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lunedì 18 maggio 2020

Effetto Memoria: Osanna -Wishlist Club, Roma, 12 aprile 2018


Effetto Memoria: Osanna (Wishlist Club, Roma, 12 aprile 2018)
Un ricordo “a quattro mani” di Davide Petilli ed Enrico Meloni

Quando ho proposto a Davide, amico di lunga data, di contribuire all’articolo della rubrica “Effetto Memoria” riguardante il concerto degli Osanna di Roma di due (!) anni fa, la controproposta è stata “perché non ci facciamo una chiacchierata, informale, sul concerto?
Ecco il risultato di questo inaspettato e piacevole scambio di vedute sul concerto e su molto altro ancora. In the name of Prog!

Davide: Serata di gala del miglior prog italiano con spettatori di lusso al Wishlist per il concerto degli Osanna.
Concerto reso ancora più bello se visto da due amici che si conoscono ormai da 15 anni e hanno condiviso tante esperienze e tante passioni in comune: in primis quella della musica.
Ora, non so te Enrico, ma per me gli Osanna rappresentano tanto nel mio mondo “Italian prog”. Un mondo vasto, spesso immenso, con mille dispute su nomenclature e vari sottogeneri. Un prog meno barocco e cupo di altri gruppi loro contemporanei, che risente delle chiare influenze latino-mediterranee tipiche di Napoli.
A me trasmettono proprio energia positiva pure quando suonano tematiche “serie”. Rappresentano un bel punto di incontro che trova il suo apice in “Oro Caldo”, anche se l’hanno eseguita in versione ridotta questa sera. Che ne dici tu?

Enrico: Dico che hai ben ragione, amico mio. Un prog energico, estremamente vivace, a modo suo avanti anni luce sui tempi e sempre interessante e vario, anche in quegli album più “snobbati” dalla critica... il cui demerito è forse solo quello di essere stati pubblicati dopo un trittico di autentici capolavori quali “L’Uomo”, “Preludio, Tema, Variazioni e Canzona” e “Palepoli”?
Che dire poi del pionieristico ruolo nel disegnare un nuovo modo di presentarsi sul palco, con tanto di face-painting? Ricordo che, quando ero ancora al liceo, un amico mi disse che prima dei Kiss c’era stata una band italiana “di quegli anni lì” a usare il trucco che coprisse tutta la faccia… lo guardai quasi stizzito.
Ma che ne potevo sapere, allora, che questa band mi avrebbe poi letteralmente rapito negli anni dell’università a Genova, proprio grazie all’album “Preludio, Tema, Variazioni e Canzona”, indissolubilmente associato al film “Milano Calibro 9”, e a un certo immaginario noir legato ai libri di Giorgio Scerbanenco, di cui mi nutrivo quando li ho scoperti? Gli Osanna sono una delle prime del prog italiano che abbia mai conosciuto e approfondito.
Erano gli anni in cui scoprivo anche i Calibro 35, notevole band italiana che ai film poliziotteschi anni ‘70 si rifa(ceva) in modo abbastanza evidente, almeno agli inizi (“Bouchet Funk” vi dice qualcosa?). La scoperta degli Osanna mi ha aperto un mondo.

Nel corso della serata intitolata “Da Milano Calibro 9 a Live in Japan”, assistiamo alla proiezione di alcune sequenze dal film-documentario “Down by Di Leo. Viaggio d’amore alla scoperta di Fernando Di Leo” di M. Deborah Farina (presente in sala), dedicato alla vita di Di Leo, regista di “Milano Calibro 9”, più una imperdibile riproposizione della colonna sonora del film (ossia il secondo album in studio degli Osanna) con tanto di scene salienti del film. Non manca una ricchissima carrellata di brani storici della band napoletana.

E tu che sei ormai de Roma, che mi dici del Wishlist, la venue del concerto? Ricordo che l’abbiamo trovata alla fine di una stretta via dove c’erano diverse marmerie, ho come un vago ricordo di pezzi di lapidi o simili lasciati un po’ qua e là per strada...

Sì, una viuzza davvero particolare tra il Verano e San Lorenzo. Io sarò di parte ma ho sempre ottimi ricordi del Wishlist. Vivendo a Roma, ci vado quelle 4-5 volte l’anno e non mi delude mai. Locale non enorme, senza fronzoli, con un’ottima acustica e il fonico resident Marco Raffo è molto bravo.
Il club è inserito in un contesto molto caro a musicisti e studenti. San Lorenzo è un quartiere storicamente operaio con un’anima profondamente cambiata negli ultimi anni in parte dalla gentrificazione.
Dopo questo excursus socio-antropologico, se non ricordo male per te è stata la prima volta al Wishlist, vero?

Sicuramente la prima volta… e spero non l’ultima! Mi trovavo a Roma in occasione della conferenza per amanti della programmazione Codemotion (ciao Ale!), ma ho sempre amato molto le infinite possibilità che il dover viaggiare può fornire quando si tratta di mischiare una trasferta di lavoro con la musica live ed eventi che mi interessano. E così è stato.
Ho un ottimo ricordo del Wishlist, locale in cui l’acustica è stata pressoché perfetta per tutta la serata. Per non parlare del prima e del dopo… paninozzi belli ignoranti e qualche birretta. Cosa puoi chiedere di più?
Ricordo anche la presenza di un tuo collega, fan del prog con qualche anno più di noi ma con uno spirito giovanile perfettamente intatto. Un trio d’eccezione per una serata indimenticabile.
Ed è anche probabile che abbiamo contribuito ad abbassare un po’ l’età media dei frequentatori abituali dei concerti prog, che ne pensi?

Mitico il mio collega Stefano, un’anima rock resta “forever young” come direbbero gli Alphaville. Sinceramente un aspetto che mi fa sempre piacere e che mi fa sentire meno mosca bianca è l'abilità e l’intelligenza con le quali gli Osanna sono riusciti ad allargare la loro platea ad un pubblico più eterogeneo rispetto agli standard del genere. Era sì certamente presente la “storica guardia” cresciuta con quegli album storici e più o meno coetanei di Lino Vairetti, tuttavia credo tu potrai confermare che c’era un buon numero di persone nella fascia di età 30-40 e una preponderanza maschile non troppo schiacciante.

Sì, questa volta il pubblico era bello variegato, sia per genere che per età.
Lino stesso si è circondato di giovani per continuare a portare avanti il progetto Osanna, musicisti preparatissimi tra cui il figlio Irvin, che non si risparmiano affatto sul palco, regalando uno show coi fiocchi.

Visto che parliamo di giovani (e meno giovani), ne approfitto per presentare la band: Lino Vairetti, fondatore, cantante, chitarrista, armonicista e artista a tutto tondo (è anche insegnante di scultura, scultore e fotografo), unico membro originario del primo nucleo degli Osanna, è oggi accompagnato da una formazione affiatatissima, in cui troviamo Gennaro Barba alla batteria, Nello D’Anna al basso, Sarà Priore alle tastiere, Pako Capobianco alla chitarra, e il figlio Irvin Vairetti ai synth, coadiuvati dall’ingegnere del suono Alfonso La Verghetta.

Tornando al pubblico in sala, è stato divertente fare “Indovina chi?” avendo notato tra il pubblico alcune delle star del prog tricolore.
Queste rispondono ai nomi di Jenny Sorrenti, Claudio Simonetti e Gianni Leone. Se della prima purtroppo non abbiamo aneddoti divertenti da raccontare, per gli altri due sicuramente sì.

Ebbi già occasione di incontrare Claudio a Londra in occasione della riproposizione di “Suspiria” e “Profondo Rosso” con tanto di colonna sonora suonata dal vivo in due occasioni diverse (ciao Matteo!).
Lino Vairetti dal palco poi continuava a chiamarlo “Enrico Simonetti”, il che aggiungeva quel pizzico di trash a una serata già divertente di suo.


Ahaha! Ricordo il fatto che continuava a chiamare Claudio Simonetti con il nome del padre (Enrico).
Guarda, si potrebbe fare un effetto memoria “binario” perché nel febbraio 2019 andai al Teatro Parioli di Roma (quello del Costanzo Show, esatto!) a vedere il grande Carl Palmer accompagnato in “Lucky Man” proprio da Lino Vairetti:


Concluso il concerto di Palmer, la chiusura della serata fu affidata a Goblin. Uno show pazzesco durato complessivamente tre ore.
Le composizioni di Claudio Simonetti sono davvero immortali, tuttora attuali nel loro sound decisamente avanguardista dell’epoca, rese famose soprattutto dal sodalizio con il maestro del cinema del brivido Dario Argento.
Ed è giusto citare, nella serata che stiamo ricordando insieme, il grande Gianni Leone presente al concerto e davvero in splendida forma. Personalmente reputo l’album “YS” dei Balletto di Bronzo davvero geniale, una pietra miliare del genere.
Incontrarlo di persona e parlare con lui a ruota libera di argomenti random è stato davvero piacevole e divertente. La tematica web e social è stata l’apoteosi, con Gianni che si lamentava (non a torto) della tempesta di foto con gattini e “buongiornissimo kaffè” che tempestano il web e la sua casella messaggi di Facebook. Dal prog ai cuccioli batuffolosi il passo è veramente e inspiegabilmente breve!

Ma torniamo al rapporto tra gli Osanna e il cinema. Come già detto, un collegamento abbastanza naturale è poi quello tra la band napoletana e il film “Milano Calibro 9”. Non a caso la locandina del concerto e i video proiettati erano tratti da quel film.
Loro crearono la colonna sonora di quello che è considerato un vero e proprio cult del cinema italiano per quel genere noir-poliziottesco. Uscì nel 1972 in pieni anni di piombo e ha ispirato fortemente un certo Quentin Tarantino, di cui torneremo a parlare in seguito.
Io forse sarò di parte ma l’intro del film è tra le più belle del cinema italiano per ritmo, inquadrature e ovviamente… musica!
Francamente non riuscirei a pensare a quella intro così ben fatta senza QUELLA musica degli Osanna. Tu che rapporto hai con la musica nei film, e che ne pensi di questa in particolare?

Siamo dinanzi a un classico dei classici della musica nei film, con degli splendidi arrangiamenti curati dal maestro Luis Bacalov, già all’opera con altre band prog di quegli anni album “Concerto Grosso per i New Trolls” dei New Trolls (1971) e “Contaminazione” de Il Rovescio della Medaglia (1973). Che trittico!
Quella sequenza di cui parli, l’inizio del film, è a dir poco sublime, e all’interno dello stesso film non possiamo tralasciare il balletto di Barbara Bouchet…
In generale non sono un fan esagerato delle colonne sonore, ma ci sono casi in cui la compenetrazione tra musica, immagini, trama e recitazione danno vita a momenti davvero esaltanti. E stasera, ovviamente, è uno di quei casi.
Una riproposizione abbastanza fedele all’originale, questa volta, senza troppi stravolgimenti o riarrangiamenti. E poi riascoltare queste musiche con la proiezione del film, violentissimo, che scorre dietro al palco mentre la band suona… fa un effetto davvero incredibile e che mi emoziona ancora dopo due anni.

A proposito di Quentin Tarantino… Tu sei un suo grande fan o sbaglio? Si sa che gli anni ‘70 italiani sono stati di grande ispirazione per il regista di “Pulp Fiction”.

Senza voler fare l’esperto di cinema (non lo sono e ne è pieno il web), penso che Tarantino sia davvero straordinario.
In lui ho sempre visto un amore per il nostro Paese e un’autentica ricerca nel rielaborare e interiorizzare concetti e stili appresi dal cinema italiano, tra cui Di Leo appunto e il maestro Sergio Leone, l’indiscusso inventore dello “spaghetti western”.
Il periodo d’oro di questo filone fu indiscutibilmente a cavallo tra gli anni ‘60 e ‘70 e sfociò anche in un sottogenere con una marcata vena comica e brillante. Tra tutti, citerei i due film di Trinità con la mitica coppia Bud & Terence.
Senza divagare ulteriormente ma sempre a proposito di western, hai citato prima lo straordinario Luis Bacalov. Beh, sai, l’ho scoperto relativamente da pochi anni e devo dire che si annovera davvero tra quegli artisti versatili e poliedrici nella composizione. Fece anche il main theme di “Django”, film western di Sergio Corbucci (1966), il cui cantante era pensate Rocky Roberts. Sì, proprio la voce di “Stasera mi butto e “Sono tremendo” (a mia madre starà scendendo qualche nostalgica lacrimuccia).
Il film “Django”, guarda caso, venne poi preso come spunto sia nel titolo che nel main theme ancora una volta da Tarantino per il suo “Django Unchained” uscito nel 2012.
“Tutto goingide alla perfezione!” direbbe il nostro vate Lino… Banfi in questo caso!
Tornando semiseri (mai del tutto, non sia mai), la cosa che mi è sempre dispiaciuta, ma che è ineluttabile, è che certe intuizioni quali il face-painting (a cui accennavi tu sopra) degli Osanna, o cinematografiche di Di Leo o di Corbucci, siano diventate veramente famose e apprezzate solo in seguito a degli omaggi più o meno palesi di artisti internazionali quali i Genesis, i Kiss o Tarantino.
La mia non è una critica nei loro confronti, anzi, sono stati intelligenti e onesti in quanto hanno sempre ammesso le loro fonti d’ispirazione. Tuttavia, a volte nella mia mente pindarica, mi chiedo cosa sarebbe successo se Corbucci, gli Osanna e altri avessero avuto l’inglese come lingua madre e di conseguenza una platea più estesa e visibile?
Domanda da un milione di dollari, ma mi andava di farla e chiedere una tua opinione.

… Sarebbero forse i vari Genesis, Kiss o Tarantino!
Ma a parte la colonna sonora di “Milano Calibro 9” ... com’è andata la serata secondo te? Che mi dici del resto del concerto?

Riguardo alla scaletta, nessuna sorpresa clamorosa. Hanno eseguito tutti i loro pezzi storici più qualche excursus in lingua napoletana oltre alla già citata “Oro caldo”.
“L’uomo”, primo loro grande successo, è stata suonata due volte e ho apprezzato il fatto che nel corso di questi anni sia stata riarrangiata e “modernizzata” nella sua versione live.
L’unica “storica” che non è stata eseguita è “Non sei vissuto mai”. Tra parentesi, si trova su YouTube una versione suonata negli studi RAI con un giovane Renzo Arbore a presentarli...


Tornando a noi, mi è dispiaciuto non sentirla ma d’altronde qualche pezzo che manca c’è sempre nella scaletta ideale di ognuno di noi e che poi non trova riscontro nella realtà.
Tra l’altro, da qualche anno c’è un sito a tutti noi ben noto ovvero setlist.fm che aggiorna le varie scalette dei concerti di tutto il mondo con una rapidità a tratti quasi spaventosa. Un sito che ammetto di guardare spesso e che se da un lato è prezioso, dall’altro “toglie” quel mix di ansia e trepidazione durante il concerto. Il classico mantra-preghiera “dai, fai quel pezzo ti prego”.


Per me il resto della serata è stata energia allo stato puro gli Osanna: una band in ottima forma che ha regalato grandi emozioni.
Gli arrangiamenti dei brani storici sono molto simili, quando non identici, a quelli registrati nell’album… tra cui “L’uomo” con basso in slap sulle note di “Purple Haze”! L'album è stato pubblicato nel 2008 a nome Osanna/Jackson ed è intitolato “Prog Family”. Jackson, per chi non lo sapesse, è David Jackson, storico sassofonista dei Van Der Graaf Generator.
Un disco fenomenale, un greatest hits dove i vecchi brani sono risuonati e riarrangiati e che ripercorre le tappe fondamentali della band partenopea.
I nostri, truccati come si confà alla loro storia e alla loro tradizione musicale, ci danno dentro e la serata scorre che è una meraviglia.
Gli Osanna sono dei maestri nell’intrattenimento: la loro anima più verace, quella vena scherzosa e quel piglio incalzante non li abbandonano mai e Lino è un ottimo frontman sotto tutti i punti di vista. E ogni tanto, tra un brano e l’altro, un bel “Fuje A’ Chistu Paese” urlato a squarciagola, incitati da Lino, non ce lo toglie nessuno!
Ripeto: una band in gran forma, che ha saputo evolversi e trasformarsi ma senza mai snaturarsi. Non è facile, in questo mondo che corre davvero troppo in fretta, non è vero? A te la chiusura, Davide.

Sì, penso che di nostalgici del “come eravamo” ne è pieno il web (altro paradosso) e invece Lino Vairetti ha dimostrato di essere personaggio social, innovatore nei suoi primi anni artistici di carriera ma con nessuna voglia di fermarsi nemmeno ora.
Gli Osanna sono fantasticamente attivi, con iniezioni di gioventù da te citate prima e con un pubblico “social” di tutto rispetto. Facebook, Instagram e Twitter sono utilizzati massicciamente e attivamente da Lino e la band. E forse è anche qui una delle risposte al perché il pubblico sia così eterogeneo. Lino ha ravvivato un passato glorioso senza però voler rinunciare a un approccio da “millennial”.
Abbiamo esempi di persone nate artisticamente negli anni ‘60 e ‘70 che hanno occupato i social. In alcuni casi con grande successo (pensate a Gianni Morandi), a volte con un effetto da “ok boomer ” ... anzi “ok boomerang”!

Ma com’è stato il concerto, nelle parole di chi l’ha raccontato due anni fa? Ecco un articolo di VeroRock scritto da Raffaele Pontrandolfi sulla serata (contiene foto della serata e la setlist completa del concerto degli Osanna):


Video tratto direttamente dal profilo YouTube di Lino, in cui la serata al Wish List di Roma viene presentata all’interno della trasmissione STRACULT: 


Che cosa è “Effetto Memoria”? Si tratta di una serie di articoli commemorativi in cui si ricordano alcuni concerti memorabili… di qualche anno fa.
Qui puoi trovare la storia completa:


Un concerto più recente…

mercoledì 13 maggio 2020

Effetto Memoria: Nick Mason - A Saucerful of Secrets (Auditorium Parco della Musica, Roma, 16 luglio 2019), di Davide Petilli


Effetto Memoria: Nick Mason - A Saucerful of Secrets (Roma, 16 luglio 2019)
Scaletta di nicchia e pura psichedelia nell’estate romana
di Davide Petilli

In un mondo di John e di Paul, io sono Ringo Starr!” Così cantano i “Pinguini Tattici Nucleari” in una canzone del recente Sanremo. Quindi questa mia prima “incursione” nella rubrica “effetto memoria” parlerà di Sanremo o parlerà dei Beatles?

Beh, la risposta è nessuno dei due!  Oggi infatti parlerò di Nick Mason e del suo straordinario concerto romano del 16 luglio 2019 accompagnato da una band di altissimo profilo ribattezzata “A Saucerful of Secrets”. Allora perché la citazione di Ringo Starr? Perché Nick Mason era la “silente” presenza nei Pink Floyd “in un mondo di Roger e David”. Ciononostante, ha rappresentato una figura molto importante per la band nonché l’unico presente in formazione in tutti gli album dei Floyd sin dalla fondazione con Syd Barrett. Il ruolo di “gregario di lusso” è sempre stato accettato di buon grado da Nick, il cui fondamentale contributo nei Pink Floyd è sempre stato più discreto, più dietro le quinte, tenendosi abbastanza in disparte nelle dispute successive tra i due leader Gilmour e Waters. Una persona insomma equilibrata e molto intelligente nella gestione della sua carriera.

Queste doti le ha dimostrate anche nel concept dietro questo tour iniziato nel 2018 (unica data italiana a Milano) e ripreso nel 2019 con ben sei date nel Belpaese. Conscio di non avere lo stesso richiamo globale di Gilmour e Waters, il batterista di Oxford ha concepito una scaletta ricca di gemme e chicche raramente suonate live negli ultimi venti-trent’anni dai due suoi ex compagni floydiani.
La scelta filosofica è chiara: la fanno da padroni il periodo barrettiano (1966-1968) e quello dei primi album post-Syd fino al 1972. Un anno non casuale che precede la definitiva esplosione nel firmamento rock dei Pink Floyd con l’album dei record “The Dark Side of the Moon”. La prima domanda sorge spontanea, si tratta quindi di un concerto che ha un appeal solo per i floydiani sfegatati, soprattutto “della prima ora”? Diciamo che la risposta è in parte sì, ma a mio avviso, è stata una scelta intelligente perché Mason ha avuto il merito di riportare live canzoni nemmeno apparse negli album ufficiali ma solo come singoli o raccolte successive. La cornice dello show è tra le mie preferite a Roma: l’Auditorium Parco della Musica. Inaugurato nel 2002, è un complesso molto amato dai romani specialmente in estate. La cavea all’aperto è infatti l’ideale per concerti serali accarezzati gradevolmente dal mitico vento “ponentino”. L’acustica è tra le migliori a Roma e ho avuto modo di testarlo anche in un concerto dell’anno precedente dei King Crimson.


Prima dei concerti, specie se vado da solo, mi fa sempre piacere testare gli umori del pubblico vicino a me e le loro aspettative. Il pubblico è prevalentemente maschile e della generazione che ha avuto modo di “vivere” i Pink Floyd ancora in attività. Ciononostante ho avuto modo di imbattermi anche in miei coetanei (fascia 35 anni) e anche in qualche ventenne. Alla mia sinistra nei posti numerati c’è Flavio, classe 1944 (“come Nick” mi dice orgogliosamente), pensionato romano di San Giovanni con il quale faccio una breve chiacchierata. Genuinamente mi dice che al concerto è venuto da solo. “Mi moje se la costringevo, chiedeva er divorzio” commenta sarcasticamente. C’è in lui una vena nostalgica comune a tanti che hanno vissuto quel periodo d’oro. Ho imparato con il tempo che questo momento-nostalgia contiene parti certamente vere e parti forse distorte dalla luce abbagliante che è sempre presente quando si ricorda la propria adolescenza e gioventù. Il dibattito con Flavio si è incentrato sul vivere i concerti ora e viverli negli anni ‘60-’70.

“Costavano meno in proporzione, erano più aggregativi, ora sembrano spettacoli di nicchia, alienanti e pronti per essere dati in pasto ai social con ‘sti cellulari sempre in mano a fa’ i video.”
Sul fatto che costassero di meno, qualche riserva me la lascio, così come se fossero più aggregativi o meno. È evidente che pensare al contesto in cui Mason suonava a 25 anni nel 1970 non è lo stesso che vederlo 75enne nel 2019. Si tratta di un argomento complesso. Tuttavia sul discorso dell’alienazione creata in parte dai cellulari, dai relativi video prodotti e pubblicati live sui social sono ahimè in parte d’accordo. Seppur in misura ridotta data l’età media e la natura del concerto, l’effetto di centinaia di cellulari alzati continuamente per fare foto e soprattutto video si è notata anche a questo concerto. E da questo punto di vista va rivalutata (in positivo) la severità con cui Robert Fripp un anno prima sullo stesso palco ha chiesto in modo perentorio al pubblico di non fare alcun video e di limitare le foto durante il concerto. Si tratta di una crociata a mio avviso giusta e sacrosanta. Il ricordo digitale è importante ma nel rispetto degli altri spettatori spesso disturbati nella visuale da cellulari in aria, flash e luci inappropriati. Flavio conclude questo nostro improvvisato dibattito pre-concerto con un augurio... “spero di vedere sempre più le nuove generazioni andare a questo tipo di concerti, perché non sanno cosa si perdono!”.

E Flavio ha decisamente ragione, perché lo show è stato decisamente straordinario. Una gemma per gli appassionati sfegatati e una grande opportunità per i floydiani più “moderati” che spesso hanno grande contezza degli album più venduti ma meno degli altri. Il palco e lo sfondo sono in pieno stile psichedelico, con luci stroboscopiche e sgargianti che si adattano perfettamente ai ritmi lisergici e rutilanti tipici dei Pink Floyd di fine anni ‘60, inizi anni ’70. Le intenzioni di Nick sono subito evidenti quando alle 21.05 (con una puntualità quasi disarmante ed inusuale in Italia), la sua band attacca con “Interstellar Overdrive” (1967), la suite per molti manifesto della poetica di Syd Barrett.  Suonata integralmente, è un degno inizio per un concerto che regala ciò che prometteva. La scaletta prosegue all’insegna di Syd con “Astronomy Domine” (1967) e “Lucifer Sam” (1967), fino a toccare altre fantastiche vette con brani tratti da “More” (1969) e “Obscured by clouds” (1972) le due incursioni “cinematografiche” dei Pink Floyd. Come accennato precedentemente, Mason ha inserito in scaletta brani tratti da singoli mai pubblicati all’interno di album se non raccolte successive. Tra questi vorrei citare l’irriverente e stralunata “Arnold Layne” (1967) primo singolo successo della band nel periodo barrettiano. Proprio allora accade un momento di grande pathos e commozione quando nello schermo compare una foto litografica di Syd. Ma Nick non vuole trascurare nemmeno “Atom Heart Mother” (1970) che viene ricordato con ben tre canzoni, tra cui la title track che nella sua versione originale era musicata da un’orchestra di 15 elementi e 22 coristi. Una suite che è una vera chicca per i fan, non eseguita da decenni nei live dei Pink Floyd e poi di Gilmour e Waters a favore degli album più conosciuti.
Una versione ridotta inserita magistralmente in mezzo alla sognante e delicata “If” (1970).
Una scelta davvero azzeccata e suonata magistralmente dalla band creata ad hoc per questo tour.


E parliamone della “A Saucerful of Secrets Band” che annovera musicisti di assoluto valore ed estro. Il bassista è Guy Pratt, un artista poliedrico in quanto cantautore, polistrumentista e anche attore. Bassista dei Pink Floyd dal 1987 (anno della reunion post-Waters), ha seguito in tour anche Madonna, Michael Jackson ed Iggy Pop. Il chitarrista principale è Gary Kemp il quale, oltre ad avere anche un passato in alcuni film di Hollywood, è soprattutto l’autore principale dei testi degli Spandau Ballet e un eccellente vocalist. La seconda chitarra è di Lee Harris, già membro storico della band new wave Blockheads mentre alle tastiere c’è Dom Beken che aveva avuto modo di collaborare in passato con il compianto Richard “Rick” Wright. Beken ha questa sera l’ingrato e impossibile compito di sostituirlo nel creare i bellissimi “tappeti musicali” che hanno reso magiche le atmosfere floydiane.

Parliamo insomma di musicisti a tutto tondo, con una solida esperienza alle spalle, poliedrici e versatili nei generi musicali. E poi c’è lui: Nick Mason. Un elegante e misurato signore inglese che è stato il solo e unico batterista nella storia dei Pink Floyd. Rimasi affascinato dalla sua figura quando da ragazzino vidi in VHS il leggendario concerto “Live at Pompeii” (1972) in cui suonava furiosamente la batteria nella rutilante “One of these days” (1971) e solennemente i timpani nella suite “A Saucerful of Secrets” (1968). Non è certamente un caso che Nick abbia scelto questa canzone dell’album omonimo per il suo tour e per il nome della band. Si tratta forse a livello storico dell’album più importante e decisivo della storia dei Pink Floyd. Era il 1968, i Pink Floyd rischiavano di scomparire in concomitanza con la crescente eclissi mentale del loro leader e fondatore Syd Barrett. In quei mesi complicatissimi, si insediò definitivamente David Gilmour con il quale i restanti membri della band fecero uscire per l’appunto un album fondamentale “A Saucerful of Secrets”. Un disco che risente ancora delle influenze di Barrett (è presente un solo pezzo di cui è lui l’autore), ma che certifica soprattutto le sapienti e rinnovate energie dei quattro reduci. E che sia certamente un disco fondamentale per Nick Mason, lo dimostra la straordinaria esecuzione di “Set for the control of the heart of the sun” (1967), uno dei primi brani dei “nuovi” Pink Floyd post-Syd. Una versione quella suonata all’Auditorium davvero ricca di magia e atmosfera accompagnata da effetti video color fuoco davvero azzeccatissimi. La title-track del tour è la penultima canzone di una serata fantastica chiusa da un’altra perla intitolata “Point me at the sky” (1968) uscita solo come singolo e che nel suo ritornello recita un eloquente “point me at the sky and let it fly” ovvero “puntami nel cielo e lascialo volare”.


E lasciamole volare queste due ore abbondanti di show condite da musica eccezionale con un grande protagonista: Nick Mason. Poteva continuare la sua agiata e serena vita tra l’Inghilterra e la Francia, godersi la sua corposa collezione di auto sportive (è anche pilota) e fare ogni tanto qualche comparsata da guest-star in concerti altrui. Invece no, è salito in cattedra e con grande intelligenza ha ideato un tour e uno show unico nel suo genere. Un’autentica e straordinaria opera di divulgazione musicale, una gioia per le orecchie dei profondi conoscitori dei Pink Floyd e un’occasione rara per chi avesse approfondito solo gli album storici (The Dark Side of the Moon e the Wall su tutti) nel conoscere che i Pink Floyd sono stati e sono molto di più di “Money” (1973) e “Comfortably Numb” (1979).
Per tutto questo, thank you Sir Nicholas Berkeley Mason.


Che cosa è “Effetto Memoria”? Si tratta di una serie di articoli commemorativi in cui si ricordano alcuni concerti memorabili… di qualche anno fa.

Qui puoi trovare la storia completa:


Pillole di concerto…