro: Il nostro caro Lucio – Storia, canzoni e segreti di un gigante della musica italiana

Autore: Donato Zoppo 

Anno: 2018 

Casa editrice: Hoepli 

Commento di Fabio Rossi






Sono trascorsi ventitré anni da quando quel fatidico 9 settembre 1998 Lucio Battisti ci ha lasciati per sempre. Il prolifico scrittore campano Donato Zoppo ha inteso omaggiare l’Artista con un’accurata biografia che ripercorre le sue vicende umane e professionali: 

Il nostro caro Lucio – Storia, canzoni e segreti di un gigante della musica italiana” (Hoepli 2018)

L’impresa non deve essere stata semplice, vista la graduale autocensura di Battisti con l’irremovibile decisione di non voler più tenere concerti, apparire in televisione e rilasciare interviste; le esigue informazioni a disposizione, dai primi anni Settanta in poi, a parte qualche rara eccezione, sono contenute esclusivamente nella sua superba e innovativa produzione musicale. Non a caso nella quarta di copertina del libro Donato riporta una frase emblematica di Lucio che racchiude, lo si accetti oppure no, quello che era il suo pensiero in merito: “Non parlerò mai più, perché un artista deve comunicare solo per mezzo del suo lavoro. L’artista non esiste. Esiste la sua arte”.

Donato Zoppo

L’Autore, nonostante le oggettive difficoltà, non si è scoraggiato e ha affrontato la tematica con dovizia di particolari, accompagnandoci in un lungo e meraviglioso viaggio che, in un qualche modo, è perfino quello della nostra vita. La musica di Battisti, infatti, è stata la colonna sonora di almeno due generazioni e, leggendo il testo, si ha come la sensazione che si stia parlando anche di tutti noi che l’abbiamo seguito e amato nei suoi oltre trent’anni di carriera. Credo che la quasi totalità degli estimatori del talento originario di Poggio Bustone prediligano la lunga e prolifica cooperazione con il milanese Giulio Rapetti, in arte Mogol, conclusasi con la pubblicazione dell’album “Una Giornata Uggiosa” (1980). Zoppo ne parla a lungo, ma dà il giusto risalto alla breve collaborazione con la moglie Grazia Letizia Veronese, detta Velezia, limitata alla stesura del 33 giri “E già” (1982) e, soprattutto, a quella più longeva con il poeta romano Pasquale Panella: entrambe meritavano un’analisi approfondita che puntualmente troviamo nell’ultima parte del libro. E’ lapalissiano affermare che il sodalizio Mogol/Battisti rimarrà ineguagliabile nella storia della musica italiana, perché le intelaiature sonore partorite dalla creatività di Lucio avrebbero potuto raggiungere la perfezione assoluta unicamente se incastonate con le magnifiche liriche di Mogol; ma Battisti amava il rischio e, a partire dall’album “L’apparenza” (1988), ebbe il coraggio di accettare la proposta del Poeta di invertire la formula vincente seguita fino a quel momento (prima la musica e poi i testi). Una sorta di sfida con sé stesso nell’adornare con pazienza le parole surreali e a tratti ermetiche di Panella con un sound avveniristico che forse non è stato ancora del tutto compreso.

Donato riesce con disinvoltura ad analizzare magistralmente anche questa fase controversa della carriera di Lucio. “Il nostro caro Lucio – Storia, canzoni e segreti di un gigante della musica italiana” è un saggio ben concepito e abilmente editato dalla casa editrice, in cui l’autore ha il pregio di aver evitato di sconfinare nell’agiografia, descritto con rigore i fatti accaduti e dato il più possibile la parola a chi ha avuto la fortuna di conoscerlo e operare con lui.

Consigliato senza remore a tutti gli estimatori del genio battistiano. Leggetelo ascoltando contemporaneamente la musica di Lucio: è un connubio perfetto.

 

sabato 8 maggio 2021

Il Segno del Comando – “L’Incanto dello Zero", di Fabio Rossi


Il Segno del Comando – “L’Incanto dello Zero”

(Black Widow – 2018)

Di Fabio Rossi



Il Segno del Comando è una band genovese, in attività dal 1995, le cui traversie hanno costellato di difficoltà un percorso artistico cui avrebbe giovato una continuità nel tempo che, purtroppo, non c’è stata. Basti pensare che della formazione originale è rimasto solo il bassista Diego Banchero (Malombra, Il Ballo delle Castagne, Egida Aurea), il vero deus ex machina di questo gruppo dedito al rock progressivo, un musicista determinato che ha sempre creduto nel suo progetto musicale. Gli album sinora realizzati, tutti a cura della Black Widow, possiedono una caratteristica peculiare essendo legati a doppio filo alla letteratura fantastica, un aspetto encomiabile in un mondo dove regna l’ignoranza e la bieca presunzione di conoscere qualsivoglia argomento.

Il disco d’esordio, risalente al 1996 e intitolato Il Segno del Comando, si ispira all’omonimo romanzo di Giuseppe D’Agata e, ovviamente, al famoso sceneggiato televisivo prodotto dalla RAI nel 1971 che entusiasmò e impaurì gli spettatori dell’epoca. I concept album seguenti, Der Golem (2001) e Il Volto Verde (2013), sono stati influenzati dalle opere dello scrittore austriaco Gustav Meyrink. L’ultima fatica discografica, L’Incanto delle Zero, pubblicato nel 2018 anch’esso sotto l’egida della Black Widow, spiazza tutti perché non soltanto reitera l’iter procedurale intrapreso con oculatezza nel passato, ma lo fa in una maniera sorprendente e meritevole di essere raccontata.

Diego è rimasto affascinato dai post pubblicati su Facebook da un certo Cristian Raimondi, un ragazzo timido e introverso che risiede in un paese montano sito tra Pistoia e Bologna. Decide di contattarlo e gli propone di scrivere un libro da cui Il Segno del Comando avrebbe tratto la linfa vitale per un nuovo disco. Cristian è titubante, sorpreso, lui non si definisce uno scrittore, è solo un giovane che riversa i suoi pensieri sul suo profilo, vorrebbe rifiutare, ma Diego è determinato. Nasce così Lo Zero Incantatore, un libro visionario e intimista di non semplice lettura. L’autore ha affermato di udire una voce, non sa da dove provenga, non sa chi sia, forse un’entità spirituale che chiama lo Zero Incantatore, ma poteva denominarlo anche Logos, Abisso o addirittura Dio. 

Cristian non accettava inizialmente la presenza dentro di lui di questa voce insistente, ma poi ha deciso di ascoltarla, di comprenderla e di riversare tutto ciò che e poteva su Facebook prima e su questo libro autoprodotto poi, voluto fortemente da Banchero per il suo concept. Forse l’autore è un folle o forse possiede un dono, una via per un percorso irto di difficoltà che porta alla luce. Cristian si mette a nudo, si apre agli altri, offre una possibilità di intraprendere un viaggio nel tentativo di afferrare il senso stesso della nostra esistenza attraverso l’introspezione e la fede nell’Assoluto.

Lo Zero Incantatore ha diverse chiavi di lettura e livelli di introspezione, chi lo legge attentamente può trovare dei diamanti sepolti nella melma più fetida.

Torniamo ora e Diego e alla sua band. Ha tra le sue mani il libro che desiderava e trasforma in musica le parole di Cristian. Viene concepito l’Incanto dello Zero, un disco di pregevole fattura compositiva che approccia un progressive maturo e corposo, con riferimenti al primo Banco del Mutuo Soccorso, Goblin, Balletto di Bronzo e Jacula. Non mancano inclinazioni che richiamano l’heavy metal e conferiscono maggior pregio a talune composizioni. Ne scaturisce un suono potente ed evocativo, come nel caso del valzer macabro posto alla base de Il Calice dell’Oblio che porta l’ascoltatore a immaginare dei morti viventi, in frac gli uomini e abito da sera le donne, che danzano vertiginosamente guardandosi dalle orbite vuote dei loro teschi. Tutte i brani sono ottimamente registrati e si presentano ben strutturati, eseguiti con competenza strumentale e muniti di refrain che hanno la capacità di incastonarsi nel cervello per non andare più via. Un esempio? “Dio e Mefistofele in questa esistenza/Siedono alla medesima mensa” da “Il Mio Nome è Menzogna”.  

I suoni sono variegati e trascinanti sciorinati da Banchero al basso, dagli esperti chitarristi Davide Bruzzi e Roberto Lucanato, dal tastierista Beppi Menozzi e dal batterista Fernando Cherchi. La voce di Riccardo Morello, a tratti ricorda quella di Demetrio Stratos, è profonda, ammaliatrice e le liriche sono un prezioso ausilio per agevolare la comprensione dell’astruso mondo interiore di Cristian Raimondi. In alcuni frangenti sono presenti le cantanti Maethelyiah (The Danse Society), nella luciferina Al Cospetto dell’Inatteso e in Metamorfosi, e Marina Larcher (Egida Aurea/Zena Soundscape Project) nell’inquietante La Grande Quercia che tinteggiano ancora di più un quadro affascinante. Spero vivamente che la collaborazione de Il Segno del Comando con Cristian Raimondii prosegua ancora in futuro, sarebbe un peccato che non fosse così.  Il gruppo sta lavorando a un nuovo album che dovrebbe essere pubblicato entro la fine del 2021. Si tratta di un concept dedicato al romanzo di Gustav Meyrink Il Domenicano Bianco e chiuderà la trilogia dedicata a questo autore iniziata con Der Golem e proseguita con Il Volto Verde.

 ASCOLTO DELL’ALBUM COMPLETO

Tracklist:
1.
Intro – Il Senza Ombra
2. Il Calice Dell’Oblio
3. La Grande Quercia
4. Sulla Via Della Veglia
5. Al Cospetto Dell’Inatteso
6. Lo Scontro
7. Nel Labirinto Spirituale
8. Le 4 A
9. Il Mio Nome È Menzogna
10. Metamorfosi
11. Outro – Aseità


Line-up:
Diego Banchero – Bass
Fernando Cherchi – Drums
Roberto Lucanato – Guitars
Riccardo Morello – Vocals
Davide Bruzzi – Guitar, Keyboards
Beppi Menozzi – Keyboards

Guests:
Paul Nash – Guitar (tracks: 5, 10)
Luca Scherani – Keyboards (track: 6)
Maethelyiah – Vocals (tracks: 5, 10)
Marina Larcher – Vocals (track: 3)




mercoledì 5 maggio 2021

Fabio Rossi commenta "The Who e Roger Daltrey in Italia", libro di Antonio Pellegrini


Libro: The Who e Roger Daltrey in Italia

Autore: Antonio Pellegrini

Casa editrice: Chinaski edizioni

Anno: 2016

Commento di Fabio Rossi

 

Il musicista e saggista genovese Antonio Pellegrini, già membro della formazione ligure dei Biosound, ha esordito nel mare magnum della saggistica musicale nell’ottobre del 2016 con il libro The Who e Roger Daltrey in Italia, pubblicato dalla Chinaski Edizioni (ora divenuta Officina di Hank).

Lo storico gruppo britannico è tra i più amati da Antonio e lo si percepisce chiaramente leggendo il testo che trasuda passione infinita nei confronti di Townshend e compagni. L’autore ha inteso raccontare l’esperienza che gli Who e Daltrey hanno vissuto col pubblico italiano, benché le loro esibizioni nel nostro Paese contino ben poche date a fronte di una carriera lunghissima.

Introdotta da una prefazione del musicologo Athos Enrile, che ci conduce nell’universo The Who corredando il suo scritto con un’intervista a Simon Townshend, fratello di Pete, e da una premessa dell’autore, l’opera inizia con la descrizione dei primi show della band tenuti nella nostra penisola nel 1967 (23 febbraio, doppio concerto al Palazzetto dello Sport di Torino - 24 febbraio, doppio concerto al Palazzetto dello Sport di Bologna - 25 febbraio, Palalido e Piper di Milano - 26 febbraio al Palazzetto dello Sport e al Piper Club di Roma). Le informazioni raccolte su questo tour non sono numerose in quanto, malgrado la gran quantità di date, la schiera di spettatori fu davvero ristretta. Per ammirare ancora il combo in azione, i fan dovranno attendere ben cinque anni in occasione del tour a supporto di un album epocale come Who’s Next. Nel frangente, però, gli Who si limiteranno a suonare da noi soltanto il 14 settembre al Palaeur di Roma, per poi snobbarci completamente. Si deve arrivare addirittura all’11 giugno del 2007 per rivederli in Italia e precisamente all’Arena di Verona. Roger Daltrey, con una propria band, si esibirà nel 2012 a Padova, Genova, Torino, Trieste, Firenze, Roma (per due date) e Milano, riproponendo Tommy e altri classici. Infine, nel 2016 gli Who torneranno a Bologna e a Milano.

Antonio ha cercato con tenacia le testimonianze di chi era presente, le setlist, curiosità varie e non ha lesinato nel mettere a disposizione i suoi ricordi personali. Un capitolo intitolato “Approfondimenti” esamina alcune tematiche grazie a due interviste fatte a Tony Face e al sottoscritto. Nella prima con Tony si esplora il mondo dei Mods, mentre nella seconda l’argomento si focalizza sostanzialmente sui motivi per i quali gli Who abbiano suonato così poco qui da noi. Loro, al pari di tante altre band, ci evitavano come la peste bubbonica a causa dei violenti scontri tra le forze dell’ordine e i cosiddetti “autoriduttori” che urlando il politicizzato slogan “La musica si ascolta, non si paga” hanno arrecato un danno irreversibile ai tanti giovani che avrebbero gradito assistere in quegli anni d’oro agli incendiari spettacoli di Led Zeppelin, Santana, The Who, Rory Gallagher e mi fermo qui, perchè la lista sarebbe interminabile.

La parte conclusiva del libro è dedicata a un’approfondita analisi dei dischi che gli Who hanno portato in tournée in Italia e ad alcuni brevi cenni biografici afferenti alle vicissitudini del gruppo. Il saggio è piuttosto breve, originale per la specificità della materia trattata, e s’intuisce che scriverlo non è stata un’impresa semplice data l’esiguità delle fonti disponibili.

La lettura, molto scorrevole e senza troppe pretese di saccenteria, rendono The Who e Roger Daltrey in Italia, arricchito da un bel fascicolo fotografico con alcuni scatti inediti, un prodotto fruibile e accessibile a tutti.

Consigliato soprattutto ai ragazzi che coltivano il desiderio di imparare qualcosa sulla musica che conta. 



 

martedì 4 maggio 2021

Fabio Rossi: "BATHORY - La band che cambiò l’Heavy Metal". Commento di Andrea Pintelli


BATHORY - La band che cambiò l’Heavy Metal


di Fabio Rossi

Commento di Andrea Pintelli

Avere la possibilità di parlare di un nuovo libro scritto dal collega Fabio Rossi è un piacere, per diversi motivi. Fabio, prolifico scrittore e saggista, collaboratore di MAT2020 ma anche di Classic Rock (la rivista musicale più venduta in Italia), ha stile, grazie a una prosa mai noiosa, intensa, di quelle che tengono “svegli”. Non stanca, ma anzi aiuta ad immedesimarsi nel capitolo successivo, volendolo identificare con una rara virtù. Dedicare per primo un intero libro ai seminali Bathory, vale da solo il prezzo del giro di giostra. Questo volume è stato pubblicato da Officina di Hank (dal giugno 2020 marchio identificativo della Chinaski s.r.l., uno dei fiori all’occhiello dell’editoria indipendente attivo fin dal 2006), il cui catalogo è costellato da perle rare (grazie anche alla visione alternativa di Federico Traversa).

Fin dalle note di retrocopertina l’intento è chiaro: “Il caso dei Bathory rappresenta un “unicum” nel mondo dell’heavy metal perché a questa band, o per essere più precisi al suo fondatore e leader Thomas Börje Forsberg, meglio conosciuto come Quorthon, si fanno risalire le origini di due sottogeneri della portata del black e del viking. L’intuizione di intraprendere un percorso innovativo è già di per sé pregevole, ma riuscire nel corso di una carriera a tracciare addirittura due sentieri completamente inesplorati, colloca di diritto la formazione svedese tra le più importanti e seminali dell’intera storia del metal. L’eterna diatriba se siano stati migliori i Bathory del periodo black o quelli dediti al viking non terminerà mai e non avrà né vincitori né vinti!”.

Bathory, quindi; gruppo leggendario nato grazie e intorno ad un’unica persona, autore di tutti i testi e tutte le musiche, quel Quorthon cui a diritto vengono inviati omaggi periodici tramite i suoi discepoli in musica, testimoni del gigantesco imprinting che ha avuto nelle band successive alla sua venuta.

La volontà che Thomas Börje Forsberg ha messo in quello che ha fatto è palese, sia per quantità di opere prodotte, che per qualità di invenzioni architettate. La forza dei suoi progetti sta anche nella scelta dell’anonimato che sempre lo ha caratterizzato, evitando di fornire le proprie generalità, non suonando mai dal vivo (se non sotto mentite spoglie), facendo dei giochetti concettuali un tantino crudeli agli intervistatori che pur poche volte sono riusciti a raggiungerlo. Insomma, un vulcano di idee che ha voluto rimarcare la sua autonomia dal sistema discografico ed economico, dalle falsità e dai crimini imposti dal cristianesimo alla sua terra (Svezia) facendo quasi scomparire le proprie radici del paganesimo (fortunatamente ancor vive), dal modus vivendi che in ogni istante ci viene imposto dai mass media servi degli oscuri padroni del vivere quotidiano. Quorthon persona libera e indipendente, non un numero stereotipato come la maggior parte di noi. Peccato se ne sia andato a soli 38 anni, altrimenti chissà dove sarebbe potuto arrivare. Tutte le motivazioni, i fatti pubblici e privati dell’artista e dell’uomo li trovate in questo libro scritto in maniera altrettanto ardente ed esuberante da Fabio, che ne ha tracciato un profilo incredibilmente nuovo, rispetto a ciò che si sapeva finora, inserendo episodi sconosciuti grazie ad una profonda e accurata ricerca.

Quando leggete o ascoltate che il black metal l’hanno inventato i Venom, non credeteci: erano solo ragazzi da pub che si divertivano a fare casino, andando sul palco con un finto atteggiamento malvagio e pseudo-satanico. Solo apparenza. Quel che i Bathory hanno portato è autenticità, attaccamento alle proprie radici tramutato in arte estrema, azione e direzione. In quanti possono vantarsi di averlo fatto? Al di là dei generi, of course…

Volutamente evito di riportare le particolarità descritte, perché questo libro va letto, non immaginato grazie a questo articolo, che serve solo per dare un ulteriore slancio a quest’opera che rappresenta importanza e riempie un vuoto editoriale (certo, mancano volumi dedicati anche a Uriah Heep, Lynyrd Skynyrd, Fairport Convention, ecc., ma non vorrei essere polemico).

Non per niente è già in testa alle vendite di libri in seno all’Heavy Metal, nonostante la sua recente distribuzione. Quindi un plauso a Fabio per averci creduto, per averlo realizzato in una maniera così approfondita, per continuare a farlo verso altri lidi.

Ora tocca a voi, cari lettori.


 

 

lunedì 3 maggio 2021

Pensiero per Rudy


 

"Da quassù la Terra è bellissima, senza frontiere né confini".

 Jurij Gagarin

 Da “quaggiù” la Terra senza di te è meno bella…

 Ciao Rudy

WazzAldo

 

La libertà, o Sancio, è uno dei doni più preziosi dal cielo concesso agli uomini: i tesori tutti che si trovano in terra o che stanno ricoperti dal mare non le si possono agguagliare: e per la libertà, come per l'onore, si può avventurare la vita, quando per lo contrario la schiavitù è il peggior male che possa arrivare agli uomini. Io dico questo, o Sancio, perché tu hai ben veduto co' tuoi occhi le delizie e l'abbondanza da noi godute nel castello or or lasciato; eppure ti assicuro che in mezzo a que' sontuosi banchetti e a quelle bevande gelate, sembravami di essere nello strettoio della fame. Io non gustava di alcuna cosa con quella soddisfazione con cui gustata l'avrei se fosse stata mia propia, mentre l'obbligo del dovere e della retribuzione ai benefici ed alle grazie ricevute sono altrettanti legami che non lasciano campeggiare l'animo libero. Beato colui cui ha dato il cielo un tozzo di pane senz'altro obbligo fuor quello di essergli grato.

 Miguel Cervantes di Saavedra - Don Chisciotte (libro II)



sabato 1 maggio 2021

Antonio Papagni-"Dai Led Zeppelin allo Zen", di Fabio Rossi


Libro: Dai Led Zeppelin allo Zen

Autore: Antonio Papagni

Casa editrice: CartaCanta Editore

Anno: 2017

Commento di Fabio Rossi


Ho conosciuto Antonio Papagni all’incirca tre anni fa, avendomi contattato per acquistare il mio primo libro “Quando il Rock divenne musica colta: Storia del Prog”. Quando lo incontrai di persona, percepii subito che aveva tantissimi punti in comune con me, oltre all’inveterata passione per la musica rock degli anni Settanta. Ebbi modo di ritrovarlo in occasione della presentazione del saggio di Alessandro Staiti dedicato al primo album dei King Crimson. Mi confessò di essere rimasto colpito dalla mia opera, specie nella parte riguardante i ricordi e le riflessioni personali afferenti il periodo irripetibile del Prog. Mi mise, altresì, al corrente che aveva in mente di scrivere e pubblicare un libro che raccontasse il suo percorso interiore dedito all’indefessa ricerca di risposte sulle grandi tematiche dell’esistenza; i responsi definitivi, ovviamente, permangono sconosciuti anche ai più grandi teologi, filosofi, sociologi e scienziati della terra ma, trattare un argomento così intrigante, rivolgendosi in modo particolare ai giovani, l’ho trovata un’idea mirabilmente azzeccata.

In questa sua prima fatica letteraria intitolata “Dai Led Zeppelin allo Zen” per CartaCanta EditoreAntonio ha voluto citare nella corposa bibliografia anche il mio saggio sul rock progressivo, come riprova di quanto lo abbia ispirato e di questo voglio pubblicamente ringraziarlo.

Il libro è diviso in capitoli che vanno dal 1972 al 1990, nei quali l’autore raduna e riporta con dovizia di particolari le diverse esperienze del suo personale cammino, durante il quale ha attinto e trovato linfa vitale in varie forme d’arte, tra cui la musica e la letteratura. Sulla copertina campeggia un dirigibile… già, perché la sua ricerca comincia con lo stratosferico “Led Zeppelin II”, infarcito di quei suoni aggressivi, energici e mai ascoltati prima d’allora, al quale Antonio attribuisce il merito di averlo trasportato in una dimensione diversa, sancendo il suo definitivo passaggio all’adolescenza. L’inebriarsi per ore e ore di quella musica ha aperto percorsi nuovi verso mete sconosciute nelle quali, chissà, avrebbero potuto trovarsi le soluzioni all’inquietudine interiore che lo attanagliava.

Il libro si snoda sul sentiero delle emozioni da lui provate ogni qualvolta si sia avvicinato a qualcosa di “magico” in grado di eccitarlo, renderlo “diverso dagli altri” e proiettarlo in un’altra dimensione: il suo amore per le opere di Hemingway, una tra tutte “Per chi suona la campana” che gli permise di toccare la sua “più profonda interiorità”, di Joyce e ancora la musica protagonista con il live per antonomasia, “Made in Japan” dei Deep Purple“Trilogy” degli ELP (“suonava come una tempesta”) e poi Jethro TullSantanaYesFrank Zappa… in un caleidoscopio di nomi che solo a pronunciarli fanno venire i brividi e tra cui spicca quello dei King Crimson, uno dei più grandi amori di Antonio. Il racconto del suo primo concerto al Palasport di Roma il 10 marzo 1973, dell’adrenalina che lo invadeva nel vedere all’opera BlackmoreGillan e compagni, colpisce come un pugno nello stomaco, ti sembra di essere lì in prima persona, proprio in quel momento. L’ultimo capitolo, il 1990, con l’approccio alla filosofia Zen, conclude il libro ma, ritengo che l’autore avrebbe potuto spingersi oltre, fino ai giorni nostri, perché l’ansia di conoscere non abbandonerà mai noi eterni giovani e sempre con l’animo in fermento. “Mi sembrava che un’epidemia avesse colpito la gente, malattia che si manifestava come perdita di forza conoscitiva, come automatismo che tendeva a livellare. Avevo il dubbio che fossi io a esagerare l’importanza e la portata di tali espressioni artistiche” … no, caro Antonio, non esageravi, era proprio così.

Mi sono davvero entusiasmato nella lettura di “Dai Led Zeppelin allo Zen” perché, seppur seguendo strade differenti (preferivo Hesse ad Hemingway e “Led Zeppelin I” al II… ma sono meri dettagli), ha aperto il cuore del sottoscritto facendo riemergere come da un fiume in piena i ricordi di un tempo incantato che non esiste più e che proprio per questo va raccontato ai posteri e a chi per un qualche motivo non c’era…

Antonio sta per pubblicare la sua seconda opera letteraria e sono certo che mi affascinerà come la prima.