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sabato 6 maggio 2023

Banco del Mutuo Soccorso - Banco del Mutuo Soccorso, commento di Ale Dematteis

 


Banco del Mutuo Soccorso - Banco del Mutuo Soccorso

Dischi Ricordi

3 maggio 1972

Commento di Ale Dematteis (Musicshockworld)

 

Roma l’Antica, la Madre, La Culla, la Sapiente, la Spavalda, la Strega, l’Egocentrica Dominatrice.

Visse e conquistò, conobbe la tristezza nella sua favola sanguigna per poi, inevitabilmente, scomparire un poco dal centro del mondo. Ma continuò a vivere.

Fu il fermento di anni fulgidi, di lividi, di cavalli che tornavano a correre tra le sue strade, di anime con fame e sete di coscienza in fase di aggiornamento a far sì che tornò soprattutto ad essere la madre risorta in quella Cultura che sembrava sfinita, in punto di morte.

Erano gli anni 60, la brina e la brillantina di giovani anime che incominciavano a creare un precedente: compattarsi, discutere, confrontarsi e scontrarsi, ma decisi a non lasciare agli adulti il tutto. Era stata determinata una serie di prese di posizioni.

E nel cuore della Divina Lupa nacque il Banco del Mutuo Soccorso, la band corsara, con il polso fermo, occhi dilatati a creare cerchi e a fare dei dubbi un generoso punto di partenza.

Arrivarono e sconquassarono la noia, le incapacità, la mediocre modestia qualitativa di anime dormienti e dettero impulsi nuovi, dirompenti, efficaci.

Usarono la forza dell’inventiva, della creatività, del trasporto emozionale e del pensiero per dare un calcio ai limiti. Non erano soli: nel mondo e in Italia questo fermento vibrante stava contagiando, senza far correre il rischio della morte bensì il suo esatto contrario, perché c’era un numero crescente di anime desiderose di veder esplorare e di esplorare anch’esse territori diversi.

La Musica come sommatoria di Arti e di studi, di fluidi in cerca di canali mentali con approcci diversi.

Il Banco fu un clamore così capace di stupire che fece crescere la convinzione che non fossero i miracoli, le belle canzoni, i begli album a dare un po’ di sollievo, ma piuttosto un impegno che si specificava nella sonda, nell’antenna, nella libertà di unire il tempo e la coscienza in un fluire di intuizioni, esercitazioni, di luoghi mentali e fisici da scoprire e da mostrare al mondo. La band Romana ha reso la musica una lente di ingrandimento, un manuale che esplicitava, espandeva e non un Bignami, una veloce e inutile sintesi: era giunto il tempo di ampliare i mezzi coscienti, per farli abbracciare con progetti dalla architettura complessa.

L’Italia dei primi anni 70 era bellissima, con i suoi giovani dai mille entusiasmi, le loro lotte, i loro campi da seminare e coltivare dentro delle menti lucide e capaci di accoglienza. La band aveva ottenuto l’interesse, il supporto di persone che studiavano i movimenti barocchi di musiche che cercavano quella nuova forma creativa di provenienza inglese: il Progressive.

Un matrimonio di saggezze varie più che un incrocio di stili musicali. La forma canzone, la prevedibilità, la fatica di quel ripetere un cliché ormai privo di grandi tensioni venne evitato per creare una proposta di classe, di gran classe, estremizzando ma senza per questo diventare futile. Anzi.

La ricchezza di quei voli entrò nella modalità di brani e di album dalla faccia tonda, ricca, gonfia di tesori pieni di senso, che arricchivano l’ascolto.

Venne il tempo di esordire, di lasciare all’eternità l’uso della propria creatività e il giudizio. Furono sei damigelle dagli abiti pieni di fiori, fango, con le loro storie trasversali, con le lenti pulite di un cannocchiale nuovo di zecca, a consegnare ufficialmente all’Italia una risorsa senza briglie.

Ancora oggi non esiste modo di sintetizzare l’abbondanza, di ridurre i ragionamenti, di poter fermare i sogni davanti a questo primo album che sempre insegna, getta sconforto e al contempo regala sorrisi rassicuranti.

Sei uomini per sei damigelle: universi e contorni a trovare contatto, suites a scoprire l’intensità e la validità di movimenti che si allontanavano dall’inizio del brano per consegnarci il cielo.

Un esempio di come la complessità abbisogna di un approccio lento, di un ascolto con gli occhi sopra la storia del mondo, di immagini che sembrano annebbiate ma che invece mostrano che la vera confusione era l’essere divenuti dei bambocci davanti alla banalità, che è il lato scomodo e fuorviante della semplicità.

Cavalcate e galoppate con sulla schiena personaggi affannati ma liberi, note e suoni a frantumare una fragile solidità che si era fatta pesante e priva di senso. I sei creano storie, linguaggi, messaggi da dover assorbire con respiri diversi in un caleidoscopio non del tutto prevedibile. Sono fiamme, scosse elettriche, tasti, rulli di tuoni, voci che tutte insieme offrono al sangue una linfa nuova, sconvolgente.

Il Progressive non andrebbe definito, il suo stile estetico non vuole parole che deviino dalla sua essenza. Si allarga e fugge dai perimetri, dalle forme geometriche, dalle sentenze. Mostra il fianco alla critica ma avanza, contro tutti e a volte anche contro sé stesso.

Questo album presenta cambi di ritmo, sezioni varie dentro gli stessi brani ma ciò che è importante è capirlo, non definirlo. E ancora oggi c’è da intendere cosa abbia dato origine a questa carrellata di gioielli senza tempo. Si evidenziano elementi metaforici, l’uso della fantasia come elettrodo, regalando scintille e punti di contatto tra situazioni spesso molto distanti tra loro. Tutto questo conduce alla presenza di elementi criptici che rendono complesso l’intendimento, ma senza per questo motivo annoiare o rendere impossibile il beneficio.

Questa è una musica che parte dalla testa per posizionarsi nel cielo, una musica che diviene fisica come conseguenza ma che non desidera rimanere terrena. Il disco contiene manciate di follia, riflessi di esagerazioni che trovano nello sviluppo un respiro che si gonfia di consapevolezze potenti.

Ascoltarlo è mettere la mente davanti ad uno scompiglio necessario: malgrado una produzione non eccelsa, questo diventa un pregio perché ci lascia il profumo degli anni 70, di una generazione che sapeva creare una serie di bing-bang intellettuali che il tempo non ha sconfitto, non ancora.

Lo studio, la versatilità, l’intenzione di una sperimentazione sensata diede a questo lavoro modo di conoscere mondi bisognosi di espressioni e ascolti. Una danza nella quale le sei damigelle hanno giocato a mosca cieca, a nascondino, a rubare il fazzoletto per far compiere all’album voli in assenza di gravità. Determinante, rilevante, curò le ferite e diede spazio alla bellezza, creò uno specchio fedele delle difficoltà umane del tempo.

È preziosissimo sin dalla sua copertina: è un investimento nel quale continuare a mettere ciò che ha valore, in cui inserire le monete dei nostri pensieri, atteggiamenti, modalità di espressione, facendone l’unica banca che non sfrutta i risparmi.

Le atmosfere mostrano attività ludiche e seriose, nella giostra dei gioielli seminascosti di cui Francesco Di Giacomo dipinge parole sulla nostra pelle piena d’olio.

Musicisti eccelsi a innaffiare l’indole di un insieme che genera dipendenza, trasporto, scuotimenti come indagini del pensiero con la bocca spalancata.

Che dire? Non si può perdere l’occasione di entrare nel giardino di questo mago con le sue damigelle e di esplorarne i frutti…

  


Formazione

Francesco Di Giacomo - voce

Vittorio Nocenzi - organo Hammond, clarino, voce

Gianni Nocenzi - pianoforte, clarinetto piccolo mib, voce

Marcello Todaro - chitarra elettrica, chitarra acustica, voce

Renato D'Angelo - basso

Pierluigi Calderoni - batteria


Canzone per Canzone (cliccare sul titolo per ascoltare)

In Volo

Il medioevo è il portatore sano di una damigella che si annuncia: l’inizio dona un brivido sinistro, dove Vittorio Nocenzi mostra la complessità del suo talento, creando un mantello dove il cavallo alato corre impetuoso. Un ingresso torbido che dà subito la misura di un album che scavalcherà la storia e gli stili, dove Astolfo deve decidere se ingannare con false immagini: non accadrà, perché sia queste che le prossime canzoni vivranno di immagini pure e vere.

 

R.I.P. Requiescant in Pace

Il cavallo ora corre sul rock del suo tempo con il sudore che gronda dalle dita di Renato D’Angelo con il suo basso facoltoso, la chitarra blues inglese di Marcello Todaro e gli schizzi pianistici di Gianni Nocenzi. La voce di Francesco canta come un raggio di sole con gli occhiali che vedono e descrivono la gloria e il sangue caduto per farlo diventare brividi senza sosta. Si nuota dentro i pugnali che trovano le lance e che feriscono: la musica è un calvario leggero, dai passi sognanti. La malinconia, la forza, la dinamicità dei sei si amalgama in un lato descrittivo immenso degno degli eroi di quel tempo, Led Zeppelin su tutti. C’è modo e spazio per sconvolgere con il finale drammatico, applausi infiniti dentro il Colosseo.

 

Passaggio

La Psichedelia succhia dal Barocco e si tuffa sulla strada per lasciare il suo odore, in un breve passaggio di settantotto secondi che scuote mentre i secoli si accoppiano su note angeliche e un vocalizzo sacro tenuto quasi nascosto.

 

Metamorfosi

Il cielo si riempie di colori, la quarta damigella balla, mentre tutto si fa sperimentale, in una pentola sonora dove troviamo l’immensità del talento dei sei maghi a rapporto con la strategia.

Dai Deep Purple, ai Led Zeppelin, alle cantine buie di una Londra schizzata, arriviamo a un mappamondo scenico che brilla di avamposti, di idee che fanno del ritmo il signore dalla voce grossa e delle precipitazioni melodiche la scintilla di nuovi percorsi possibili.

 

Il giardino del mago

Un miracolo complesso che diventa qualcosa di più di grande di una canzone: una performance artistica di livello immenso, dove tutti si mostrano dotati di mani dai poteri incommensurabili, trame fuori dalla comprensione ma piene di logiche che avanzano ascolto dopo ascolto. Quattro movimenti, quattro praterie a guardarsi da vicino, dove le doti tecniche sono il presupposto di un bagliore che illumina il giardino del mago così indaffarato a creare stratagemmi e illusioni dalla pelle lucida. Il canto, il controcanto, la storia che scivola sulle orecchie incredule, la chitarra e il piano che si fanno spiare dal basso e dalla batteria che diventano complici sublimi: c’è tutto e di più qui. Raggiunta la perfezione, l’incanto diventa storia infinita: gli spazi incontrati sono comete in avvicinamento, le schegge di chitarra e i tasti del pianoforte visitano l’ignoto e si resta sgomenti, in un coma lucido, vigile, ma che non consente movimenti. Quanta preziosità, allora, in questa composizione che mette l’attualità sociale di fronte alla sua collega di qualche secolo prima, in un precisare meticoloso che rende tutto chiaro.

 

Traccia

Meglio concludere la storia di un clamoroso miracolo con una canzone che non rinneghi i minuti precedenti ma che sia una sorta di memoria, un ribadire l’intensità usando la modalità di farlo in due minuti. Riuscendoci perfettamente. L’impeto, la lezione di scorribande piene di grazia di Paganini e la potenza evocativa di Beethoven fanno da annunciatori a questi tuoni dai canti settecenteschi in una cascata tumultuosa, torbida e magnifica.

 

 Sequenza fotografica fornita da Wazza...













 

venerdì 5 maggio 2023

Fiamma Dallo Spirito: "Sabba", commento di Fabio Rossi


Commento di Fabio Rossi

Artista: Fiamma Dallo Spirito

Album: Sabba

Genere: Horror Rock

Anno: 2023

Casa discografica: Black Widow Records

Tracklist:

1.       Initiatio Sagae

2.       Povero Lui

3.       Agonia

4.       Profezia

5.       Sabba

6.       Dannazione

7.       Povero Lui (strumentale)

8.       E Dio Creò l’Amore



Line Up

Fiamma Dallo Spirito: voce solista;

Federico Bergamini: Organo a canne, Organo Eminent, Minimoog, Pianoforte, Clavicembalo;

Fiamma Dallo Spirito, Federico Bergamini e Fiammetta Bertolazzi: Cori

Orchestra del Maestro Bergamini: Chitarra 12 corde, Chitarra Elettrica, Basso, Batteria, Percussioni. 


E pazzia di una mente malata

Come sussulti di terremoto

Patti neri, Divini Sabbah”

(liriche tratte da Agonia)


L’indubbio merito da ascrivere ai nostrani Jacula è stato quello di interpretare musicalmente alla perfezione il culto per l’horror che imperversava negli anni Settanta. In questo contesto nasce l’opera magna Tardo Pede In Magiam Versus, concepita nel 1972 e che a distanza di oltre mezzo secolo continua ad affascinare e terrorizzare gli ascoltatori. Un capolavoro non famoso come Profondo Rosso dei Goblin e relegato nell’underground, ammantato perennemente di quell’ambientazione cupa e imperscrutabile che ammalia gli intenditori dell’horror rock. La cantante in quel disco era la misteriosa Fiamma Dello Spirito. Per anni si è dibattuto sull’identità di quest’artista erroneamente identificata in Doris Norton. In realtà si trattava dell’avvenente Vittoria Lo Turco, l’allieva prediletta del maestro Federico Bergamini.

Registrato il 14 novembre 1975 e mai pubblicato, “Sabba” è l’ideale seguito di “Tardo Pede In Magiam Versus”.

La solita solerte Black Widow Records si è presa la briga di diffondere questa gemma che altrimenti sarebbe rimasta sepolta per sempre. Il disco è attribuito a Fiamma Dallo Spirito, in altre parole Vittoria Lo Turco, la vampiressa dal viso d’angelo, e conserva inalterato la stessa arte seduttiva dell’illustre predecessore. Si tratta di un genere non adatto a tutti che delizierà gli amanti della magia, dell’esoterismo, dell’occultismo, ma anche chi è in grado di apprezzare le indiscusse doti vocali, sovente recitative, di Vittoria che ben si attagliano con la maestria di Federico Bergamini e della sua orchestra. Sabba, il disco perduto, è un’opera complessa, sperimentale, talvolta incline al progressive, destinata a chi è spinto dalla curiosità e dalla voglia di incantarsi con l’atmosfera che solo la musica degli anni Settanta sapeva creare.

 





giovedì 4 maggio 2023

RAFAEL PACHA: "A bunch of forest songs", di Valentino Butti

 


RAFAEL PACHA: A bunch of forest songs

Seacrest Oy-2023-SPA

Di Valentino Butti


Rafael Pacha, polistrumentista spagnolo, da alcuni anni collaboratore dei Samurai of Prog, e, più recentemente, co-protagonista sempre con Pörsti e Bernard, del progetto “The Guildmaster” (due album per loro, fra il 2020 e il 2022, di ottimo folk prog) ha all’attivo anche una ricca carriera solista incentrata soprattutto sul suo secondo “amore” musicale e cioè la musica popolare. Sollecitato anche dall’amico Pörsti, l’artista iberico “riprende in mano” alcune composizioni presenti nei suoi album solisti, li rivisita, li registra nuovamente e il risultato è questo “A bunch of forest songs”.

Tredici brani compongono la raccolta: dodici di essi sono estratti da quattro suoi album, uno, “La mujer del músico” è un brano inedito che comunque faceva già parte del repertorio live dell’autore. Artista eclettico, Pacha, per l’occasione, suona un po’ di tutto: dalle chitarre acustiche, classiche ed elettriche, al basso, dal violino alla viola da gamba, dal flauto al mandolino, per non parlare di altri strumenti della tradizione turca, spagnola o irlandese. Ovviamente presenti, in qualità di ospiti, Pörsti alla batteria, Bernard al basso in alcuni pezzi ed anche Alessandro Di Benedetti con le sue tastiere.

Un viaggio nella musica tradizionale non solo spagnola, ma pure in quella basca, celtica, scandinava e balcanica. Tutti i brani sono di grande fascino e ci avvolgono con le loro fragranze: le sonorità celtiche di “Piper’s dream” con le sue cornamuse oppure il folklore basco e gli strumenti tipici di questa zona che ci accompagnano in “Akelarre”. Ancora la verde Irlanda e le sue antiche leggende sono protagoniste in “Ossian by the door” e in “Bean Sidhe”, (le Banshee, spiriti femminili i cui pianti anticipano la morte di qualche essere umano) splendido bozzetto acustico che ci conferma tutta la sensibilità di Pacha con gli strumenti a corda. Non mancano le ritmate cadenze balcaniche come in “Balkan Rashness/ Pivo u staklu” o i rimandi all’epica scandinava protagonista in “Dance of Rohan” e, ancor di più, in “Kenningar (Swordwater)” che si rifà alle tradizioni medioevali norrene. Il folklore scozzese (delle isole Ebridi, in particolare) è oggetto della più elettrica “Stormchaser” con ancora le cornamuse in evidenza. “Artañola” è un mix di sonorità basche e celtiche, mentre “La mujer del músico”, l’unico inedito come detto, è un emozionante saggio dell’arte di Pacha e, qui, anche di Alessandro Di Benedetti al piano ed alle soffuse tastiere.

“A bunch of forest songs” si rivela un prezioso scrigno musicale in cui si (ri)scoprono tradizioni secolari ancora in grado di coinvolgere la nostra sensibilità.







martedì 2 maggio 2023

BLUE DAWN-"Reflections From An Unseen World", di Andrea Pintelli

 


BLUE DAWN-"Reflections From An Unseen World"

 CD/LP (BWR)


Gli ottimi Blue Dawn di Genova arrivano al loro quarto album dal titolo “Reflections from an Unseen World”, a quattro anni da quel “Edge of Chaos” che avevo recensito come il loro (fino al 2019) miglior lavoro (andatevi a leggere MAT2020 e potrete trovare anche l’intervista che gli feci).

Pubblicati il 31 marzo dalla sempre gloriosa Black Widow Records, i nostri vedono l’innesto di Davide Bruzzi, tastierista e chitarrista, già ne Il Segno del Comando, ad affiancare Monica Santo – voce, Enrico Lanciaprima - basso e voce, Andrea "Marty" Martino – chitarre, Andrea Di Martino – batteria.

Bruzzi dona di fatto nuovi colori alla tavolozza dei Blue Dawn, rei di aver dipinto questo nuovo disco con piglio maggiormente sicuro ed elevando i propri intenti verso un suono che partendo dal doom viaggia verso lidi maggiormente prog. Certo l’elemento centrale della faccenda lo possiamo identificare nel dark-prog, ma sarebbe alquanto riduttivo: si cresce e si è qui per migliorare, e i Blue Dawn stanno riuscendo nella loro impresa.

Si parte con “Hostage of Grudge”, in cui l’apporto di Bruzzi si sente fin da subito: arpeggi di pianoforte a lasciar campo libero a una deflagrante bordata di deciso impatto. Le voci si mescolano, ancor meglio si fondono per un risultato straniante e di sicura presa. Preferibile quella di Monica Santo, dotata di maggiore grazia, sebbene Enrico Lanciaprima si prodighi e si impegni con carica interpretativa di non facile soluzione. Quand’ecco di nuovo il pianoforte a donare sinistri presagi al pezzo. “Praise of Folly”, doom che più doom non si può, vede protagonista Monica a condurci in meandri oscuri e misteriosi, dove la luce arriva fioca. La sezione ritmica martella, pur mantenendosi in linee melodiche entro i canoni del genere. Le chitarre acuiscono quel senso di sinistro sentore, fanno il loro dovere accrescendone il pathos. “Damage Done”, traccia vorticosa e mefistofelica, ha ritmo da vendere, col prego di procedere con pauroso impeto. Qui le chitarre si prendono la scena e si rendono protagoniste di passaggi che catturano, conquistano, invadono. Che botta. “From Hell”: basterebbe il solo titolo ad identificarne l’ambito. E invece no: va ascoltata, va vissuta, tant’è bollente. Rende discepoli, trasforma gli ascoltatori in adepti di una non-religione musicale libera da schemi, oltre i generi (come detto sopra). Si apprezzi sempre di più l’esoterica vocalità di Monica. La seconda parte è più soffusa, riflessiva volendo, una pausa che la separa dalla terza e conclusiva parte, dove l’armonia prende il sopravvento con suoni di iniziatico riscontro. “A Blue Monster In My Heart” è un’esplosione di rimandi progressivi e, pur nella sua asprezza, ci ricorda di quanto il gruppo si sia sviluppato nel corso del tempo, andando a pescare nella propria emotività alla ricerca di situazioni interiori ora donate all’arte. Un trionfo di stile e passione. Senz’altro Bruzzi ha dato una grande mano in tal senso, e si sente distintamente. “Who Are You”, riuscita cover del brano dei Black Sabbath dal loro capolavoro “Sabbath Bloody Sabbath”, è lodevole, siccome i Blue Dawn cercano di metterci del loro, con coraggio, sapendo di volersi misurare con un monolite. Applauso, ma devo ammettere che preferisco i loro componimenti. “Shades” riprende la strada del loro stile, sebbene con un calo di tono che probabilmente vuole stemperare un poco le mazzate precedenti. Episodio minore, secondo chi scrive. “Sea Of Glass” torna sui livelli precedenti, offrendo altre sfumature della personalità del gruppo. Dritta e sparata, si pregia di una notevole idea di chitarre effettate, pur con la voce femminile sempre in primo piano. Tempi e controtempi a rincorrersi: è un grande pezzo, insomma. C’è spazio pure per la sinistra dolcezza dell’ultima parte, che va a bilanciarne l’entusiasmo. “Colorful”, ultima track, sorprende per la scelta di inserire un “very beautiful sax”, andando a consacrare l’espansione dei nostri verso territori più ampi e fantasiosi. Il titolo gli dà ragione, in fondo. Certo, l’incedere è sempre da signori del doom, ma ora e qui hanno abbattuto i limiti del genere. Ed è un bene, o meglio, un ulteriore passo avanti, una vittoria.

Con ospiti di rilievo quali il genio Mercy e James M. Jason, questo è il disco della maturità dei Blue Dawn, che li porta sul podio nazionale dei migliori rappresentati della loro categoria. Avanti così.


Tracklist:

1. Hostage of Grudge

2. Praise of Folly

3. Damage Done

4. From Hell

5. A Blue Monster in my Heart

6. Who are you

7. Shades

8. Sea of Glass

9. Colourful

Formazione

Enrico Lanciaprima - basso e voce

Monica Santo - voce

Andrea “Marty” Martino - chitarra

Davide Bruzzi - chitarra e tastiere

Andrea Di Martino - batteria

Altri musicisti

James M. Jason

Roberto Nunzio Trabona

Ospiti speciali:

Mercy

Fulvio “Dr. Fungus” Pereda 

L’album è dedicato a Simona Bolla, 1970 – 2021, R.I.P.

youtube.com/@BlueDawnItaly

https://www.facebook.com/BlueDawnItaly



Andrea Pintelli

Instagram: @apintelli






lunedì 1 maggio 2023

“MARILLION WEEKEND”, di Angelo De Negri


Angelo De Negri era presente al “MARILLION WEEKEND” 

e ci traduce il suo feeling…


Una bellissima "due giorni" ben organizzata nell'area del Teatro Geox. Già il giovedì (per chi era arrivato a Padova) aperitivo con concerto Ranestrane al Radio City Music Hall Itali di Padova con cena + evento musicale.

Venerdì e sabato all'esterno e nel foyer del Geox, area food e merchandising della band con musica (dj set prog il venerdì e set acustico di Davide Marani il sabato).


Il tutto presente anche nell'aftershow dopo i due concerti.

Il venerdì opening act di Riccardo Romano Land (45 minuti in cui ha presentato brani dai suoi due album) con guest di Jennifer Rothery (voce in due brani di Romano e in un suo brano con special guest alla chitarra Steve Rothery).

Molto bravi. Romano anziché alle tastiere era al basso e voce.

A seguire la prima serata Marillion... che dire... musicisti in ottima forma e Hogarth al top, con la voce e con la tenuta del palco.

Brani dall'ultimo album e altri che meno vengono rappresentati dal vivo, su tutte (a mio parere) una splendida "Fruit of the wild rose". Incursioni nell'era Fish con “Warm Wet Citcles/That time of the Nigth”. Nei bis una stupenda Care (sempre dall'ultimo) e una travolgente Garden Party dal loro primissimo album.

Il giorno due ha avuto "An audience with Marillion" alle 20 con la band sul palco a rispondere alle domande dei fans (raccolte nei giorni prima sui social) e con siparietti divertenti. Il tutto però senza traduttore (mi spiace ma a Genova, al Govi Steve Hackett e MacPhail mi sono piaciuti moooolto di più 😁).

Secondo concerto Marillion ancora più spettacolare. Inizio con estratti da Brave e i brani restanti dell'ultimo An Our Before It's Dark, con finale in crescendo fino all'epica This Strange Engine, che esalta nel suo finale le doti vocali di Hogarth.

Che dire... io sono di parte, ma sono stati due ottimi concerti (come ha detto Hogarth, un grande concerto diviso in due giorni).

Atmosfera bellissima, quasi una grande famiglia e se un genovese fa amicizia con una coppia di austriaci… ho detto tutto 😉.

Grande rappresentanza estera tra il pubblico.

Complimenti ringraziamenti a Davide Costa e a tutto lo staff di The Web Italy per l'organizzazione perfetta!


TONY CERCOLA-ALMAS


 

TONY CERCOLA-ALMAS

Etichetta: OSSERVATORIO CULTURALE MEDITERRANEO/SELF dist.

Di Athos Enrile

 

Dedicato all’amico giornalista Sandro Petrone

 

Tony Cercola (Antonio Esposito) è un (grande) percussionista napoletano di lungo corso, e questo dovrebbe bastare per comprendere al volo quali siano stati i suoi compagni di viaggio, dagli esordi sino ad oggi. Ma nell’occasione mette il sigillo - e l’impegno - ad un progetto totalmente suo, dal titolo “Almas”.

Sono davvero tante le anime che l’artista cerca e propone nell’occasione, miscelando le proprie radici alle esperienze di una vita, mettendo quindi nel suo contenitore musicale tradizione, competenze specifiche, culture differenziate, e fornendo un campione perfetto di musica globale, contaminata dal rock, dal folk, dal jazz e dagli aspetti etnici.

Chiamiamola “World Music”, tanto per regalare una facile etichetta, ma è talmente cangiante la musica di Cercola che appiccicarle un marchio appare poco utile.

Vediamo nel dettaglio - e ascoltiamo - i dieci brani che compongono l’album.


Guida all’ascolto (cliccare sul titolo per ascoltare)


Apre l’album la title track, “Almas”, un brano melodico e di stampo intimistico.

Appare come brand del progetto, essendo incrocio di voci e culture diverse, quella napoletana dell’autore, quella argentina della moglie con l’aggiunta del tocco siciliano del cantautore Ugo Mazzei.

Atmosfera magica per l’inizio del “percorso delle anime”.

Segue “L’ombra mia”, una creazione estremamente personale, una dedica ad una persona cara, una madre, che nonostante sia, purtroppo, fisicamente assente, resta una presenza costante, un’ombra protettiva e al contempo pronta ad illuminare il percorso della vita, spesso pregno di momenti oscuri.

Un mood improntato verso una tristezza diffusa disegna i contorni di un brano appassionato e senza tempo.

Con “Tony è l’Età” si cambia decisamente ritmo, i ferri del mestiere entrano in gioco (le percussioni) in un panorama significativamente “mediterraneo” che conduce nella Napoli pulsante, tra la gente che ha bisogno di parole e contatto, di tradizioni ed evoluzioni. E Cernicola è altrettanto voglioso di interscambi, alla ricerca - o nel mantenimento - delle proprie radici.

Arriviamo a “La Cercolana”, pezzo dedicato al paese di nascita, Cercola, “in bilico sulla lava del Vesuvio”, nome affibbiato all’autore (Antonio Esposito) per evitare confusioni con un altro percussionista nobile e conterraneo, Tony Esposito.

Una sorta di festa, una tarantella che rispolvera le voci e la tradizione specifica napoletana, con i sassofoni di Tony Panico che forniscono il giusto groove che idealizza un luogo che concentra affetti e accadimenti di vita.

Discorso a parte per “Armonie e Disarmonie”, composizione del passato rimasta nel cassetto per una vita, ma tirata fuori nel momento più appropriato.

Trattasi di strumentale registrato ovviamente in analogico - era il 1978 - che mette in evidenza tutte le skills di Cernicola & friends.

Esiste una suddivisione interna che permette di evidenziare strumenti percussivi inusuali miscelati al flauto traverso e a una chitarra acustica a 12 corde, quattro momenti magici legati tra loro dal profumo della storia.

Come sognare ad occhi aperti!

Arriviamo a “Go Go Bell”, una sorta di tormentone che una volta arrivato non ti abbandona più, canzone che sembra sgorgare dalla cultura afroamericana, almeno per quanto riguarda la dinamicità.

Nato subito dopo le restrizioni legate all’emergenza sanitaria, rappresenta il paradigma della positività, un inno dedicato alla rinascita, con un cantato multilingue (arabo, spagnolo, napoletano) che per questo contiene il messaggio dell’unione, della coralità, della reazione univoca al cospetto di problemi comuni.

I vicoli di Napoli possono fornire novità inaspettate ma anche tante certezze, come quella di trovare personaggi pittoreschi come “O ppà ‘o ppà”, figura stravagante realmente esistita, alla ricerca quotidiana perenne - ma mai fastidiosa - di bocconi di pane: una persona molto amata, quasi una maschera locale.

Mai come in questo caso c’è il bisogno di sonorità legate al territorio e alla cultura locale, e la tarantella proposta, tra ritmi incalzanti e fiati in libertà, diventa la più adatta possibile al racconto di Cernicola.

“O Ciuccio” mette in mostra un altro lato dell’autore, ovviamente tifoso della squadra della sua città, il Napoli, che si presta a rivincere uno scudetto, il primo dopo l’era di Maradona.

I tifosi napoletani hanno adottato la canzone, anche se esiste una sorta di contraddizione tra la genuinità del popolo napoletano e gli intenti dell’autore, che vuole scagliarsi contro la superbia, l’arroganza e la presunzione umana.

Ma l’asino che si sente un cavallo, che si sopravvaluta, alla prova finale si accorgerà di non essere all’altezza e i suoi trucchi trasformisti non saranno serviti a nulla.

Ovvio l’andamento è festoso, impreziosito da un inciso di violino inframmezzato dal raglio dell’asino, simbolo cittadino, e ci sarà modo, tra poco, per i napoletani, di cantare “O Ciuccio”, festeggiando un lieto e meritato evento.

Il cuore e la melodia per cui la canzone napoletana è conosciuta in tutto il mondo emergono in “Appassionata N° 1”, frammento fatto di grande romanticismo e pathos.

Più che le mie parole sono utili le immagini video e la musica…



In chiusura “Tabla Song”, il secondo strumentale del disco utilizzato per celebrare la tradizione musicale napoletana più sperimentale e avanguardistica, con la presenza del compianto Rino Zurzolo al contrabbasso, un duetto che permette di realizzare una sorta di jam basata solo sulla sezione ritmica, e che serve per esaltare il ricordo dei tempi in cui i due musicisti collaboravamo con i grandi della grande musica partenopea.


La musica - come il calcio di cui si parla anche in questa occasione - è spesso divisiva, e nel suo nome nascono fazioni e punti /luoghi di accesa discussione… “Almas” non dovrebbe correre questo rischio, avendo il pregio di regalare emozioni diversificate, così come stralci di filoni musicali differenti tra loro; quindi, godiamoci con semplicità e senza pregiudizi la musica di Tony Cercola…


Tracklist:

01)  Almas

02) L’Ombra Mia

03) Tony è l’Età

04) La Cercolana

05) Armonie e Disarmonie

06) Go Go Bell

07) ‘O ppà ‘o ppà

08) ‘O Ciuccio

09) Appassionata n°1

10) Tabla Song

 

Produzione Ugo Mazzei – The Artist Recording Studio, Gino Magurno, Antonio Bruno

Copertina Alessandra Brandi

Foto Riccardo Piccirillà

 

Bio Succinta:


ANTONIO “CERCOLA” ESPOSITO, è uno dei più grandi percussionisti italiani, per anni al fianco di Pino Daniele (Nero a Metà), Edoardo Bennato (Uffa Uffa, Sono Solo Canzonette…), Tullio De Piscopo, Musicanova, Roberto Murolo, Mia Martini, Enzo Gragnagniello, Dario Fo (Scià Scià – Nacchere Rosse) ma anche Don Cherry, Brian Ferry e molti altri artisti.