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mercoledì 11 marzo 2015

Victoria Station Disorder-"Non è questo il giorno", di Claudio Ramponi


Progetto interessante l’EP "Non è questo il giorno", del gruppo Victoria Station Disorder in uscita nel mese di marzo per l'etichetta Gente bella.
Un sound urbano dove predominano sequencers, sintetizzatori, ritmiche elettroniche, chitarre distorte noiose e pungenti come zanzare a supporto delle parti vocali urlate da voci megafonate come slogan in una manifestazione, testi che esprimono tutto il disagio di una generazione dal futuro incerto e nebuloso.
Disordine, disagio, disperazione, disfatta, distruzione, disobbedienza sociale,  diseguaglianza, disillusione, sono tutte parole chiave che ben descrivono l'atmosfera di quest'album (in altri tempi avrei scritto disco tanto per chiudere il periodo dominato dal prefisso dis...).
Il tutto senza lasciarsi prendere la mano da virtuosismi o ridondanti orpelli che a volte soffocano ed appesantiscono le opere di alcuni gruppi soprattutto in ambito Prog; una sorta di punk elettronico con buone idee sviluppate in maniera essenziale nel lasso di pochi minuti (solo un brano "Memoria corta" arriva a 4:29, tutti gli altri sono meno di 4:00 o addirittura di 3:00) lasciandoti con la curiosità e la voglia di ascoltare e saperne di più...
alla prossima pubblicazione o dal vivo.

Victoria Station Disorder

Edoardo Arcuri: batteria, drum pad
Tommaso Musicco: tastiere
Daniele Spinoso: chitarre
Alberto "Pernazza" Argentesi: voce

1. Uscire di casa
2. Sconfitta
3. Indissolubile
4. Medusa
5. Memoria CORTA


BIO
I Victoria Station Disorder nascono all’inizio del 2012 a Milano. Il nome del gruppo prende spunto dalla pièce teatrale "Victoria Station" del drammaturgo inglese Harold Pinter.
La formazione originale è composta da Edoardo Arcuri ai drum pad, Tomaso Musicco alle tastiere e Daniele Spinoso alla chitarra, tutti ex componenti della band rock-progressive “SMP”. I primi mesi di lavoro in sala prove generano i brani che saranno inseriti in un primo EP di quattro pezzi: “274”. Completamente autoprodotto, esce a marzo 2013 e si caratterizza da sonorità cupe ed elettroniche che lasciano ampio spazio alle parti strumentali.
In autunno dello stesso anno lavorano al secondo EP, “Lift Off” che viene pubblicato a gennaio 2014. L’Ep viene presentato alla Sacrestia Alcolica di Milano in anteprima a dicembre e portato in diversi locali di Milano e provincia nei mesi successivi.
Ad aprile 2014 entra a far parte del gruppo Alberto “Pernazza” Argentesi, cantante e vocalist dei Magellano ed ex componente degli Ex-Otago. L’apporto del nuovo membro aggiunge una presenza vocale fino a questo momento tenuta in secondo piano che accentua il lirismo dei testi, rigorosamente in italiano, e soprattutto una presenza scenica durante i live che cambia faccia all’impatto del gruppo sul palco.
A partire dall’autunno 2014 parte la collaborazione con l’etichetta milanese “Gente bella”, con la quale producono “Non è questo il giorno” il primo EP dall’ingresso in formazione di Pernazza, la cui uscita è prevista per marzo 2015.

Instagram: victoria_station_disorder


venerdì 6 febbraio 2015

Fonetica - "Eppure", di Claudio Ramponi


Fonetica - Eppure (2014)
di Claudio Ramponi

Un album allo stesso tempo ingenuo e presuntuoso per questa band composta da Fabio Bello (autore di tutti i brani oltre che produttore, chitarrista ed armonicista), Massimiliano Cadamuro (bassi, canto e flauto), Douglas D'Este (batteria e percussioni), Riccardo Gallucci (tastiere e canto), Claudio Marticolli (chitarra solista) e Silvia Siega (canto).
Ingenuo per il modo in cui vengono affrontati i temi sociali sicuramente importanti ed attuali (pace, guerra, violenza, scuola, ambiente, politica, immigrazione, problema casa), ma con una liricità terra terra di poco al di sopra del linguaggio usato nelle discussioni da bar.
Presuntuoso per la compiacente autogratificazione che si avverte nel modo di proporsi, quasi a dire “noi facciamo musica alternativa e parliamo di cose importanti”, mentre il risultato reale è tristemente simile al “Complesso del 1º Maggio” cantato da Elio e Le Storie Tese.
Una voce solista che ricorda nel timbro quella del compianto Augusto Daolio, senza però raggiungerne le vette, mal supportata da un background musicale a volte fastidiosamente impreciso, su cui forse si poteva passare sopra negli anni 60-70, ma improponibile ed insopportabile in un'epoca in cui l'orecchio è ormai abituato a timing , pitch ed esecuzioni impeccabili.
Una boccata d'ossigeno nella generale atmosfera angosciante è l'assolo di tromba di David Boato nel brano “Le parole” ed è pure apprezzabile il drumming di Douglas D'Este (nonostante sia stilisticamente un po' datato) in tutto l'album.

giovedì 22 gennaio 2015

ONGAKU MOTEL-"Ogni strada è un ricordo", di Claudio Ramponi


Ongaku Motel è un trio milanese formatosi nel 2013 e dopo soli pochi mesi di attività pubblica questo EP autoprodotto dal titolo Ogni strada è un ricordo.
Quel che si apprezza fin dal primo ascolto è l'onestà e la trasparente voglia di cercare di essere diversi ed originali: i brani sono ben suonati e discretamente cantati senza far ricorso a trucchi ed artifici ormai onnipresenti nelle produzioni pop, presentando il gruppo per quello che è realmente, semmai togliendogli qualcosa a causa della scarsa qualità di registrazione (effettuata autonomamente dal gruppo stesso, eccezion fatta per la batteria, registrata in studio), editing, missaggio e masterizzazione.
Soprattutto il basso (che è ben suonato) ha un suono pessimo, confuso e sparisce completamente su di un impianto low-fi a scapito del sound generale che risulta esile e privo di profondità.
Anche la voce solista andrebbe irrobustita, non solo in studio, ma con un pò di studio sull'uso di diaframma, risonatori e proiezione.
Pregevoli gli intrecci di chitarra acustica ed il pulsante sostegno della batteria che, a tratti, ricorda il Copeland dei primi Police, specialmente nei brani Settembre e Le mie paure, che riporta alla memoria "Hole in my life" di Sting & Co.
Sono certo che la resa dal vivo sarà ben superiore a quanto traspare dall'album, che in fondo è solo un punto di partenza, probabilmente dovuto alla smania ed alla convinzione che presentarsi al pubblico con un supporto fisico attribuisca maggior credito al gruppo.
Se capitassero dalle vostre parti andate ad ascoltarli, non ne resterete delusi.
Io li aspetto al varco con il prossimo lavoro... e mi aspetto un ottimo lavoro.


Dal comunicato ufficiale…
«Ongaku in giapponese significa musica, la sua traduzione letterale ha però un'accezione ben più profonda: "gioia dei suoni". Motel è una parola che evoca immagini contrastanti: la bellezza del viaggio, la passione delle fughe d'amore, ma anche criminalità e degrado sociale. Ongaku Motel è il desiderio di trovare degli elementi di positività anche laddove non sembrerebbero essercene».

CREDITI ALBUM:

Musiche: Ongaku Motel
Chitarra acustica, basso, voci e percussioni registrate autonomamente dalla band.
Batterie registrate presso il Purania Recording Studio di Vimodrone (MI)
Mixato e Masterizzato da Simone Sproccati presso il Purania Recording Studio di Vimodrone (MI).
 Artwork: Mattia Toselli e Fabio Pellegrini


ONGAKU MOTEL
Fabio Pellegrini: voce, chitarra acustica
Davide Giusto: voce, batteria
Piergiorgio Idà: basso

TRACKLIST
1. Le cose che mi hai detto
2. Le mie paure
3. Ogni strada è un ricordo
4. Settembre
5. Elia e Michelle


giovedì 15 gennaio 2015

UNREAL CITY - IL PAESE DEL TRAMONTO, di Claudio Ramponi


UNREAL CITY - IL PAESE DEL TRAMONTO
di Claudio Ramponi

A venti mesi di distanza dal precedente "La crudeltà di Aprile" esce il nuovo album di Unreal City, "Il Paese del Tramonto".
Fin dall'Ouverture strumentale si capisce che i ragazzi sono cresciuti, grazie anche all'innesto di Dario Pessina al basso che ha rimpiazzato Francesco Orefice, conferendo più solidità al sound del gruppo. Anche il drumming di Federico Bedostri beneficia notevolmente di questo innesto e la ritmica ne guadagna in sicurezza, precisione e vigore, mettendo Il tastierista e vocalist Emanuele Tarasconi e la chitarrista Francesca Zanetta nelle migliori condizioni per tessere le loro trame armoniche e melodiche.
Il secondo brano Oniromanzia è uno di quelli che ti fanno saltare sulla sedia e ti riporta, senza fartele rimpiangere, alle cose migliori di gruppi storici del genere prog, quali Trip, Orme, PFM e mostri sacri stranieri come Atomic Rooster, Quatermass ed i primi Uriah Heep, senza però ricalcarne i temi, dimostrando anzi una certa originalità ed evoluzione rispetto a questi modelli. Molto fluidi e repentini i cambi di ritmo e di situazione, introdotti da riffs intelligenti ed efficaci. Emanuele sa giostrare con destrezza nel suo parco tastiere passando agevolmente dall'organo Hammond al synth, al Mellotron quindi al piano, ricoprendo anche il ruolo di vocalist, interpretando con una voce interessante e ben impostata parti mai banali, con melodie ed intervalli non alla portata di chiunque, ma rese in maniera semplice e naturale.
Caligari è il terzo brano e si ispira al film espressionista di Robert Wiene "Il gabinetto del Dottor Caligari" (1920). Atmosfere dark introdotte da un riff di chitarra su di un pattern ritmico di 4/4 + 5/4. Segue la prima parte cantata, quasi una ballata folk in stile Jethro Tull, interrotta da uno stacco di chitarra e basso, quindi un ensemble con assolo di piano su tempo di 5/4. Poi tutto rallenta, tornano le atmosfere cupe con tre pesanti accordi di pianoforte su cui si intrecciano vocalizzi e cori in contrappunto in un crescendo che sfocia in un interludio dove la chitarra di Francesca Zanetta assume il ruolo di protagonista all'insegna del Dark Metal, passando quindi al tempo di 6/8 per poi riprendere coralmente il riff iniziale su cui Emanuele canta le strofe finali che chiudono il brano con uno stacco secco.


La meccanica dell'ombra è uno dei brani più divertenti dell'album per un amante del Prog, sicuramente si sarà divertito un mondo Emanuele a sbizzarrirsi con le sue tastiere su di una base ritmica solida ed allo stesso tempo agile nell'assecondarlo nei molteplici cambi ritmici, sempre in maniera fluida e molto precisa. Pregevole anche l'intermezzo con gli ospiti Rossano “Rox” Villa al trombone ed alla fisarmonica e Fabio Biale al violino.
In nome di lei forse il brano meno convincente dell'album, cade un pò nella parte centrale cantata ed inframezzata da un solo di chitarra piuttosto insipido. Forse il tutto andava metabolizzato meglio prima di entrare in studio di registrazione, sicuramente acquisirà spessore dopo un adeguato rodaggio dal vivo.
Lo schermo di pietra è un altro di quei brani che ti fanno saltare sulla sedia e non a caso è stato scelto come anteprima dell'album. Ritroviamo infatti tutti i punti di forza già accennati nei brani precedenti espressi al meglio, il tutto condito con un tiro pazzesco: ritmica impeccabile, precisa ed incalzante, cambi fluidi, sonorità energiche, mai un calo di tensione nemmeno quando il ritmo si ferma per un attimo per dare respiro al brano. Notevole la performance vocale.
Chiude l'album la Suite Ex tenebrae lux, suddivisa in quattro movimenti:
- Gelidae mortis imago, introdotto da organo e synth, con un crescendo sui cui si inseriscono batteria, percussioni e basso per lasciare repentinamente da solo il piano prima di sfociare in un pieno dove s'impone pesantemente la chitarra di Francesca e quindi virare ad un funky con un divertente intreccio di batteria, basso e clavinet che mette addosso la voglia di ballare e fa da ponte verso un interludio in 12/8, dove si ascolta un breve, ma pregevole solo di violino suonato dall'ospite Fabio Biale che introduce...
- Ciò che disse il tuono, dove il cantato di Emanuele viene sottolineato dai cambi di accento e di ritmo ed inframezzato con brevi riffs senza mai perdere fluidità, mantenendo sempre alta la tensione e la soglia d'attenzione dell'ascoltatore. Poi un riff di basso lancia un dialogo tra tastiere e chitarra che si scambiano alternativamente quattro misure a testa, quindi il basso sfuma per lasciare spazio al solo pianoforte che introduce il seguente movimento.
- Processo secondario, caratterizzato dal recitato di Dario Pessina, la cui voce viene trattata con l'harmonizer, su di un riff di pianoforte, basso e batteria che ricorda vagamente “Infinite space” di Emerson Lake & Palmer
- Ab aeterno, quarto movimento della Suite, chiude in bellezza l'album, un ottimo lavoro che non esito a definire degno di essere affiancato a capolavori storici quali “Felona e Sorona” delle Orme o “Atlantide” dei Trip, consentendo al gruppo di entrare di diritto nell'Olimpo del Prog italiano.
Consiglio vivamente anche l'ascolto del precedente album, La Crudeltà di Aprile, per rendersi conto del gran salto di qualità compiuto dal gruppo e, se tanto mi dà tanto, mi aspetto un ulteriore balzo in avanti con il prossimo lavoro.
Purtroppo verso la fine di settembre il batterista Federico Bedostri ha dovuto  abbandonare il gruppo per problemi personali ed è stato rimpiazzato da Andrea Gardani che compare nel video Lo schermo di pietra e nelle nuove foto ufficiali del gruppo.

martedì 23 dicembre 2014

GIANMARIA SIMON - L'ennesimo Malecon, di Claudio Ramponi



GIANMARIA SIMON
L'ennesimo Malecon
di Claudio Ramponi

Innanzi tutto vorrei ringraziare Athos Enrile per avermi dato la possibilità di ascoltare (e recensire) in anteprima questo album, che magari per altre vie non sarei riuscito a scovare facilmente.
Un album che si può ben definire multietnico, dove l'artista riversa in musica le esperienze vissute e maturate nel suo peregrinare attraverso l'Europa, soprattutto Francia e Germania, ma che si arricchisce anche di sapori balcanici, tzigani ed ispani.
Si comincia con "Marizibill", rivisitazione di una poesia di Guillaume Apollinaire messa in musica ed interpretata da Leo Ferré (solo dal vivo, mai registrata in studio), qui riproposta da Gianmaria con un arrangiamento in stile Django Reinhardt, in cui dimostra un'ottima padronanza della lingua di Molière (e di Apollinaire, bien sure).
Seguono nove brani scritti di proprio pugno:
"Ussaro", la cui introduzione riporta subito alle festose ed incalzanti atmosfere di Goran Bregović in cui predominano fisarmonica ed ottoni, con un testo che passa fluidamente dall'italiano al francese e viceversa.
"Calò" un valzer introdotto da un clarinetto e una fisarmonica che evocano immagini in b/n di fumose balere e antiche sagre paesane dove vecchie giostre coi cavalli di legno girano pigramente all'imbrunire; poi a metà del brano cambia repentinamente il ritmo sfociando in una specie di polka-ska introdotta da un violino tzigano. Anche qui si passa fluidamente dall'italiano allo spagnolo in una sorta di esperanto da giostrai girovaghi.
"Lo mismo de ti", uno swing-rock alla Fred Buscaglione (Il mio amico c'ha la tosse, forse saranno le MS) anche questo cantato metà in italiano e metà in spagnolo, con un pregevole assolo di sax tenore deliziosamente vintage.
"L'ennesimo Malecon", una bachata che sembra uscita dalla penna di Paolo Conte o dalle tavole di Hugo Pratt, una storia di vite sciupate tra locali malfamati e bische fumose, di notti affogate in pessimi liquori dal nome esotico e giorni che nascono gelidi e piovosi con in bocca il sapore del vino nero ed amaro, di anime perdute che cercano di riscattare i propri sbagli e cancellare i cattivi ricordi nel calore effimero di un rapporto occasionale e senza futuro... Ay, suerte maldida!
"Romalen", una rumba gitana per dipingere una quadro naïf sulla vita di una comunità di nomadi.
"Prima che venga giorno", malinconica beguine con uno scarno arrangiamento di chitarra, pianoforte e violino, la fine di una passione, l'abbandono di un abbandonato che si abbandona all'oblio affogando i ricordi nella terapia del mosto, nel "lieve soccorso d'ogni piccolo sorso... e vado prima che venga giorno, stavolta più non torno da te".
"La Mante Amante", ancora atmosfere balcaniche in lingua francese, fisarmonica, ottoni, chitarra e sax soprano in evidenza.
"Il baro", un brano che sembra estratto dal repertorio di Fred Buscaglione, introdotto dal siparietto di una partita di poker recitato in slang americano, improbabili personaggi come il Gobbo(?), Ronnie "il grasso", l'Allibratore, Tony Barracuda, il Capo e lui, il Baro, cui "basta un'occhiata soltanto per capire come tira il vento".
In "Lo chiamerei Goliardo" torna l'atmosfera balcanica, inframezzata ed alternata con una ballata che ne spezza (spiazzando un po' l'ascoltatore) il ritmo incalzante.
È il primo singolo estratto dall'album, un brano che parla di anarchia e libertà, con una visione disincantata e distaccata della vita, restando importanza ai valori che l'educazione borghese e perbenista ci ha inculcato, riducendone il succo ad un essenziale "carpe diem".
Il brano che chiude l'album è una cover di Leonard Cohen, "Dance me to the end of love", intensa interpretazione su di una scarna ma struggente base di chitarra e violoncello.
In sintesi un album interessante ed un artista da tenere d'occhio.

Certamente l'approccio, soprattutto per chi è abituato alle super produzioni che da troppo tempo ci propina la musica pop, può risultare difficile, ma è un album sincero ed onesto, non privo di difetti (qualche introduzione è troppo lunga, qualche situazione può risultare ripetitiva, la voce secca ed un po' ingolata va a discapito dell'immediata intellegibilità dei testi) ma chissenefrega... Lasciatevi conquistare dalle inconsuete atmosfere che questo artista ha saputo creare, dentro le quali c'è tutto un mondo da scoprire.


Cenni biografici / Gianmaria Simon nasce nel 1976 a Sarzana (La spezia) ma da tempo è residente a Massa. Cresce sotto l'egida delle petrose e anarchiche alpi Apuane dove, a seguito di studi poco brillanti, si dedica a coltivare passioni tutt'altro che redditizie come la musica e la poesia. Impara a suonare la chitarra e compone le prime canzoni che mette a sedimentare in un cassetto. A diciotto anni indossa una salopette, suona blues del delta e dice di voler sposare una nera del Mississipi. In seguito viaggia in Germania e in Francia suonando per strada musica di Dylan e di Neil Young.  Una notte guardando The House di Šarūnas Bartas ascolta la più triste delle melodie suonata da una fisarmonica e decide di imparare la fisarmonica. Continua a scrivere versi seduto sopra un albero. Suona musica d'autore coi Bandido Maria, musica tradizionale coi Mus, gipsy rock con Mira Leon, combat folk coi Visibì, studia Bach al conservatorio. Dà quindi vita ai Trajet Karavani e le canzoni sopravvissute agli anni vedono finalmente la luce. Il progetto muta e si evolve e prende forma il primo album solista dal titolo “L'ennesimo Malecon”.



martedì 9 dicembre 2014

The Heart and The Void: A Softer Skin, di Claudio Ramponi


A Softer Skin (EP)
The Heart and The Void
di Claudio Ramponi

Di solito parto prevenuto nei confronti degli artisti italiani che si propongono in lingua inglese, un idioma, una cultura ed un modo di vivere che non ci appartengono, non conosciamo a fondo e non ci rappresenta.
Non fa eccezione questo A Softer Skin, EP di The Heart and The Void, nome sotto cui si cela l'italianissimo o più esattamente, per la buona pace e l'orgoglio degli integralisti isolani, il sardo Enrico Scanu.
Un album totalmente acustico che contiene sei brani in stile "american folk singer" dove predominano una chitarra suonata con una discreta tecnica finger-picking e la voce di Enrico, in due brani coadiuvata dalla voce di Giulia Biggio con armonie che si rifanno a capostipiti del genere quali Simon & Garfunkel senza però mai raggiungere quelle vette.
Anche i brani, di per sé gradevoli, nulla aggiungono a quanto già abbondantemente scritto in passato.
Non riuscendo a decifrare completamente i testi ho chiesto aiuto ad una persona madre lingua, ma pure lei ha avuto qualche difficoltà e mi ha sottolineato l'uso improprio di alcune frasi.
Francamente mi risulta difficile individuare una fascia di pubblico cui possa essere diretto questo lavoro; sicuramente non al grande pubblico, men che meno quello italiano, ma auguro ad Enrico che esista al mondo una nicchia abbastanza grande ben disposta a recepirlo ed a dargli qualche soddisfazione, ben lieto di venire smentito.
Un appunto tecnico per quanto riguarda gli ultimi due brani, "Down to the ground" e "A softer skin": non capisco se la cosa sia voluta o dovuta ad un errore nel mastering, ma il suono è molto sporco, saturato, al punto da risultare fastidioso all'ascolto.


Tracklist

1. The same mistake
2. Girl from the city by the sea
3. Love her like the morning
4. This thunder
5. Down to the ground
6. A softer skin



BIO tratta dal Comunicato Stampa…

The Heart and the Void è il progetto solista indie-folk del cagliaritano Enrico Spanu.
Gli elementi alla base di tutto sono il folk americano e le melodie pop per creare una musica con approccio minimale, dove voce e chitarra sono gli elementi essenziali delle composizioni, accompagnate da liriche che affrontano contrasti e contraddizioni dei sentimenti, come il nome stesso vuole suggerire: il cuore come simbolo delle emozioni, dell'amore, della speranza e il vuoto a rappresentare l'oscurità, la mancanza di punti di riferimento e radici.
Ha prodotto un EP, Like a Dancer, allo Sleepwalkers Recording Studio di Guspini, registrato da Gabriele Boi e masterizzato da Gus Elg del Sky Onion Studio di Portland (USA) uscito il primo novembre 2013.
Il primo tour di The Heart and the Void è iniziato a novembre, con l'apertura al concerto di Miles Kane ai Magazzini Generali di Milano, ed è proseguito per circa 40 date, tra cui l'apertura a Johnny Flynn al Circolo Magnolia e Callmekat allo Studio Foce di Lugano, ed è terminato con la partecipazione al Mondo Ichnusa il 26 luglio 2014.
Il 3 dicembre è uscito A Softer Skin, il suo secondo EP, per l’etichetta Sangue Disken, registrato al Blend Noise Recording Studio di Milano

The Heart and the Void