www.mat2020.com

www.mat2020.com
Cliccare sull’immagine per accedere a MAT2020
Visualizzazione dei post in ordine di pertinenza per la query aether. Ordina per data Mostra tutti i post
Visualizzazione dei post in ordine di pertinenza per la query aether. Ordina per data Mostra tutti i post

martedì 19 dicembre 2023

Aether – “Aether” - Commento di Alberto Sgarlato

 


Aether – “Aether” (2023) 

di Alberto Sgarlato


Aether, un nome che è già di per sé un programma, una dichiarazione di intenti. L’etere concepito nella filosofia greca come “la quintessenza”, materiale cristallino che costituiva l’universo; Etere come dea greca che simboleggiava l’aria più pura, respirabile solo dalle divinità e non dai comuni mortali; etereo, aggettivo che nel comune parlare diventa sinonimo di qualcosa di talmente lieve da essere impalpabile.

Tutte queste coordinate sono perfette per descrivere appunto la musica degli Aether, che nasce dal jazz-rock per sfociare nell’ambient e nel minimalismo.

La formazione degli Aether comprende Andrea Ferrari (chitarre e tastiere), Andrea Grumelli (basso e Chapman Stick), Andrea Serino (tastiere) e Matteo Ravelli (batteria ed elettronica). Ma francamente assegnare nomi e ruoli diventa superfluo, visto che tutti gli strumenti tendono a essere funzionali a questo raggiungimento del “suono puro”.

E ai primi ascolti vengono in mente gli esperimenti di Robert Fripp, alla fine degli anni ‘70 con i Frippertronics e negli anni ‘90 con i più digitali Frippscapes. Tutte tecnologie che questo chitarrista adoperava per creare echi e loop infiniti, reiterando timbri e arpeggi.

Oppure si potrebbe pensare ai Japan, che presero le distanze dal glam-post punk degli esordi, ma anche dall’elegante new wave della loro fase più matura, e a circa dieci anni dallo scioglimento ripresero forma come Rain Tree Crow, con un progetto molto più devoto al nascente post-rock.

Ecco, sì: per gli Aether si potrebbe parlare anche di quel post-rock che negli anni ‘90 attingeva dalle jam del prog-rock più elitario e meno barocco/sinfonico dei ‘70 e dalla ricerca sonora della new wave più sperimentale degli ‘80 per forgiare un linguaggio nuovo. Percorso che accomuna la band e in seconda istanza il percorso solista del leader David Sylvian con quello dei Talk Talk e del compianto Mark Hollis, altra band che, nel termine della sua carriera, potremmo qui prendere in considerazione tra i riferimenti.

Brani globalmente brevi, quelli degli Aether. Raramente oltre i 4 minuti, eppure densi di “situazioni” sonore al loro interno.

ASCOLTO COMPLETO

Alcuni, seppur la band sia totalmente strumentale, appaiono persino più “cantabili” e melodici. Come “Radiance”, che evoca quasi suggestioni trip-hop e lounge, tra Air e Massive Attack. Altri invece decisamente più volti alla ricerca, come la opener “Echo chamber”. Sensazioni quasi “tribali” ed etniche nel groove avvolgente di “Thin Air”. La malinconia della dark-wave affiora in “Gray halo”, forse uno dei momenti più suggestivi dell’opera. Il groove del jazz-rock, tra i Soft Machine del periodo “Seven” e il Perigeo, regge le dinamiche di “Pressure”, un altro tra i brani più “cantabili” (se così si può dire di un sound come quello degli Aether), mentre “A gasp of a wind” parte in modo estremamente “sottile” per poi affidarsi a un maestoso crescendo. Territori di sperimentazione sonora sono quelli esplorati in “A yellow tear in a blue-dyed sky”; mentre “Moving away”, dopo una partenza affidata quasi alla sola chitarra, cresce pian piano fino a deflagrare in un efficace e melodiosissimo prog-jazz-rock, a tratti dalle tinte quasi funk nella sua ritmica pulsante, per poi chiudere il suo percorso con divagazioni ai limiti del rumorismo tastieristico che, in un successivo crescendo, ci riportano al tema centrale. “The shores of Bolinas” è un altro viaggio ai confini dell’ambient. “Crimson fondant” è un chiaro omaggio alla band di Robert Fripp, con riff su tempi dispari di piano Fender Rhodes e di chitarre devote alla fase di “Red” e di “Larks’ tongues in aspic” della band di riferimento. Su tutto ciò si mette in luce in modo particolare il basso, con un gran lavoro sia di accompagnamento sia, a tratti, di primo piano. E si chiude con “This bubble i’m floating in”, altro gran lavoro di ricerca sulle potenzialità espressive dei singoli strumenti, costruito soprattutto su stratificazioni di arpeggi chitarristici.

Musica indubbiamente di non facile assimilazione, che non può mai essere relegata a ruolo di sottofondo ma che impone la massima concentrazione, in un’esperienza di ascolto immersiva e totalizzante.








lunedì 21 ottobre 2024

Aether: “Trans-Neptunian Objects”, di Alberto Sgarlato

 


Aether: “Trans-Neptunian Objects” (2024) 

di Alberto Sgarlato

 

Il nome degli Aether non è certo nuovo agli attenti e affezionati lettori di MAT2020. Era infatti circa un anno fa (per la precisione dicembre del 2023) quando recensivamo il loro ottimo album omonimo. Quell’esordio fu frutto di una lunga gestazione, iniziata già nel corso del 2022 e terminata a metà del 2023. Chi volesse rispolverare quell’articolo, può trovarlo a QUESTO LINK

In quella circostanza parlavamo di fusion, post-rock, progressive, ambient e minimalismo come vaghe coordinate di massima per guidare l’ascoltatore alla scoperta di una band che, in realtà, nonostante la recentissima formazione (esistono solo dalla fine del 2021) ha già saputo creare una propria cifra stilistica interessante e ben definita.

Merito della straordinaria preparazione tecnica dei quattro musicisti, che avevamo già menzionato analizzando il precedente album e che in questa nuova pubblicazione restano invariati. Squadra che vince non si cambia, ed ecco pertanto che salutiamo nuovamente Andrea Ferrari (chitarre e tastiere), Andrea Grumelli (basso fretless), Andrea Serino (tastiere e piano elettrico Fender Rhodes) e Matteo Ravelli (batteria ed elettronica).

Questo nuovo “Trans-neptunian objects” è un concept-album: ovviamente nel senso in cui può essere sviluppato il “concetto” da parte di una band totalmente strumentale; quindi non con i testi che si legano tra loro cantando un’unica vicenda ma, semmai, trasmettendo all’ascoltatore una sensazione di continuità attraverso i titoli dei brani e attraverso un “mood” comune che collega le varie composizioni. Nello specifico, qui, il tema è quello dell’astronomia; in particolare, il punto di partenza che ha fatto scattare questa “molla” nella band è stato l’osservare una serie di foto scattate nello spazio, dalle immagini raccolte dal telescopio James Webb a quelle sulla superficie marziana raccolte dal Mars Rover. Tuttavia, i nostri quattro sono anche grandi appassionati, oltre che di astronomia, di fantascienza: sia quella letteraria dei grandi autori (Philip Dick, J. G. Ballard, le indimenticabili raccolte “Urania” dalle copertine immediatamente riconoscibilissime), sia quella cinematografica dei registi di ieri e di oggi (Christopher Nolan, Ridley Scott, Terry Gilliam).

Insomma: tutte queste suggestioni sono state immagazzinate dagli Aether e vengono proiettate sull’ascoltatore attraverso la musica.

Siamo di fronte a otto brani, dei quali il primo rappresenta una sorta di introduzione all’opera e l’ultimo ne condensa i temi principali in una struttura omogenea ed eclettica al tempo stesso.

E partiamo con “Sidus (Prelude)”, brano che vede il piano Fender e il basso fretless protagonisti in uno stratificarsi all’inizio di piccoli tocchi e poi pian piano di melodie sempre più definite; poco più di un minuto che però già basta a mettere in chiaro l’ottimo gusto melodico che pervade l’opera.

Neptune”, esattamente al contrario, parte con un turbinio batteristico degno di John Marshall nei Soft Machine! Ed ecco un grande jazz-rock di stampo canterburyano, grinta e melodia, nel quale i “ghirigori” della chitarra sembrano quasi danzare attorno ai temi del sintetizzatore analogico. Il lavoro insistente dei piatti (un china? Un crash?) sotto il solo di chitarra è uno spettacolo nello spettacolo. E le linee chitarristiche frammentate ricordano Hatfield and the North ma anche Fripp. Alcuni temi del brano sono citazioni e rivisitazioni di quella “Neptune” che Richie Beirach aveva già inciso con John Abercrombie.

Con “Magrathea” torniamo alle rarefazioni elettroniche care alla band. In questo caso il brano cresce più lentamente, dettaglio dopo dettaglio, fino a raggiungere la piena maestosità attorno alla sua metà, vero un intenso finale.

Saturn” è una stratificazione di rumorismi che, però, cessa nel giro di meno di un minuto per dare spazio invece a temi chitarristici e pianistici di una pulizia (formale, compositiva, esecutiva, sonora) opposta rispetto all’introduzione, in un gioco di contrasti suggestivo. Tuttavia “ondate sonore” fanno capolino in sottofondo per creare la giusta destabilizzazione e movimentare l’ascolto. Dal secondo minuto in poi, davvero pregevole il lavoro del basso fretless che si prende la scena, elevandosi al ruolo di protagonista. E nell’ultimo minuto il brano sembra “indurirsi”, ritrovando quelle sonorità e quei fraseggi canterburyani già assaporati in “Neptune”.

Ephemeris”: le antiche “carte astrali” che guidavano i marinai nella navigazione sembrano qui trasformarsi in partiture che segnano la strada ai quattro musicisti in uno dei momenti più sperimentali dell’intero album, dove il jazz diventa più vicino all’avanguardia.

Amalthea”, ovvero: come si fa a raccontare una storia se sei strumentale? Semplice, trasmettendo delle sensazioni attraverso i suoni! Ed ecco che, su un gran lavoro di chitarra e piano elettrico, il supporto offerto dalla sezione ritmica si fa costantemente cangiante, variegato, disomogeneo, spiazzante, proprio come la superficie del satellite di Giove dal quale il brano prende il nome. Se invece noi dovessimo dare un nome a quello che stiamo sentendo, si potrebbe parlare quasi di “funk-postmoderno-destrutturato”: i suoni sono caldi come quelli di un blues, ma l’incedere è colorato come il free-jazz (pur senza sfociare mai nelle correnti più “estreme” di questo genere).

Pale blue dot”: il “pallino celeste” del titolo non è altro che la Terra vista dalla “Voyager 1” nel 1977… Per cui i fans dei Dream Theater si mettano pure il cuore in pace: la traccia è soltanto omonima rispetto al brano dei cinque di Boston. E, paradossalmente, rispetto al “massimalismo parossistico” dei Dream Theater, qui invece siamo di fronte a una delle tracce più intime e rarefatte dell’intera opera. Con un fretless ancora protagonista, sentiamo piccoli tocchi di chitarra col wah-wah snodarsi su loop ritmici elettronici appena “conditi” da impalpabili colpi di batteria.

Ed eccoci arrivati al monumentale gran finale: i circa 13 minuti di “Sidus (Suite)” sono, come anticipato all’inizio di questa recensione, un rincorrersi di temi che in qualche modo “accarezzano” dei mood già “assaporati” nel corso dell’album, ma qui destrutturati, rarefatti, in un continuo rincorrersi di dissoluzioni e poi nuovi crescendo e poi ancora dissoluzioni e poi crescendo. E qui c’è anche la summa di quella cifra stilistica della band già indicata come un sapiente mix di ambient, free-jazz, elettronica, Canterbury sound e molto altro.

Concludendo: il fatto di ritrovare i tratti distintivi già apprezzati nell’ottimo album di esordio, dimostra che la band ha ormai riconfermato la sua piena maturità, peraltro già pienamente apprezzata nel lavoro precedente.


Tracklist

1-Sidus

2-Neptune

3-Magrathea

4-Saturn

5-Ephemeris

6-Amalthea

7-Pale Blue Dot

8-Sidus (Suite)