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venerdì 31 gennaio 2025

Giovanni Luca Valea: commento all'album "Un ultimo bicchiere"


Giovanni Luca Valea -Un ultimo bicchiere

La Stanza nascosta Records


Quarto lavoro in studio per il cantautore e poeta Giovanni Luca Valea, anticipato dal suggestivo singolo Dicembre, metà, testo di Valea e musica di Valea e Virginia Settesoldi, compositrice e strumentista (che ha curato anche gli arrangiamenti del pezzo) dal tocco delicato, tra classicismo e nuova modernità.

Virginia Settesoldi firma anche la musica della struggente Chissà se senti il vento. Negli altri brani si sente molto forte l’impronta immaginifica del produttore Salvatore Papotto, coautore delle musiche (in alcuni casi unico autore) e arrangiatore.

Spruzzate di elettronica e inflessioni rock si avvertono in un lavoro ispirato, nel quale melodia e testi si intrecciano in modo quasi alchemico.

Menzione speciale per La leggenda, vera perla dell’intero lavoro.

Dopo Iniziali (La Stanza Nascosta Records, 2021), La disciplina del sogno (La Stanza Nascosta Records, 2023) e Canzoni (La Stanza Nascosta Records, 2023), Un ultimo bicchiere sembra segnare la raggiunta maturità artistica di Valea, che fin dall’inizio ci ha abituato a testi dalla forte fibra poetica e che trova qui una sua più delineata identità anche sul piano vocale.

Sulla scia di Léo Ferré, Valea prosegue il suo prezioso flusso creativo.


NOTE BIOGRAFICHE E CREDITI




 

martedì 28 gennaio 2025

RocKalendario del secolo scorso: Gennaio, di Riccardo Storti

 


RocKalendario del secolo scorso – Gennaio

Di Riccardo Storti


1955 – Un’apparizione che farà storia, perché, nella classifica dei titoli più venduti del Regno Unito, fa capolino un evergreen del nascente rock’n’roll: Rock Around the Clock di Bille Haley and the Comets

È il 1° gennaio e l’anno inizia con un orologio che scandisce un ritmo totalmente nuovo in UK: tutta colpa di uno scombinato pennellone un po’ sovrappeso, con un irresistibile tirabaci in fronte, che sbanca, nonostante negli States la hit girasse tra radio e balere da oltre un anno e mezzo.

 

1965 – Il 15 gennaio esce il singolo degli Who, I Can’t Explain; in realtà, ad essere precisi, si tratta della prima uscita britannica, perché l’esordio per la Decca avvenne alla fine del 1964 su suolo americano. Un inizio importante perché è la prima volta che Townshend e i suoi escono con la sigla The Who.

E la canzone è un bel pugno sullo stomaco: al di là dell’approccio hard’n’garage con un sonoro riff tonante alla Kinks, I Can’t Explain colpisce per un testo anticonformista, teso ad illustrare il senso di incomunicabilità delle nuove generazioni di fronte alle assurdità di una vita quotidiana vessata da regole ipocrite e comportamenti studiati. Inizialmente sembra solo una canzonetta d’amore, ma, tolta la scorza, i cuoricini beat sono solo un pretesto…

“Ho detto che non so spiegare

Mi stai facendo uscire fuori di testa

Be’, sono un tipo inquieto

Ho detto che non so spiegare”

 

È il prologo naturale di My Generation 

1975 – Il ritorno di Bob Dylan con Blood on the Tracks, album in studio pubblicato il 20 gennaio, dopo quasi due anni di silenzio discografico (se si eccettua il live Before the Flood del 1974, il menestrello – ormai – elettrico, mancava tra i vinili da quel Planet Waves del 1973). Un LP sofferto sotto molteplici punti di vista: c’è chi sostiene che i contenuti siano figli della recente separazione dalla prima moglie Sara Lownds, benché Dylan abbia da sempre smentito tale frangente, sottolineando, invece, un’ispirazione dai Racconti di Cechov. 

Al di là ciò, pur restando Blood on the Tracks uno dei migliori prodotti del cantautore statunitense nel decennio, la realizzazione dell’opera visse non poche traversie dovute ad un perfezionismo e da un’insicurezza dell’autore quasi maniacali. Mai contento degli arrangiamenti, Dylan arrivò a registrare alcune canzoni più volte, servendosi di quasi una ventina di musicisti di sala, nonché di almeno 3 tecnici del suono.

1985 – Siamo nell’anno del LIVE AID. Aiutare l’Africa e il Sud del mondo concretamente è diventato un dovere. Ci avevano già pensato un mese prima, sotto Natale, Bob Geldof, Midge Ure a altri artisti britannici con Do They Know It’s Christmas. Il 21 gennaio agli Hollywood's A&M Studios di Hollywood, su iniziativa di Harry Bellafonte, nasce il supergruppo USA FOR AFRICA: ci sono Lionel Ritchie, Ray Charles, Bob Dylan, Michael Jackson, Bruce Springsteen, Diana Ross, Stevie Wonder, Smokey Robinson, Billy Joel e molti altri ancora. 

Che stanno combinando? Semplice: entrano in studio per registrare We Are the World che verrà pubblicata il 7 marzo. La direzione degli arrangiamenti sarà affidata a Quincy Jones; tra i turnisti in sala Jeff Porcaro e David Paich dei Toto e il vecchio Ian Underwood delle Mothers of Invention di Frank Zappa. Naturalmente venne chiamato anche Bob Geldof. Il disco vendette 8 milioni di copie solo negli USA, raggranellando oltre 11 milioni di dollari donati in beneficenza (a cui si arriva a 63 milioni del fundraising generale – fonte).

1995 – 30 gennaio. E fu così che i Porcupine Tree diventano qualcosa di più rispetto ad un’invenzione del talentuosissimo Steven Wilson. È un gruppo, quello in The Sky Moves Sideways, in cui le varie personalità della line-up offrono contributi precisi (soprattutto nella collettiva Moonloop). 

Punto di riferimento di Wilson e compagni, restano i Pink Floyd ma il veicolo neo-psichedelico dei Porcupine Tree riesce ad andare oltre, in un’elaborazione sempre più complessa e personale del sound che caratterizzerà gli album a venire. Si dice che sia il corrispettivo anni Novanta di Wish You Were Here dei Pink Floyd, sia per impianto concept, sia per afflato lirico. D’altra parte, iniziare il disco con una title track di oltre 18 minuti non è da tutti. Oddio: lo è nel progressive rock che, proprio da qualche anno, sta cominciando a rialzare la testa.






venerdì 24 gennaio 2025

DeaR - Gli Altri - Commento di Luca Paoli


 

DeaR – Gli Altri (Music Force / Egea Music, 2024)

Di Luca Paoli

 

Ascoltare un nuovo album è sempre un’esperienza intima per chi, come me, vive la musica tra le mura di casa. “Gli Altri”, di Davide Riccio, alias DeaR, non è solo una raccolta di canzoni, ma una finestra che si apre su paesaggi sonori complessi e vibranti ed estremamente vari. Ogni traccia sembra avere il potere di riscrivere il silenzio della stanza, trasformandola in un luogo dove passato, presente e futuro si incontrano in un abbraccio sonoro.

Davide Riccio, oltre a essere un polistrumentista e compositore, è anche uno scrittore che ha pubblicato poesie e racconti in numerose antologie e riviste dal 1985 ad oggi. Tra le sue opere letterarie figurano: Povertissemement (Genesi editrice, 2006), Sversi (Libellula Edizioni, 2008), Neumi – Cantus Volat Signa Manent (2011, Genesi editrice), Solo a Torino (Albatros, 2019), e Italian Bowie (Arcana, 2023), una riflessione su David Bowie in Italia solo per citarne alcuni.

Come musicista, ha una carriera variegata, che include collaborazioni con artisti italiani e internazionali. Ha partecipato a progetti come L'Orfeo Concluso (2006), un lavoro sperimentale con Mirco "Ashtool" Rizzi, e al progetto Voci dei Timelines (2007). Ha anche creato opere collettive come Neumi - Cantus volat signa manent (2011) e Flatland (2011, Kipple). Tra le sue collaborazioni, si segnala il lavoro con Roulette Cinese (Chinese Pop, 2012), Philippe Blache di Day Before Us (Script Of A Journey Through The Time-Image, 2015) e Deadburger (La chiamata, 2020) e molto altro.

Se il precedente “DeaR Tapes si focalizzava sulle sonorità e le atmosfere degli anni '80, segnando un tributo a quell'epoca musicale attraverso una prospettiva personale ed evocativa, in questo nuovo lavoro DeaR scandaglia i suoi anni ’90.

Il nuovo album si sviluppa su tre dischi per un totale di 58 tracce che, pur essendo profondamente legati da un filo emotivo comune, offrono esperienze differenti, come se ogni parte dell’album fosse un capitolo di una storia che cambia continuamente direzione. La sua lunghezza potrebbe intimorire inizialmente, ma… non ci si annoia, perché ogni traccia invita ad una nuova scoperta, con il suo caleidoscopio di suoni, testi e atmosfere.

A seguire vengono prese in considerazione tre tracce per CD, quella che hanno maggiormente colpito lo scrivente.

Dal primo dischetto, che prende in esame un periodo che va dal 1991 al 1995, emerge “Zenkiai”, brano strumentale dal ritmo deciso e denso di suggestioni … sembra di ascoltare un’orchestra e, per questo, appare molto interessante il lavoro fatto sull’arrangiamento.

Si cambia decisamente percorso con la cantautorale “La strada è lunga” dove il protagonista evidenzia che è meglio prendere strade secondarie e deserte dalle mete solitarie e più incerte.

Ritmo ed elettronica si impossessano della quasi Funky “Kholbar”, a dimostrare la varietà compositiva di Riccio ma anche la grande maestria nella cura dei suoni.

Il secondo cd va a scovare nel periodo tra il 1996 e il 1998 e qui la musica si fa più sperimentale ed articolata, a dimostrare la maturità di scrittura raggiunta e la voglia di progredire di Riccio.

Non mancano però le ballate come “Verrà il giorno”, attraversata da umori psichedelici con la voce di DeaR assolutamente protagonista ed una orchestrazione veramente di ottimo livello.

Apprezzabile “Chanson pour Jaques Breil”, tuffo nella canzone d’autore francese che Riccio dimostra di saper padroneggiare molto bene e con il giusto grado emozionale.

Si cambia completamente con il ritmo carioca di “Non farti cadere le ali”, che mostra anche ottimi arrangiamenti vocali e un violino che si inerpica su un arrangiamento davvero indovinato.

Il periodo che vede protagonista il terzo cd va dal 1998 al 1999 e vede un ulteriore salto di qualità e un percorso che porta sempre di più verso sonorità impegnate e sperimentali, dove il sapiente uso dell’elettronica gioca un ruolo importante, come in “Un olandese Volante”, scandita dai pulsanti beat della batteria elettronica e da arrangiamenti sempre più ricercati.

Torna la psichedelia in “Raga Jana” a tenere un filo conduttore col passato … brano che una volta che ti entra in circolo non ti esce più.

Il sax ricama la bella ballata “Kaspar Hauser” dove la voce di DeaR viene sostenuta da un ottimo tessuto strumentale e dal piano che va ad addolcire il beat elettronico.

Tutti i brani sono di ottima qualità artistica e si consiglia di ascoltare il lavoro nella sua interezza per apprezzare il percorso artistico di DeaR senza il timore di annoiarsi.

L’evoluzione musicale di Davide Riccio è ben rappresentata in questo enorme lavoro che presenta le mille facce e sfumature di un artista che si è sempre messo in gioco osando andare oltre dove in tanti non hanno avuto il coraggio di farlo … consiglio a tutti coloro che credono che la musica di qualità nel nostro Paese esiste anche se non promossa come si dovrebbe di buttarsi senza timore nella musica di questo artista … sono sicuro che ne verrete ripagati con la moneta della qualità.

Buon ascolto.

 

Track list:

CD 1

1.    L’orologio da rote

2.    Volta per volta

3.    Ma poi non arrivi mai

4.    Per esserci al mondo

5.    Zenkiai

6.    Gira e rigira

7.    In un istante

8.    L’opera al rosso

9.    Vedo marrone

10.  Dietro che tipo di muro stai?

11. Bacio di Cyrano

12.  La strada è lunga

13.  Zygoun

14. L’eterno ritorno

15.  AAA nessuno cercasi

16.  Kholbar

17.  TGV Eurostar

18. Ombra della sera (Da solo a solo)

 

CD 2

1.    Canzona a un flautin

2.    Ipse dixit (Ah! Ah! Ah! Ah!)

3.    Eloi e Morlock

4.    Cyborg punk pogo

5.    2025

6.    Sarajevo

7.    Verrà il giorno

8.    Tingel Tangel

9.    Il grande fumo

10. Yeah!

11. Il sogno di un uomo ridicolo

12. Vodka

13.  Chanson pour Jacques Brel

14.  Cherchez la femme

15.  Swinging London

16.  Non farti cadere le ali

17. Kalimantan

18. Gamelan

19. Le scatole incalzanti

20. Poesie quasi zen

21. Le occasioni perdute (Ci resta il cuore)

22. A suivre

 

CD 3

1.    Quest’è colui che il mondo chiama amore

2.    La tua stanza

3.    Magnitizdat

4.    L’olandese volante

5.    Taj Mahal

6.    Samskara

7.    Raga Jana

8.    Genio? Non si dice!

9.    Il a du se passer quelque chose

10. Tativille

11.   Satiesques (Musiche per la segreteria telefonica)

12.  Flow

13.  2M

14. Timisoara (In remebrance of)

15.  Senza titolo per ora

16.  Kaspar Hauser

17.   Come niente sembra

18.  Sonata per organo

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

martedì 21 gennaio 2025

È mancato Gianni Bianco, bassista dei Circus 2000


 
Oggi, all’improvviso, la telefonata che non vorresti mai ricevere.
I ricordi, prepotenti, che riaffiorano.
Ora sei col tuo idolo Jaco, con gli amici Dede e Louis…
Resta la bellezza delle cose che abbiamo fatto insieme, quella nulla la può toccare.

Ciao Gianni, amico mio, compagno di tante avventure.

Silvana Aliotta




Ricordando Francesco Di Giacomo


21 gennaio


“La musica come sottofondo per me diventa come una zanzara come un insetto

In studio abbiamo grandi altoparlanti e per me è così che la musica dovrebbe essere ascoltata

Quando ascolto musica, voglio solo ascoltare musica”

(David Lynch)

 

Ci sarai sempre. Buon viaggio Capitano!

Wazza

 

Il ricordo di Gianni Marsili

Un giovedì di fine luglio era in programma una serata che avevo dedicato a tutte le etnie presenti a Roma. L’avevo intitolata “Popoli”.

Piazza Santa Maria in Trastevere era gremita di folla, attenta, partecipe all’esibizione dell’”Orchestra di Piazza Vittorio”, questa bellissima orchestra di quaranta artisti provenienti da tutto il mondo, di tutte le etnie e di tutti i colori.

Ricordo tutto ancora con la stessa emozione.

A un certo punto del concerto, la figura ben nota di Francesco di Giacomo, del Banco di Mutuo Soccorso, si fa strada sul palco. La sua figura è inconfondibile, il suo modo di essere lo rendono subito riconoscibile, e la piazza gli tributa di getto un applauso spontaneo, quasi pregustando qualcosa di importante e di inedito.

...E la magia inizia.

L’orchestra riprende a suonare: suoni di paesi lontani, suoni che disegnano tramonti senza fine in cieli senza orizzonti. Poi, Francesco, con un filo di voce, quasi sussurrando, comincia a cantare… 

Quanta pena stasera1

c’è sur fiume che fiotta così disgraziato chi sogna e chi spera tutti ar monno dovemo soffri’

Silenzio nel pubblico: la piazza ascolta, ammutolita, forse un po’ sconcertata. I venditori ambulanti si fermano; anche se intenti al loro lavoro, si rendono conto che sta accadendo qualcosa e anche loro ascoltano.

Mi guardo attorno: un bambino smette di giocare, le coppiette si danno di gomito in un momento di intima complicità; perfino i palloncini in aria sembrano immobili nel ponentino romano. Sono convinto che molti, in quel momento stanno trattenendo il respiro.

Er barcarolo va controcorrente

1 Sono le parole di “Er barcarolo romano”, canzone molto amata a Roma e che è stata interpretata dai più grandi cantanti romani, come Claudio Villa, Lando Fiorini, Gabriella Ferri, etc.

e quanno canta l’eco s’arisente dice sì è vero che tu dài la pace boiaccia fiume je l’hai data tu

Adesso tutti volgono la loro attenzione verso il palco: gli artisti di strada, i clown, i suonatori ambulanti ai lati della strada o sparsi tra la folla...; anche quelli che sono impegnati in altre attività, come i camerieri che stanno servendo ai tavoli, tutti alzano la testa incuriositi.

Nell’aria c’è magia. Si sente, si tocca quasi con mano. Il popolo di Roma percepisce la tensione e ne assapora il piacere.

Più d’un mese è passato 

da una sera che dissi “A Ninè quest’amore ormai è tramontato.” Lei rispose “Lo vedo da me”

Sul palco, Francesco continua a cantare; nonostante la sua mole sembra essere diventato piccolo, irrilevante, mero strumento di un attimo di magia, di un sogno d’estate, che l’orchestra accompagna in un inedito arrangiamento, umile anch’essa affinché il miracolo non si guasti.

Quaranta musicisti da tutto il mondo, di tutte le etnie, e un cantante romano: per qualche momento Trastevere è il centro del mondo.

La luna da lassù fà capocella rischiara il viso a Ninetta mia bella me voglio sperde solo giù per fiume così chi t’ama more assieme a te.

Anche l’ultima nota scende su una piazza muta, rapita. Nessuno osa ancora interrompere l’incanto.

Per almeno cinque secondi non si sente un suono, poi, timidamente, un incerto battito di mano, poi qualche applauso sparso, un po’ più forte... Infine, come un argine che si rompe, l’esplosione, l’urlo liberatorio: la folla dà finalmente sfogo alle emozioni trattenute in un’ovazione senza fine.

Alla fine, qualcuno chiede urlando anche il bis, ma come è possibile ripetere un miracolo?

Era la festa de Noantri del 2007, ma mai, come in quel momento, era veramente la festa di tutti.

FRANCESCO grazie e arrivederci.





lunedì 20 gennaio 2025

OZZY OSBOURNE: accadeva il 20 gennaio del 1982


«Immediatamente sentii che qualcosa stava andando male. Molto male. Per prima cosa, la mia bocca si riempì immediatamente di questo liquido caldo e torbido, con il peggior retrogusto che si potesse immaginare. Potevo sentirlo macchiarmi i denti e corrermi giù per il mento. Poi la testa nella mia bocca si contrasse»
(Ozzy Osburne)

Era il 20 gennaio 1982 quando i giornali musicali riportarono questa "allucinante" notizia (a seguire).

Di tutto un Pop…
Wazza


(dalla rete)

È il 20 gennaio del 1982. Siamo a Des Moines, nell' Iowa. Sul palco del Veterans Memorial Auditorium stasera c’è OZZY OSBOURNE. Siamo nel bel mezzo del tour "Diary Of A Madman", a supporto dell’omonimo album, il secondo della carriera solista del rocker inglese dopo il divorzio dai Black Sabbath. Ad un certo punto, un tale Mark Neal, spettatore con il gusto dell’horror, getta sul palcoscenico un pipistrello. 
Ozzy, pensando che quello scagliato dal suo fan sia un animale giocattolo, lo raccoglie e lo azzanna con forza staccandogli di netto la testa. “Al momento non ho capito" racconta Osbourne, “mi sembrava finto, di plastica. Per questo, con un gesto plateale, l’ho voluto mordere. Invece, il povero pipistrello era vivo e vegeto, soltanto era semisvenuto, presumibilmente scioccato dal rumore. Appena l’ho azzannato, le sue ali hanno cominciato a muoversi e lui ha cercato di divincolarsi. Ma ormai i miei denti si erano infilati e gli ho mozzato la testa”.

Terrorizzato dall’accaduto, Ozzy viene ricoverato in ospedale. “Quella è stata la parte peggiore della serata” ricorda. “Ho dovuto fare un’iniezione antirabbica, molto dolorosa… Poi, però, per fortuna il tutto è finito bene”.

Neanche due anni prima, Ozzy (dopo aver firmato il suo primo contratto discografico senza Black Sabbath) aveva deciso di festeggiare l’evento liberando alcune colombe bianche. Ma, visto che nessuno prestava attenzione al suo gesto, aveva acchiappato una povera colomba e (esattamente come con il pipistrello sul palco di Des Moines) l’aveva azzannata e decapitata.

Secondo il mensile Rolling Stone, l’incidente di Ozzy con il pipistrello è al secondo posto nella classifica dei “Miti più selvaggi nella storia del rock”.