www.mat2020.com

www.mat2020.com
Cliccare sull’immagine per accedere a MAT2020
Visualizzazione post con etichetta Enrico Meloni. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Enrico Meloni. Mostra tutti i post

martedì 28 luglio 2020

“SolDoFa Fest 2020” - Labyrinth, Ashen Fields e Tornado (19 luglio 2020)


Live Report della terza giornata del “SolDoFa Fest” organizzato dal Circolo Qualude: Foto e video dei concerti di Labyrinth, Ashen Fields e Tornado

Un (altro) festival musicale all’aperto a Genova nell’estate del COVID? Yes, we can! Sicuramente una stupenda sorpresa, se poi si aggiunge il fatto che gli headliner della giornata di chiusura sono i Labyrinth, band che mi riporta ai primi anni in cui scoprivo l’heavy metal, in piena esplosione power, e che avrebbero già dovuto suonare a Genova a inizio marzo ma si sa com’è andata… Un evento, ancora una volta, da non perdere.

Parliamo della tre giorni di SolDoFa Festival, organizzato dal Quaalude Club, CIV Sarzano Sant’Agostino, con il patrocinio di M.I.G. (Musicisti Indipendenti Genova) e da LocaLive. Il fest si svolge in una Piazza Sarzano praticamente trasformata dall’ultima volta che l’avevo vista, senza macchine e col palco davanti alla chiesa.
Il fest, riporto dalla pagina FB dell’evento, “si chiama SolDoFa perché sosterrà la campagna di raccolta fondi omonima che il Circolo (Quaalude) ha promosso lo scorso maggio per sostenere i musicisti e i circoli dove si fa musica, per evitare che tra le tante vittime del virus ci siano anche la nostra amata musica, i professionisti che la suonano e i locali che la ospitano”. Chapeau! Speriamo la rassegna sia servita anche in questo nobile intento.
Chioschetto con birrette e panuozzi, gelati e persino arrosticini, buona musica, bellaggente, e si parte. Uniche pecche della serata: assenza di bagni e un suono non sempre eccellente.

La terza e ultima serata del SolDoFa è all’insegna del metallo rovente, infatti quando arrivo in cima alla collina (Run to the Hills?) di Sarzano i Tornado stanno ancora facendo il soundcheck e il tutto mi ricorda le rassegne studentesche e i vari concerti a cui ho partecipato, sia sul palco che sotto, e le atroci ore in cui il sole è ancora bello alto nel cielo, e le band di apertura si preparano per il loro set tra un “alza la chitarra in spia” e il rischio accecamento + ustione… massima solidarietà, ragazzi!

Tornado

I “Tornado - Tribute to the best metal bands” sono ormai abituè dei palchi dei (pochi) locali genovesi, sono in attività da ben 10 anni e la band è composta da: Luca D’Angelo (chitarra e voce, mi ha ricordato a più riprese il mitico John Gallagher dei Raven, che però è bassista, ma sono entrambi fan del microfono stile “pilota dell’elicottero” e degli strumenti a corde dalla forma spigolosi), Davide Curreli (chitarra), Dennis Madden (basso) e Luca Barone (batteria). I nostri hanno la giusta carica e si vede che sono dei veri metalheads. Sia la scelta delle canzoni che la riproposizione sono sempre convincenti.
Il loro repertorio è composto sia da canzoni che conoscono anche le pietre (fatto che rimarcano con ironia, sempre apprezzatissima, loro stessi dal palco) che da alcune chicche per veri nerd del metallo, come la fotonica “Metal Thrashing Mad” degli Anthrax o, andando a scavare ancora più a fondo, “Stonewall” degli Annihilator e “Snakebite” dei Racer-X, band del mostruoso chitarrista Paul Gilbert.
Il resto è un susseguirsi di “Aces High”, “Symphony of Destruction”, “A touch of Evil”, “Enter Sandman”, “Tornado of Souls” e altre canzoni da “Best of” dell’heavy metal, proprio come recita il nome della band.
Di solito trovo le cover band “generiche” insopportabili (niente di personale, ne ho fatto parte per molti anni) ma qui mi permetto di fare alcuni distinguo: la fame di musica dal vivo era TANTA, e alcune delle corde toccate con alcune canzoni suonate sono state quelle che ti accendono la fiamma quando sei davvero piccolo, cose che non si dimenticano. I Tornado sono simpatici e non spocchiosi, si divertono sul palco e si vede, e questa “presa bene” è effettivamente contagiosa. Bello vedere anche tante persone di tutte le età scatenarsi sotto il palco.
In ultima analisi apprezzo l’intento di voler scavare un po’ più a fondo da parte dei Tornado e farci ascoltare alcuni brani che, effettivamente, neanche le band “originali” suonano più da tanto. Volendo andare a spaccare il capello, anche le canzoni “famose” che vengono riproposte stasera, in alcuni casi, non sono un po’ più da “fan incalliti”, e meno da “best of”. To the next one!



Cambio palco, il sole ormai è quasi calato e l’atmosfera si fa più “dark” per un’altra formazione genovese, gli Ashen Fields. Nell’evento FB della serata vengono descritti come “originali” per cui c’è una certa curiosità. Non li ho cercati prima di andare al concerto per cui la sensazione è un po’ quella, ormai sempre più rara dato che tutto è a portata di click, di essere a un passo dallo scoprire qualcosa di nuovo.
Un look à la “Cradle of Filth/band metal estremo ma con piglio melodico” anni ‘90 (ma senza face painting, che comunque avrebbe avuto vita brevissima viste le temperature!) non lascia troppo spazio all’immaginazione, e infatti la proposta musicale è in linea con le coordinate stilistiche, ma forse è più corretto parlare di un certo “sentire”, che band quali Dark Tranquillity, In Flames, Cradle of Filth e Paradise Lost (ci metto anche gli Opeth degli esordi, toh) hanno descritto meravigliosamente ormai più di 20 anni fa.
Il metal degli Ashen Fields, appropriatamente definito da loro stessi “Symphonic Death Metal”, è complesso e ricco di cambi di atmosfera. I richiami alle band e alle sonorità descritte sopra sono evidenti per chiunque conosca il genere: come detto, i rimandi non sono tanto a questa o quella band “nello specifico”, ma la loro musica mi ha continuamente ricordato quelle sonorità.
La band, composta da Julio Rossanigo (voce), Davide Manzi e Jacopo Ruggero (chitarra), Fabio Mereta (basso) e il turnista Alessio Fanelli aka Attila (batteria), si dimostra convincente e compatta sul palco. Le tastiere e orchestrazioni varie, di cui in studio si occupa Davide Manzi, sono qui riproposte sotto forma di basi musicali, senza nulla togliere all’impatto e alla carica, anche emotiva, dei brani.


Furiosi passaggi con blast beats, schitarrate a volte veloci a volte lentissime, si alternano ad aperture melodiche davvero malinconiche e assoli al limite del neoclassico, il tutto sempre accompagnato da un cantato a metà strada tra screaming e growl, con occasionali cantati puliti. Una musica che vi farà sentire come quando avete ascoltato “The Gallery” dei Dark Tranquillity per la prima volta e vi siete chiesti “come è possibile unire potenza e tristezza in modo così efficace”?
Gli Ashen Fields, per come li ho intesi io, pescano a piene mani da quella affascinante tradizione metal, prettamente europea, che si è sviluppata negli anni ‘90, con un pizzico di personalità. Una proposta non immediata né di facile assimilazione ma che farà sicuramente breccia nel cuore di chi ama certe sonorità.
Purtroppo la resa sonora non è delle migliori e questo sicuramente penalizza i ragazzi. Avendo poi avuto modo di approfondire, posso comunque confermare le mie ottime impressioni appena descritte.
Fa davvero molto piacere vedere una band di ragazzi così giovani prendere la musica in modo così professionale (hanno già un EP alle spalle e sembrano belli lanciati) e cercare di creare musica propria.

Ashen Fields

Dopo questo salto carpiato all’indietro nella Svezia del 1995, è ora del cambio palco “più atteso della giornata” e infatti, dopo due piacevolissime sorprese (i Tornado e gli Ashen Fields), è ora di addentrarsi in quel labirinto di paradiso perduto e figli dei fulmini senza limiti. Che vaneggio è questo? Ma sto ovviamente parlando dei Labyrinth.

Per capire cosa hanno significato i Labyrinth nel panorama metal italiano e, oso, mondiale, bisogna anche qui fare un bel passo indietro e ricordarsi di come, nell’Italia di fine anni ‘90, TUTTE le riviste specializzate (il compianto Metal Shock gestione Borchi, Metal Hammer con Signorelli, per citare le più famose e rinomate), non facessero altro che parlare della rinascita del power metal e, di conseguenza, dell’emergere, anche in Italia, di alcune band clamorose che negli anni successivi avrebbero letteralmente conquistato tutto il mondo.
I primi erano i Rhapsody (non i Rhapsody of Fire, i CiccioPasticcio’s Rhapsody o una delle infinite diramazioni, di cui è difficilissimo seguire le vicende, tutt’oggi esistenti), nella versione “sbarbatelli” e molto prima che la band implodesse in mille direzioni diverse. I Rhapsody avrebbero cambiato il modo di intendere il power metal sinfonico di lì a poco con due capolavori: “Legendary Tales” (1997) e “Symphony of Enchanted Lands” (1998).
Gli ottimi comprimari dei Rhapsody, e la band che veniva citata sempre insieme a loro, erano proprio i Labyrinth, che nel 1998 hanno pubblicato per la storica etichetta ameregana Metal Blade un capolavoro del power metal italiano chiamato “Return to Heaven Denied”.

Labyrinth

Di acqua sotto ai ponti ne è passata tanta ma in una prima analisi si può già dire che ciò che non è cambiato minimamente è l’incredibile voce di Roberto Tiranti, oggi eccezionalmente anche in veste di bassista a sostituire Nik Mazzucconi (a parte per l’iniziale “Moonlight”, dove al basso ritroviamo Dennis Madden dei Tornado) e alla guida di una band che, tra alti e bassi, è ancora qui, testimonianza di una passione mai scalfita per una musica potente, orecchiabile, ricca di spunti e variazioni.
Ad accompagnare Roberto - fu Rob Tyrant -, che gioca in casa, troviamo alcuni altri componenti della formazione di fine anni ‘90, ossia Olaf Thorsen e Andrea Cantarelli (quest’ultimo sotto il nome, all’epoca, di Anders Rain). A questi si sono aggiunti negli anni, e quindi anche stasera sul palco, Oleg Smirnoff alle tastiere e il dinamitardo Matt Peruzzi alla batteria, quest’ultimo una delizia per gli amanti della doppia cassa.
Avevo già visto i Labyrinth al compianto Evolution Fest 2006 e già allora ne rimasi colpito. Questa sera assistiamo a una carrellata di brani vecchi e nuovi, molti dei quali tratti dal già citato “Return to Heaven Denied” (inclusa la tamarrissima e techno “Feel”, che scopro solo oggi essere una cover, in chiave power metal, di una canzone di Cenit X nel suo remix by Legend B… viva gli anni ‘90). Oltre a sciabolate power/speed quali “Lady Lost in Time” e “Thunder”, la scaletta pesca a piene mani un po’ da tutti gli album di Labyrinth, regalandoci un concerto sicuramente vario e sempre interessante.


Roberto è un vero intrattenitore dalla battuta sempre pronta e risulta effettivamente divertente ascoltarlo mentre ci porta tra un brano e l’altro della scaletta. Aneddoti, storielle dell’epoca, botta e risposta dal pubblico (spesso incentrati sulle frequenti invocazioni al divino che provengono dalle prime file, il tutto in chiave assolutamente goliardica e “di cazzeggio”), siparietti: non solo musica sotto il cielo di Genova, insomma.
Per chi non lo sapesse, il power metal, con la sua doppia cassa “a elicottero” a farla da padrone, è una musica dal ritmo molto incalzante e regolare, e le grandi aperture melodiche, gli assoli alla velocità della luce e il tipo di cantato, melodico e con voce pulita, la portano a volte ad essere assimilabile, per intenzioni e, appunto, ritmicità, al tipo di musica che potrebbe accompagnare un allenamento in palestra. Questa è una delle battute “classiche” che si possono sentire negli ambienti metal di tanto in tanto. Provate voi stessi a mettere “Moonlight” in cuffia a tutto volume e fare spinning. Risultati garantiti!
Non potevo quindi credere ai miei occhi quando ho visto un gruppo di ragazzi e ragazze lasciarsi trascinare dalle canzoni dei Labyrinth e mimare movimenti da allenamento a corpo libero, o come fossero dentro una vasca per l’acquagym… ovviamente è stato il momento più delirante e indimenticabile della serata… su le mani! Uno, due, tre, quattro! 

                                                                  Labyrinth-ginnastica

Sicuramente la band più attesa della serata, i Labyrinth non deludono e ci anticipano che i lavori per il prossimo album sono appena cominciati. Questo concerto e questa notizia rappresentano per me un’occasione per riscoprire una band a cui ero molto affezionato “da piccolo” e che per un motivo o per l’altro ho un po’ perso di vista.
Poco prima delle 11 cala il sipario in una bellissima serata di musica cazzuta e interessante per gli amanti delle sonorità più ruvide.
Ringrazio di cuore tutti coloro che hanno messo su questa manifestazione di cui c’era davvero tanto bisogno dopo questi mesi di “stecchetto” e spero vivamente che la raccolta fondi sia andata bene.





giovedì 11 giugno 2020

“Supertzar” su Radio Alpha Genova - Intervista a Massimo Gasperini


Radio Alpha Genova trasmette “Supertzar” - Intervista a Massimo Gasperini di Black Widow Records

Esistono mille interviste fatte a Massimo Gasperini della Black Widow di Genova, ma nessuna sul suo ultimo progetto: il ritorno in radio.

Ascoltando il suo programma “Supertzar” su Radio Alpha Genova, il venerdì dopo cena, in queste settimane ancora segnate da una semi-quarantena che fortunatamente va pian piano allentandosi sempre di più, mi sono venute in mente alcune curiosità che avrei voluto chiedergli e, avendo la fortuna di abitare a due passi da Via del Campo, ho pensato di fargliele, perché “why not?”
Ciò che ho apprezzato fin da subito nella trasmissione di Massimo è stata la volontà di andare a scavare un po’ più a fondo e non trasmettere le solite canzoni delle solite band che conoscono anche i muri.

Posto che non c’è nulla di male nel fare questo, e che lo stesso Massimo non esclude specialoni sui vari Sabbath, Purple e Zeppelin (giusto per nominare tre gruppi davvero stra-famosi) in futuro, la sua guida mi ha fatto scoprire band o album di band incredibili, più o meno famose, quasi sempre oscure (come è lecito aspettarsi da lui).
Alcune di queste formazioni hanno fatto un disco, e a volte neanche quello, prima di sparire per sempre. Parliamo di un ampissimo ventaglio di gruppi sempre interessanti e di generi vagamente riconducibili all’operato di Massimo e della Black Widow (progressive, hard rock, proto-metal, psichedelia, doom metal, jazz rock… ci siamo capiti).

Per chi ha una mente aperta e ha voglia di farsi guidare, come si faceva una volta, dai consigli di chi conosce tante cose e sa creare i giusti collegamenti tra queste, “Supertzar” è stata davvero una bellissima scoperta.
Sì, figo e tutto quanto, ma che musica fa ascoltare Massimo, quindi?”
Si passa dagli Armageddon agli High Tide, passando per Paradise Lost, Saint Vitus, Il Segno del Comando, Cathedral, Death SS, Jacula, Monumentum, Zess, Budgie, Orang-Utan, Malombra, Green Carnation… Se almeno UNA di queste band vi è sconosciuta, allora “Supertzar” fa per voi: lasciatevi guidare e non ve ne pentirete.

In questa breve chiacchierata si parla della trasmissione “Supertzar” (in onda su Radio Alpha Genova (https://www.radioalphagenova.it/) ogni venerdì dalle 22 a mezzanotte, e in replica il mercoledì dalle 19 alle 21), dei trascorsi di Massimo in radio, delle ultime novità in casa Black Widow, del perché in Via del Campo non c’è solo una puttana ma anche un negozio che è punto di ritrovo per una community di appassionati di musica, un punto di riferimento a livello mondiale per la musica di qualità… da ormai ben 30 anni! Auguri, Black Widow!

E se arriverete alla fine dell’intervista, scoprirete cosa si cela dietro il logo Black Widow e c’è anche spazio per un potentissimo aneddoto che vede protagonista Pino Pintabona, l’altro storico socio e co-fondatore di Black Widow.

Iniziamo dalle basi: il titolo della trasmissione è “Supertzar”, magnifica canzone dei Black Sabbath. Perché hai scelto questo titolo?

Perché è il pezzo perfetto. Intanto è uno dei miei pezzi preferiti di uno dei miei album preferiti dei Black Sabbath, “Sabotage” (sesto album della band inglese, pubblicato nel 1975). Lo considero il disco che ha cambiato tutto, ha cambiato per sempre l’heavy metal.
Quando ultimamente è uscita la notizia che Tony Iommi sta registrando dei pezzi, o per lo meno li sta preparando, non si sa ancora se per i Black Sabbath o per un suo disco solista, io per un attimo ho pensato: “chissà se realizza il mio sogno, quello di fare un album tutto nello stile di “Supertzar””, perché “Supertzar” è l’unico pezzo gregoriano che hanno mai fatto i Black Sabbath, è l’unico strumentale sinfonico, drammatico, wagneriano se vuoi… e mi piacerebbe molto che Tony Iommi facesse un album così.
L’ho scelto anche perché è un pezzo strumentale, la sigla dev’essere strumentale. O era lui, o era “Theme One” (dei Van Der Graaf Generator), o “One of these days” dei Pink Floyd.

Mi pare di capire che tu abbia già dei trascorsi in radio. Raccontaci la tua esperienza.

Ho almeno 15 anni di esperienza in radio. Ho iniziato a metà anni ‘70, con due radio libere delle quali non ricordo neanche il nome. Poi però sono passato a una grande radio, molto forte, anzi, una delle più forti in Liguria, che era Radio Mirage, l’unica vera concorrente di Radio Babboleo.
Lì ci sono andato perché mi ha raccomandato un amico che sapeva che nonostante la mia giovane età, allora, avevo già un’ottima cultura musicale, e mi fece conoscere il direttore di questa radio.
Questo direttore, che noi chiamavamo Panda - che era il suo nome d’arte -, ebbe poi grande successo con Radio Peter Flowers. Un personaggio davvero di grande livello (si parla di Mario Panda, per la precisione). Feci questo incontro e lui mi prese subito e, devo dirti la verità, nonostante lì dentro fossi il più giovane, forse il più giovane di tutti, quando andavo lì e dicevo “bisogna fare questo, questo e questo”, la gente già aveva capito che bisognava stare attenti.
Mi pare anche che il giorno più figo, tutti i venerdì, o forse tutti i sabati, non ricordo bene, era quando ricevevamo il pacco con “servizio novità”, ed era fantastico! Io e un altro ragazzo, che era quello che mi aveva raccomandato in radio, ci mettevamo lì il sabato sera a fare la cernita di tutti i dischi per fare le scalette, e poi sceglievamo il disco della settimana. Era bellissimo.
Mi ricordo, tanto per dire, che un “disco della settimana” erano i Roxy Music che facevano “Jealous Guy”. Mi ricordo quando arrivò il primo disco dei Killing Joke, era anche il periodo della NWOBHM (New Wave Of British Heavy Metal), i primi 45 giri degli Iron Maiden e dei Tygers of Pan Tang.

E che trasmissione avevi? Con quale frequenza andavi in onda?

A Radio Mirage non facevo lo speaker, facevo le scalette e facevo tutte le recensioni per il “servizio novità”, ci andavo tutti i giorni. Poi dopo Radio Mirage sono stato a Radio Magic Sound, e lì facevo lo speaker, e avevo tre programmi. Ero nella redazione, ho conosciuto tanta gente, tanti artisti.
E facevo tre programmi. Senti i nomi: uno era “Heavy Metal Nights”, ovverosia pezzi di heavy metal alternati a interventi di pornostar (!!!); l’altro programma era “Terrorismo Sonoro”, non so se ti puoi immaginare cosa passavo… diciamo che riuscivo a passare i Suicide, Kraftwerk, Velvet Underground, Magma, Can, il primo Battiato, Terry Riley, cose veramente… terrore allo stato puro; e il terzo era “Unknown Pleasures”, piaceri sconosciuti, dedicato ovviamente ai Joy Division, e lì passava davvero di tutto.
Dopo Radio Mirage sono stato a Radio Alpha, e ora a Radio Alpha sono tornato.

Radio Alpha che non è sempre stata attiva, o sbaglio? Mi pare di aver letto che abbia ripreso a trasmettere negli ultimi dieci anni o qualcosa di simile…

Quando è morto il padrone, che tra l’altro era un medium.
Prima di entrare in radio, io già facevo parte di un gruppo di ricerca chiamato “Luci ed Ombre” con questo medium, facevamo ricerche esoteriche, ti puoi immaginare, l’ho fatto per diversi anni, una persona veramente seria e medium potentissimo.
Poi su desiderio dei suoi due figli, Bruno e la sorella Loredana, aprì questa radio, e mi disse: “Mi puoi dare una mano? So che tu hai già esperienze”, e da lì in poi praticamente gli costruii tutto l’apparato, tutta la squadra. Sono stati anni veramente belli, mi sono divertito da matti.
Ti posso dire che la prima intervista che mi ha fatto fare con un personaggio famoso, e gli altri non sapevano manco chi fosse, è stata quella con Claudio Lolli. Pensa cosa ci posso entrare io con Claudio Lolli! Però mi sono divertito, ricordo che gli piaceva Springsteen. Anche se pensava che “Born to Run” fosse il primo, lo volevo ammazzare!
Un altro personaggio che ho incontrato in radio è stato Joe Cocker, che suonò a Genova, poi Little Steven e poi anche gli Analogy! Ho conosciuto gli Analogy grazie a questa radio e passai una giornata con Jutta, che cantò anche con Battiato.
Un’altra intervista divertentissima che ho fatto, e che non avrei mai pensato di fare, è stata quella con i Rockets. Tutte band attive e che all’epoca esistevano e facevano regolarmente concerti. I Rockets all’epoca erano al loro apice assoluto.


Quando parliamo della tua esperienza con Radio Alpha, parliamo degli anni…?

Con Radio Alpha parliamo degli anni ‘80. Diciamo dai primi anni ‘80 a metà anni ‘80.

Torniamo alla tua trasmissione, “Supertzar”, in onda ogni venerdì dalle 22 a mezzanotte (e in replica il mercoledì dalle 19 alle 21) su Radio Alpha Genova.
Trasmetti sempre band non troppo conosciute, non capiterà mai (o almeno non è capitato finora) di ascoltare una “Paranoid”. Come costruisci le tue puntate? Che idea ti guida?

Esattamente come hai detto: tralasciando volutamente le band mega famose; infatti hai visto che ho fatto uno speciale sull’hard rock inglese ma i Deep Purple o i Led Zeppelin non li ho messi. Nell’ultima puntata ho chiuso con “Gypsy” degli Uriah Heep, ed è stata già una cosa strana.
Io preferisco, a seconda dell’impostazione della puntata, favorire band non proprio sconosciute, ma band mai diventate famosissime però di qualità strepitosa.
Poi magari un giorno farò uno special dedicato all’hard rock più classico. Mi sono arrivate diverse richieste per fare dei programmi sul progressive. Ovviamente li farò, magari li divido in progressive italiano, inglese ecc.
Tornando alla tua domanda, mi lascio trasportare dall’inventiva, dalle richieste e dalle emozioni. Diciamo che la conoscenza non mi manca. La prossima puntata, venerdì 12 giugno, si chiamerà “Profondo Gotico”, quindi… si parte dai Joy Division e si passa da Jacula, Antonius Rex. Un’interpretazione molto libera, mi faccio guidare dalla musica.

Per quanto tempo continuerà ad andare in onda “Supertzar”?

Con le dirette, che poi non sono dirette…

Come non sono dirette? Beh, in effetti mi faceva un po’ strano immaginarti in casa tua, al venerdì notte, a trasmettere i dischi…

Sembrano dirette, vero? Lo faccio apposta. Se faccio errori di dizione non li correggo, voglio che sembri come una diretta. Volendo potrei far sì che tutto fosse perfetto, ma non lo faccio volutamente.
Le puntate le registro da casa, non ho un mixer, se ne avessi uno farei tutto diversamente. Hai notato che parlo sul bianco (senza sottofondo musicale)? In radio è la cosa più difficile da fare. In passato avevo sempre la base sotto, e mi sono fatto anche la regia da solo, con dei banchi mixer enormi, mi sono divertito tantissimo. Se c’è un regista ci mette sempre una base musicale, sotto, mentre parli, così non hai mai dei vuoti.
Invece come faccio io devi essere preciso, il vuoto, anche di 5 secondi, è brutto, non puoi balbettare né sbagliare troppo diciamo.
Tornando alla tua domanda, andiamo avanti con “Supertzar” per tutto giugno e anche luglio.
Probabilmente dopo andranno in onda delle repliche.

Ho letto da qualche parte, probabilmente su qualche tuo post su Facebook, che l’idea della trasmissione è stata quella di riavvicinarti, come Massimo e come Black Widow, alle persone che, forzate in casa dal COVID, sentivano la mancanza di un certo senso di comunità e appartenenza.
Perché hai iniziato a fare questa trasmissione (la prima puntata è stata il 24 aprile 2020)?

Allora, è andata così: quando Radio Alpha è ripartita, noi eravamo molto legati alla direzione della radio, sia al padre che, soprattutto, a Bruno, e sono mancati tutti e due purtroppo. Quando la radio è ripartita, l’idea era mantenere in vita il ricordo di loro due. Solo che chi l’ha fatta ripartire, che sono due miei amici, Gianni Mandruzzato e Anna Ferrari (Anna Ferrari peraltro è la pittrice che ha fatto due copertine per due album pubblicati da noi: “Il nome del vento” dei Delirium e “Io sono un vampiro” degli Abiogenesi), mi hanno subito chiesto di tornare in radio: “Massimo, non puoi mancare!”, ma devo dirti la verità, ci sarei andato subito, ma ero talmente tanto pieno di cose da fare, e lo sono ancora, che… fare la radio è una cosa molto impegnativa, e non ho mai trovato il tempo di dirgli di sì.
Siccome me l’hanno richiesto nel periodo del COVID… come facevo a dire no?! Quindi sono riuscito a organizzarmi da casa e va bene così.
Ovvio che con lo stress, l’emozione e le distanze che abbiamo tutti vissuto nel periodo del COVID, in cui ci troviamo ancora ovviamente, ma prima era peggio, si sono create delle lontananze brutte tra gli amici. Per cui ho pensato: la radio sarà un bel sistema per essere vicini. Lo spirito è stato questo.

Come va a livello di ascolti?

Molto bene, sono molto contento. Per me è stato molto facile: con tutti i contatti che ho in tutti questi anni di Black Widow, non ho fatto altro che avvertire i miei contatti della nuova trasmissione, e quindi so che da Bassano del Grappa fino a Palermo, dove vive il chitarrista dei Gothic Stone, sentono la trasmissione.
Mi han scritto dal Brasile, Svezia, Francia… va molto bene, ripeto.
Chiaramente tutto questo mi aiuta anche un pochettino nella promozione delle cose targate Black Widow, il che fa parte del gioco.
E ci annunceremo i concerti… spero che entro questa settimana arrivi la conferma almeno del Prog Fest! Proprio oggi sono arrivati dei loghi nuovi per il Balletto di Bronzo. Finalmente Gianni Leone ha creato dei loghi come si deve per la band, è preso benissimo, ci tiene da matti e questo sarà un album grandissimo, spero l’inizio di un nuovo percorso per il Balletto di Bronzo.


Una volta finito il giro di puntate “dal vivo”, pensi che continuerai con la trasmissione radio o “arrivederci e grazie”?

Ormai sono in ballo, e balliamo! Andiamo avanti.
Ho trovato questa formula che mi permette di registrare da casa, con calma, ci metto circa 3 ore tra registrazione e montaggio, e per 2 ore di puntata va più che bene. Lo posso fare con calma e coi miei tempi.
Se non l’avessi potuto registrare coi miei tempi sicuramente non l’avrei fatto. Sono i vantaggi della tecnologia. Come faccio a negarti che era molto più divertente essere in radio, col mixer e i dischi davanti… è ovvio!

Ultima curiosità: perché avete aperto la Black Widow proprio in Via del Campo, nel lontano 1990 (peraltro, proprio nel mese di giugno di 30 anni fa)?

La prima motivazione è che qui sono vicino a casa mia. Nel 1990, poi, la situazione generale del centro storico di Genova era ben diversa. I primi dieci anni, qua, il sabato non potevi camminare da quanta gente c’era in Via del Campo. Era pieno zeppo di gente, genovesi, ti dico tra le 5 e 10 mila persone, qui in Via del Campo fino in Via XX Settembre. Il centro storico di Genova era così negli anni ‘90, e anche negli anni ‘80.
Un’altra faccenda da non sottovalutare è: si chiama Via del Campo. La conoscono in tutto il mondo per De Andrè. Se aprivi un negozio in quegli anni lì non avevi neanche bisogno di investire in promozione, ti conoscevano immediatamente.
Poi aggiungici anche, ultima cosa, siccome io sono un progettista, ho lavorato 16 anni come progettista in una grossa azienda a Casella, mi alzavo presto tutte le mattine, macchina e autostrada, avanti e indietro, e mi sono detto: “adesso basta, voglio trovarmi un lavoro sotto casa e deve essere il lavoro perfetto, cioè la mia passione” (cosa che consiglierei a tutti e a tutte, la vita sulla terra è una sola), e così ho fatto. Perché mi piace anche molto dormire e fare le cose con calma!

Quando dici che il c’era così tanta gente, negli anni ‘80 e ‘90, cosa intendi? Parli di turisti?

No, turisti ce ne sono di più adesso. Erano genovesi. Non posso fare grandi raffronti con gli anni ‘80, ma con gli anni ‘90 sì. E ti dico 30 anni fa, e abbiamo aperto proprio a giugno, quest’anno ricorre il trentennale della Black Widow, la situazione era diversa.
Se vedi turisti in Via del Campo, ora, al 90% stanno venendo in negozio da noi. Oppure al viadelcampo29rosso (La casa dei cantautori genovesi: http://www.viadelcampo29rosso.com/) per via di De Andrè.

Quindi quando dici “all’epoca era diverso”, intendevi dire che i genovesi uscivano proprio qui, si ritrovavano qui?

A Genova il sabato era usuale fare tutta la passeggiata che partiva da Via del Campo, poi Via San Luca, Via Luccoli, Via XX Settembre. E la gente lo faceva sempre, erano le vie dello shopping.
Per noi ragazzi - ti parlo degli anni ‘80, prima che ci fosse questo negozio- era il giro dei negozi di dischi: Gianni Tassio (storico negozio di dischi genovese che si trovava sullo stesso luogo che oggi ospita viadelcampo29rosso), Pink Moon, fino a laggiù in fondo, dove c’è Disco Club, che c’è ancora (alla fine di Via San Vincenzo). Questo si faceva.
Poi c’era il giro, bellissimo, dei metallari, del quale io facevo parte, facendo il programma “Heavy Metal Nights” ce li avevo tutti, e ci vedevamo davanti a Disco Club!

È mai stato pericoloso avere un negozio in Via del Campo?

Di giorno Via del Campo è abbastanza tranquilla. Per noi non è mai stata pericolosa, però ho assistito a scene… Non da questa parte, ma dalla piazza in giù (da Piazza del Campo fino a Porta dei Vacca) se ne sono viste abbastanza e di tutti i colori. La notte non consiglierei a nessuno di frequentare certe vie del centro storico. Odio lo spaccio e tutte le droghe senza distinzioni.

E proprio quando stavamo per chiudere, arriva Pino Pintabona, co-fondatore di Black Widow nel 1990 insieme a Massimo, che viene interpellato per darmi spiegazioni sul logo della Black Widow. La mia domanda è:

Cos’è il volto che si vede nel logo? Della “black widow”, la vedova nera, chiaramente ispirata alla seminale band inglese, già sapevo…

L’ispirazione viene dal film “La maschera del demonio”, di Mario Bava. Parliamo dello stesso Mario Bava che, ovviamente, ispirò i Black Sabbath grazie al suo film intitolato, appunto, “Black Sabbath” (in italiano “I tre volti della paura”).


Ed ecco l’aneddoto: con Pino avevamo già avuto uno scambio epistolare nel lontano 2003, quando già curiosissimo sull’operato dell’etichetta genovese, chiedevo delucidazioni sull’album “Incubi notturni… E tu vivrai nel terrore”, un tributo ai film horror. Nella mia lettera chiedevo a Black Widow come mai non fossero interessati a un tributo alle colonne sonore del cinema trash degli anni ‘70 e ‘80 con protagonisti attori come Lino Banfi e Alvaro Vitali. Sì, ero un ragazzino piuttosto scemo!
La risposta di Pino, che conservo ancora gelosamente, è un capolavoro di diplomazia:


Torniamo all’intervista… Grazie Massimo (e Pino!), sei stato gentile oltre ogni modo, parlare con te è sempre un piacere. Chiusura a tuo piacere!

Grazie a te e al tempo che mi hai dedicato. Come vedi la BLACK WIDOW è un punto di incontro per chi ama veramente la grande musica rock, dall’hard al funk passando per il Jazz rock, la psichedelia, il Doom, il Punk e il Progressive.
Abbiamo clienti in tutto il mondo, il lavoro nonostante i problemi dovuti al COVID, è ripreso abbastanza bene. Spero che i locali di Genova possano presto riprendere la loro attività, parlo de La Claque, del Govi, del Crazy Bull, dell’Angelo Azzurro… tutti locali e teatri che ci hanno sempre dato spazio, assieme alla Porto Antico.
La Musica, la Grande Musica deve andare avanti anche per tutti i musicisti e i gruppi tra i quali cito Il Segno Del Comando, Melting Clock, Fungus Family, Delirium, New Trolls, Lattemiele 2.0, La maschera di Cera, Expiatoria, Damnation Gallery, Hate...
ROCK ON TUTTA LA VITA.

Potete ascoltare “Supertzar” di Massimo Gasperini (in onda ogni venerdì dalle 22 a mezzanotte, e in replica il mercoledì dalle 19 alle 21), su Radio Alpha Genova collegandovi al sito https://www.radioalphagenova.it/, dove è anche possibile scaricare la app per iOS e Android (io l’ho fatto e non perde un colpo).

Black Widow Records: https://blackwidow.it/




lunedì 18 maggio 2020

Effetto Memoria: Osanna -Wishlist Club, Roma, 12 aprile 2018


Effetto Memoria: Osanna (Wishlist Club, Roma, 12 aprile 2018)
Un ricordo “a quattro mani” di Davide Petilli ed Enrico Meloni

Quando ho proposto a Davide, amico di lunga data, di contribuire all’articolo della rubrica “Effetto Memoria” riguardante il concerto degli Osanna di Roma di due (!) anni fa, la controproposta è stata “perché non ci facciamo una chiacchierata, informale, sul concerto?
Ecco il risultato di questo inaspettato e piacevole scambio di vedute sul concerto e su molto altro ancora. In the name of Prog!

Davide: Serata di gala del miglior prog italiano con spettatori di lusso al Wishlist per il concerto degli Osanna.
Concerto reso ancora più bello se visto da due amici che si conoscono ormai da 15 anni e hanno condiviso tante esperienze e tante passioni in comune: in primis quella della musica.
Ora, non so te Enrico, ma per me gli Osanna rappresentano tanto nel mio mondo “Italian prog”. Un mondo vasto, spesso immenso, con mille dispute su nomenclature e vari sottogeneri. Un prog meno barocco e cupo di altri gruppi loro contemporanei, che risente delle chiare influenze latino-mediterranee tipiche di Napoli.
A me trasmettono proprio energia positiva pure quando suonano tematiche “serie”. Rappresentano un bel punto di incontro che trova il suo apice in “Oro Caldo”, anche se l’hanno eseguita in versione ridotta questa sera. Che ne dici tu?

Enrico: Dico che hai ben ragione, amico mio. Un prog energico, estremamente vivace, a modo suo avanti anni luce sui tempi e sempre interessante e vario, anche in quegli album più “snobbati” dalla critica... il cui demerito è forse solo quello di essere stati pubblicati dopo un trittico di autentici capolavori quali “L’Uomo”, “Preludio, Tema, Variazioni e Canzona” e “Palepoli”?
Che dire poi del pionieristico ruolo nel disegnare un nuovo modo di presentarsi sul palco, con tanto di face-painting? Ricordo che, quando ero ancora al liceo, un amico mi disse che prima dei Kiss c’era stata una band italiana “di quegli anni lì” a usare il trucco che coprisse tutta la faccia… lo guardai quasi stizzito.
Ma che ne potevo sapere, allora, che questa band mi avrebbe poi letteralmente rapito negli anni dell’università a Genova, proprio grazie all’album “Preludio, Tema, Variazioni e Canzona”, indissolubilmente associato al film “Milano Calibro 9”, e a un certo immaginario noir legato ai libri di Giorgio Scerbanenco, di cui mi nutrivo quando li ho scoperti? Gli Osanna sono una delle prime del prog italiano che abbia mai conosciuto e approfondito.
Erano gli anni in cui scoprivo anche i Calibro 35, notevole band italiana che ai film poliziotteschi anni ‘70 si rifa(ceva) in modo abbastanza evidente, almeno agli inizi (“Bouchet Funk” vi dice qualcosa?). La scoperta degli Osanna mi ha aperto un mondo.

Nel corso della serata intitolata “Da Milano Calibro 9 a Live in Japan”, assistiamo alla proiezione di alcune sequenze dal film-documentario “Down by Di Leo. Viaggio d’amore alla scoperta di Fernando Di Leo” di M. Deborah Farina (presente in sala), dedicato alla vita di Di Leo, regista di “Milano Calibro 9”, più una imperdibile riproposizione della colonna sonora del film (ossia il secondo album in studio degli Osanna) con tanto di scene salienti del film. Non manca una ricchissima carrellata di brani storici della band napoletana.

E tu che sei ormai de Roma, che mi dici del Wishlist, la venue del concerto? Ricordo che l’abbiamo trovata alla fine di una stretta via dove c’erano diverse marmerie, ho come un vago ricordo di pezzi di lapidi o simili lasciati un po’ qua e là per strada...

Sì, una viuzza davvero particolare tra il Verano e San Lorenzo. Io sarò di parte ma ho sempre ottimi ricordi del Wishlist. Vivendo a Roma, ci vado quelle 4-5 volte l’anno e non mi delude mai. Locale non enorme, senza fronzoli, con un’ottima acustica e il fonico resident Marco Raffo è molto bravo.
Il club è inserito in un contesto molto caro a musicisti e studenti. San Lorenzo è un quartiere storicamente operaio con un’anima profondamente cambiata negli ultimi anni in parte dalla gentrificazione.
Dopo questo excursus socio-antropologico, se non ricordo male per te è stata la prima volta al Wishlist, vero?

Sicuramente la prima volta… e spero non l’ultima! Mi trovavo a Roma in occasione della conferenza per amanti della programmazione Codemotion (ciao Ale!), ma ho sempre amato molto le infinite possibilità che il dover viaggiare può fornire quando si tratta di mischiare una trasferta di lavoro con la musica live ed eventi che mi interessano. E così è stato.
Ho un ottimo ricordo del Wishlist, locale in cui l’acustica è stata pressoché perfetta per tutta la serata. Per non parlare del prima e del dopo… paninozzi belli ignoranti e qualche birretta. Cosa puoi chiedere di più?
Ricordo anche la presenza di un tuo collega, fan del prog con qualche anno più di noi ma con uno spirito giovanile perfettamente intatto. Un trio d’eccezione per una serata indimenticabile.
Ed è anche probabile che abbiamo contribuito ad abbassare un po’ l’età media dei frequentatori abituali dei concerti prog, che ne pensi?

Mitico il mio collega Stefano, un’anima rock resta “forever young” come direbbero gli Alphaville. Sinceramente un aspetto che mi fa sempre piacere e che mi fa sentire meno mosca bianca è l'abilità e l’intelligenza con le quali gli Osanna sono riusciti ad allargare la loro platea ad un pubblico più eterogeneo rispetto agli standard del genere. Era sì certamente presente la “storica guardia” cresciuta con quegli album storici e più o meno coetanei di Lino Vairetti, tuttavia credo tu potrai confermare che c’era un buon numero di persone nella fascia di età 30-40 e una preponderanza maschile non troppo schiacciante.

Sì, questa volta il pubblico era bello variegato, sia per genere che per età.
Lino stesso si è circondato di giovani per continuare a portare avanti il progetto Osanna, musicisti preparatissimi tra cui il figlio Irvin, che non si risparmiano affatto sul palco, regalando uno show coi fiocchi.

Visto che parliamo di giovani (e meno giovani), ne approfitto per presentare la band: Lino Vairetti, fondatore, cantante, chitarrista, armonicista e artista a tutto tondo (è anche insegnante di scultura, scultore e fotografo), unico membro originario del primo nucleo degli Osanna, è oggi accompagnato da una formazione affiatatissima, in cui troviamo Gennaro Barba alla batteria, Nello D’Anna al basso, Sarà Priore alle tastiere, Pako Capobianco alla chitarra, e il figlio Irvin Vairetti ai synth, coadiuvati dall’ingegnere del suono Alfonso La Verghetta.

Tornando al pubblico in sala, è stato divertente fare “Indovina chi?” avendo notato tra il pubblico alcune delle star del prog tricolore.
Queste rispondono ai nomi di Jenny Sorrenti, Claudio Simonetti e Gianni Leone. Se della prima purtroppo non abbiamo aneddoti divertenti da raccontare, per gli altri due sicuramente sì.

Ebbi già occasione di incontrare Claudio a Londra in occasione della riproposizione di “Suspiria” e “Profondo Rosso” con tanto di colonna sonora suonata dal vivo in due occasioni diverse (ciao Matteo!).
Lino Vairetti dal palco poi continuava a chiamarlo “Enrico Simonetti”, il che aggiungeva quel pizzico di trash a una serata già divertente di suo.


Ahaha! Ricordo il fatto che continuava a chiamare Claudio Simonetti con il nome del padre (Enrico).
Guarda, si potrebbe fare un effetto memoria “binario” perché nel febbraio 2019 andai al Teatro Parioli di Roma (quello del Costanzo Show, esatto!) a vedere il grande Carl Palmer accompagnato in “Lucky Man” proprio da Lino Vairetti:


Concluso il concerto di Palmer, la chiusura della serata fu affidata a Goblin. Uno show pazzesco durato complessivamente tre ore.
Le composizioni di Claudio Simonetti sono davvero immortali, tuttora attuali nel loro sound decisamente avanguardista dell’epoca, rese famose soprattutto dal sodalizio con il maestro del cinema del brivido Dario Argento.
Ed è giusto citare, nella serata che stiamo ricordando insieme, il grande Gianni Leone presente al concerto e davvero in splendida forma. Personalmente reputo l’album “YS” dei Balletto di Bronzo davvero geniale, una pietra miliare del genere.
Incontrarlo di persona e parlare con lui a ruota libera di argomenti random è stato davvero piacevole e divertente. La tematica web e social è stata l’apoteosi, con Gianni che si lamentava (non a torto) della tempesta di foto con gattini e “buongiornissimo kaffè” che tempestano il web e la sua casella messaggi di Facebook. Dal prog ai cuccioli batuffolosi il passo è veramente e inspiegabilmente breve!

Ma torniamo al rapporto tra gli Osanna e il cinema. Come già detto, un collegamento abbastanza naturale è poi quello tra la band napoletana e il film “Milano Calibro 9”. Non a caso la locandina del concerto e i video proiettati erano tratti da quel film.
Loro crearono la colonna sonora di quello che è considerato un vero e proprio cult del cinema italiano per quel genere noir-poliziottesco. Uscì nel 1972 in pieni anni di piombo e ha ispirato fortemente un certo Quentin Tarantino, di cui torneremo a parlare in seguito.
Io forse sarò di parte ma l’intro del film è tra le più belle del cinema italiano per ritmo, inquadrature e ovviamente… musica!
Francamente non riuscirei a pensare a quella intro così ben fatta senza QUELLA musica degli Osanna. Tu che rapporto hai con la musica nei film, e che ne pensi di questa in particolare?

Siamo dinanzi a un classico dei classici della musica nei film, con degli splendidi arrangiamenti curati dal maestro Luis Bacalov, già all’opera con altre band prog di quegli anni album “Concerto Grosso per i New Trolls” dei New Trolls (1971) e “Contaminazione” de Il Rovescio della Medaglia (1973). Che trittico!
Quella sequenza di cui parli, l’inizio del film, è a dir poco sublime, e all’interno dello stesso film non possiamo tralasciare il balletto di Barbara Bouchet…
In generale non sono un fan esagerato delle colonne sonore, ma ci sono casi in cui la compenetrazione tra musica, immagini, trama e recitazione danno vita a momenti davvero esaltanti. E stasera, ovviamente, è uno di quei casi.
Una riproposizione abbastanza fedele all’originale, questa volta, senza troppi stravolgimenti o riarrangiamenti. E poi riascoltare queste musiche con la proiezione del film, violentissimo, che scorre dietro al palco mentre la band suona… fa un effetto davvero incredibile e che mi emoziona ancora dopo due anni.

A proposito di Quentin Tarantino… Tu sei un suo grande fan o sbaglio? Si sa che gli anni ‘70 italiani sono stati di grande ispirazione per il regista di “Pulp Fiction”.

Senza voler fare l’esperto di cinema (non lo sono e ne è pieno il web), penso che Tarantino sia davvero straordinario.
In lui ho sempre visto un amore per il nostro Paese e un’autentica ricerca nel rielaborare e interiorizzare concetti e stili appresi dal cinema italiano, tra cui Di Leo appunto e il maestro Sergio Leone, l’indiscusso inventore dello “spaghetti western”.
Il periodo d’oro di questo filone fu indiscutibilmente a cavallo tra gli anni ‘60 e ‘70 e sfociò anche in un sottogenere con una marcata vena comica e brillante. Tra tutti, citerei i due film di Trinità con la mitica coppia Bud & Terence.
Senza divagare ulteriormente ma sempre a proposito di western, hai citato prima lo straordinario Luis Bacalov. Beh, sai, l’ho scoperto relativamente da pochi anni e devo dire che si annovera davvero tra quegli artisti versatili e poliedrici nella composizione. Fece anche il main theme di “Django”, film western di Sergio Corbucci (1966), il cui cantante era pensate Rocky Roberts. Sì, proprio la voce di “Stasera mi butto e “Sono tremendo” (a mia madre starà scendendo qualche nostalgica lacrimuccia).
Il film “Django”, guarda caso, venne poi preso come spunto sia nel titolo che nel main theme ancora una volta da Tarantino per il suo “Django Unchained” uscito nel 2012.
“Tutto goingide alla perfezione!” direbbe il nostro vate Lino… Banfi in questo caso!
Tornando semiseri (mai del tutto, non sia mai), la cosa che mi è sempre dispiaciuta, ma che è ineluttabile, è che certe intuizioni quali il face-painting (a cui accennavi tu sopra) degli Osanna, o cinematografiche di Di Leo o di Corbucci, siano diventate veramente famose e apprezzate solo in seguito a degli omaggi più o meno palesi di artisti internazionali quali i Genesis, i Kiss o Tarantino.
La mia non è una critica nei loro confronti, anzi, sono stati intelligenti e onesti in quanto hanno sempre ammesso le loro fonti d’ispirazione. Tuttavia, a volte nella mia mente pindarica, mi chiedo cosa sarebbe successo se Corbucci, gli Osanna e altri avessero avuto l’inglese come lingua madre e di conseguenza una platea più estesa e visibile?
Domanda da un milione di dollari, ma mi andava di farla e chiedere una tua opinione.

… Sarebbero forse i vari Genesis, Kiss o Tarantino!
Ma a parte la colonna sonora di “Milano Calibro 9” ... com’è andata la serata secondo te? Che mi dici del resto del concerto?

Riguardo alla scaletta, nessuna sorpresa clamorosa. Hanno eseguito tutti i loro pezzi storici più qualche excursus in lingua napoletana oltre alla già citata “Oro caldo”.
“L’uomo”, primo loro grande successo, è stata suonata due volte e ho apprezzato il fatto che nel corso di questi anni sia stata riarrangiata e “modernizzata” nella sua versione live.
L’unica “storica” che non è stata eseguita è “Non sei vissuto mai”. Tra parentesi, si trova su YouTube una versione suonata negli studi RAI con un giovane Renzo Arbore a presentarli...


Tornando a noi, mi è dispiaciuto non sentirla ma d’altronde qualche pezzo che manca c’è sempre nella scaletta ideale di ognuno di noi e che poi non trova riscontro nella realtà.
Tra l’altro, da qualche anno c’è un sito a tutti noi ben noto ovvero setlist.fm che aggiorna le varie scalette dei concerti di tutto il mondo con una rapidità a tratti quasi spaventosa. Un sito che ammetto di guardare spesso e che se da un lato è prezioso, dall’altro “toglie” quel mix di ansia e trepidazione durante il concerto. Il classico mantra-preghiera “dai, fai quel pezzo ti prego”.


Per me il resto della serata è stata energia allo stato puro gli Osanna: una band in ottima forma che ha regalato grandi emozioni.
Gli arrangiamenti dei brani storici sono molto simili, quando non identici, a quelli registrati nell’album… tra cui “L’uomo” con basso in slap sulle note di “Purple Haze”! L'album è stato pubblicato nel 2008 a nome Osanna/Jackson ed è intitolato “Prog Family”. Jackson, per chi non lo sapesse, è David Jackson, storico sassofonista dei Van Der Graaf Generator.
Un disco fenomenale, un greatest hits dove i vecchi brani sono risuonati e riarrangiati e che ripercorre le tappe fondamentali della band partenopea.
I nostri, truccati come si confà alla loro storia e alla loro tradizione musicale, ci danno dentro e la serata scorre che è una meraviglia.
Gli Osanna sono dei maestri nell’intrattenimento: la loro anima più verace, quella vena scherzosa e quel piglio incalzante non li abbandonano mai e Lino è un ottimo frontman sotto tutti i punti di vista. E ogni tanto, tra un brano e l’altro, un bel “Fuje A’ Chistu Paese” urlato a squarciagola, incitati da Lino, non ce lo toglie nessuno!
Ripeto: una band in gran forma, che ha saputo evolversi e trasformarsi ma senza mai snaturarsi. Non è facile, in questo mondo che corre davvero troppo in fretta, non è vero? A te la chiusura, Davide.

Sì, penso che di nostalgici del “come eravamo” ne è pieno il web (altro paradosso) e invece Lino Vairetti ha dimostrato di essere personaggio social, innovatore nei suoi primi anni artistici di carriera ma con nessuna voglia di fermarsi nemmeno ora.
Gli Osanna sono fantasticamente attivi, con iniezioni di gioventù da te citate prima e con un pubblico “social” di tutto rispetto. Facebook, Instagram e Twitter sono utilizzati massicciamente e attivamente da Lino e la band. E forse è anche qui una delle risposte al perché il pubblico sia così eterogeneo. Lino ha ravvivato un passato glorioso senza però voler rinunciare a un approccio da “millennial”.
Abbiamo esempi di persone nate artisticamente negli anni ‘60 e ‘70 che hanno occupato i social. In alcuni casi con grande successo (pensate a Gianni Morandi), a volte con un effetto da “ok boomer ” ... anzi “ok boomerang”!

Ma com’è stato il concerto, nelle parole di chi l’ha raccontato due anni fa? Ecco un articolo di VeroRock scritto da Raffaele Pontrandolfi sulla serata (contiene foto della serata e la setlist completa del concerto degli Osanna):


Video tratto direttamente dal profilo YouTube di Lino, in cui la serata al Wish List di Roma viene presentata all’interno della trasmissione STRACULT: 


Che cosa è “Effetto Memoria”? Si tratta di una serie di articoli commemorativi in cui si ricordano alcuni concerti memorabili… di qualche anno fa.
Qui puoi trovare la storia completa:


Un concerto più recente…