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venerdì 29 aprile 2016

ALESSANDRO SIPOLO - "ERESIE", di Paolo Rigotto


ALESSANDRO SIPOLO - ERESIE (Macramè)

Il cantautorato del Bresciano Alessandro Sipolo (il cui primo disco “Eppur bisogna andare” vinse nel 2014 il premio Beppe Gentile come miglior album d'esordio) non si distacca per originalità né per tecnica dalla qualità della maggior parte delle produzioni nostrane di “livello”. Egli si avvale di nomi illustri quali Giorgio Cordini (storico chitarrista dell'ultimo De Andrè) alle chitarre e alla produzione; il grande Ellade Bandini alla batteria e Taketo Gohara (dalle Officine Meccaniche di Mauro Pagani) alla registrazione e al mix. Più una lunga serie di musicisti turnisti ad impreziosire un lavoro che, pur nelle dichiarate nobili intenzioni, non sempre riesce a convincere pienamente.
Alessandro Sipolo è personaggio socialmente attivo (lavora per il Servizio di Protezione Richiedenti Asilo e Rifugiati ed è collaboratore dell'Osservatorio sulla criminalità organizzata dell'Università degli Studi di Milano) e certo la sua musica, e soprattutto le liriche che questa accompagna, hanno la dichiarata intenzione di non farsi tentare da mezze misure “politicamente corrette”, ma allo stesso tempo ricerca modelli di raffinatezza che, dopo De Andrè e proseliti, almeno a giudizio di chi scrive, hanno già detto tutto il necessario e anche di più.
E' vero che in questo lavoro si appoggia al rock più che al folk, ma sempre con la “prudenza” dell'opera che ha più interesse verso il contenuto dei testi piuttosto che verso un linguaggio musicale davvero convincente. Tutto questo alla luce di una produzione, sia chiaro, di alto livello (visti i nomi coinvolti non potrebbe essere diversamente).
Ciò che costituisce un punto a favore di questo lavoro è il “concept” che ne sta alla base: un panorama di quelli che al giorno d'oggi possono considerarsi i moderni “eretici”, pensatori indipendenti e indifferenti al pensiero di comodo, tutt'altro che accomodanti verso una politica sempre più lontana e una società sempre più veloce, frammentata e superficiale.
Arnaldo” è la canzone forse più smaccatamente “popular”, ma del resto le intenzioni di Alessandro non sembrano essere nazional-popolari, radiofoniche o moderniste a oltranza.
Non manca ovviamente il mondo degli “ultimi”, come ad esempio in “Saintes Maries” dove i soli, i diversi siamo noi, i “non-rom” in mezzo ai rom, costretti a riconoscere cultura e dignità in quelli che ipocritamente ci sentiamo spesso in dovere di compatire o, per contro, discriminare. Questo accade ogni anno, il 24 maggio a Saint-Marie de la Mer, durante la festa di Santa Sara (incidentalmente, questo stesso evento popolare è narrato nella bellissima “Abbiam vestito Sara” dei torinesi Banda Elastica Pellizza).
E poi il mondo delle donne in “Cresceremo anche noi”, le conquiste di indipendenza e autentica uguaglianza “senza doverti sentire madre / senza doverti sentire moglie”.
Comunhão Liberação” è una spassosa samba sui ridicoli e anacronistici dogmi di Comunione e Liberazione (geniale il verso “sentinelle in piedi / e amichetti in ginocchio” con riferimento al caso dei preti pedofili e la surreale controparte che vorrebbe difendere la famiglia limitandone, in effetti, le sue forme).
Resta comunque l'unico momento ironico di un disco che, nel suo complesso ha, a mio avviso, più valore nel manifesto sociale che intende raccontare che nell'opera d'arte in sé, la quale a detta di chi scrive nulla toglie e nulla aggiunge allo sterminato panorama del cantautorato italiano di buona fattura.



BIOGRAFIA

Alessandro Sipolo
è nato a Iseo nel 1986 e vive a Brescia.
Laureato in Scienze Politiche e Scienze del Lavoro, specializzato in Gestione dell'Immigrazione, oltre  alla sua attività di cantautore, lavora per il Servizio di Protezione Richiedenti Asilo e Rifugiati ed è collaboratore dell' Osservatorio sulla criminalità organizzata dell'Università degli Studi di Milano, fondato e diretto dal Professor Nando dalla Chiesa.

Alessandro Sipolo cantautore
Nel 2013, dopo un anno di lavoro e viaggio tra Cile, Bolivia, Argentina e Perù, rientra in Italia e pubblica il suo primo album, "Eppur bisogna andare", prodotto da Giorgio Cordini, storico chitarrista di Fabrizio De André.
Il disco, concept album sul tema della “prosecuzione” ai tempi della crisi, vince il premio Beppe Gentile 2014 come migliore album d'esordio.

Nel novembre 2015 esce il secondo album, “Eresie”, realizzato con la collaborazione di grandi firme del panorama musicale italiano come Taketo Gohara, Giorgio Cordini (co-produttore del disco), Ellade Bandini, Alessandro “Finaz” Finazzo (Bandabardò), Alessandro “Asso” Stefana, Max Gabanizza.  

Muovendo sia dall'etimologia della parola “eresia” (dal greco "scelta”) che dal suo significato più comunemente inteso, il cantautore prova, in questa sua seconda opera, a ragionare sulla necessità di approfondimento e disobbedienza, tra presente e passato.


Crediti
Registrato da Taketo Gohara
Co-prodotto da Giorgio Cordini e Alessandro Sipolo

Alessandro Sipolo: voce, chitarra classica, chitarra acustica, charango
Omar Gazhouli: chitarra elettrica, chitarra classica
Giorgio Cordini: mandolino, chitarra elettrica, bouzouki
Max Gabanizza: basso
Ellade Bandini: batteria
Alessandro Adami: fisarmonica
Alberto Venturini: percussioni
Paolo Malancarne: tromba
Alessandro “Asso” Stefana: banjo
Enrico Mantovani: pedal “steel” guitar
Alessandro “Finaz” Finazzo: chitarra classica
Diego Maggi: clavicembalo



mercoledì 17 febbraio 2016

EDOARDO CHIESA – Canzoni sull'alternativa, di Paolo Rigotto


EDOARDO CHIESA – Canzoni sull'alternativa - (L'Alienogatto / Dreamingorilla Records, 2015)

Dalla Liguria, che certo non poco ha dato alla canzone d'autore italiana, arriva Edoardo Chiesa.
E' giovane il giusto per potersi considerare un esordiente “maturo”, e questa condizione emerge senza dubbio nelle otto tracce di questo già ben compiuto esordio, “Canzoni sull'alternativa”, disco le cui intenzioni, almeno liricamente, sono già implicite nel titolo.
Musicalmente si muove disinvoltamente tra blues, rock e un certo rough soul, decisamente ben curato per non dire ineccepibile dal punto di vista degli arrangiamenti (che coinvolgono, oltre allo stesso Chiesa alle chitarre, voce e programmazioni, anche Damiano Ferrando al basso, Corrado Bertonazzi alla batteria e l'ospite Marco Cravero alla chitarra solista).
Le canzoni funzionano, non c'è che dire. Un cantautorato niente affatto banale costruito su solide basi ed una produzione assolutamente in linea con la maggior parte di quelle di artisti molto meno “indie”.
Non necessariamente esistenziale ma piuttosto contemporaneo, certo ironico ma senza eccessi, l'umanità di cui si occupa Edoardo nelle sue canzoni è quella che lo circonda, di cui egli stesso fa parte in quanto cittadino del XXI secolo, coinvolto in scelte (a partire dal titolo) e, quindi, in rinunce e compromessi.
Anche se talvolta la musica sembra più convincente dei testi che riveste (solo talvolta, sia chiaro) c'è comunque una coerenza addirittura biografica nella successione delle otto brevi canzoni. “Io resto a letto / protetto da me stesso”, “quasi sempre a pranzo mangio da solo / lancio i sassi nello stagno poi rimbalzo con loro” , “non piangi mai ma resti fermo per un po' a osservare il tuo limite” sono immagini che richiamano ad una sorta di solitudine cercata e non vittimista, un modo lucido e distaccato di osservare le cose facendone al contempo parte e di conseguenza osservando se stessi.
Sebbene non risulti sempre impeccabile dal punto di vista vocale (d'altronde il virtuosismo canoro raramente incontra il mondo del “poeta che canta”) il canto di Edoardo è comunque una compagnia gradevole per tutta la mezz'ora scarsa di ascolto e rivela una notevole sicurezza artistica di sé, almeno in ciò che vuole esprimere.
Disco certamente a livello di colleghi molto più blasonati e famosi (forse possiamo farlo andare d'accordo con connazionali di livello tipo Silvestri, Gazzè ma anche una spruzzata del migliore Cremonini) cui spetterebbe solo un pò di (meritata) fortuna.
Tra le ottime tracce che compongono il lavoro non manca ovviamente quella che il mercato discografico chiamerebbe “il singolo”. La canzone più vicina a questo modello è a mio parere “L'alternativa”, brano che procede con ineccepibile piglio rock sfociando in uno di quei ritornelli ritagliati a “forma radio” che sono prova dell'esistenza di una forma canzone italiana svincolata dai patetici clichè X-Factor meets Sanremo.

In sintesi lanciamo un meritato “bravo” ad Edoardo e collaboratori, tutto ciò che si può aggiungere è un In Bocca al Lupo.



Biografia
Edoardo Chiesa è nato nel 1985 e da quando ha dieci anni studia chitarra prima classica e poi moderna. Nel frattempo approfondisce il linguaggio del rock, del blues e del jazz con il maestro Marco Cravero. Frequenza anche seminari e masterclass di Robben Ford ed Enrico Rava. Dal 2011 insegna chitarra moderna.
Nel 2008 è cofondatore e ad oggi ex membro del progetto Madame Blague con cui incide un disco di canzoni inedite in inglese dal titolo “Pit a Pat” che esce nella primavera del 2013 per Dreamingorilla Records.
La sua passione per la musica cantautorale e per i racconti di ogni genere lo portano piano piano a spostare il suo interesse musicale verso il songwriting. 
Nasce così il suo primo disco da cantautore pop “Canzoni sull'alternativa”, in uscita a marzo 2015 per L'Alienogatto / Dreamingorilla Records.



Link



Crediti
Ideato, scritto e prodotto da Edoardo Chiesa e L'Alienogatto.

Registrato da Edoardo Chiesa presso casa sua.
Batterie registrate presso Corrado Bertonazzi Studio.
Mix e mastering Daniele Mandelli presso Elfo Studio.

Edoardo Chiesa: voci, chitarre, programmazioni
Damianio Ferrando: basso, iPad
Corrado Bertonazzi: batterie e percussioni
Marco Cravero: chitarra solista in “Mia paura”

Illustrazione e grafica: Edoardo Chiesa e L'Alienogatto

domenica 6 dicembre 2015

LE CAPRE A SONAGLI: IL FAUNO, di Paolo Rigotto


LE CAPRE A SONAGLI – Il Fauno – (Macramè)
di Paolo Rigotto

Le Capre a Sonagli sono un progetto bergamasco giunto al secondo lavoro; il precedente “Sadicapra” si è guadagnato una nomination al PIMI 2013 e il nuovo lavoro, “Il fauno” è un'opera di indubbio impatto, musicalmente convincente sotto ogni profilo, liricamente folle il giusto in quest'epoca in cui di parole “sensate” se ne sentono fin troppe.
Ma andiamo con ordine.
LCAS (Stefano Gipponi, Matteo Lodetti, Enrico Brugali e Giuseppe Falco) producono musica che si muove a 360 gradi verso e intorno ogni direzione rock e non solo rock, partendo da lezioni di psichedelia e post-punk imparate alla perfezione e sviluppando un discorso multicolore, libero da ogni forma convenzionale eppure talvolta ben saldo a strutture che storicamente appartengono alla forma canzone-rock.
Il lavoro ha preso forma come commento sonoro ad un mediometraggio realizzato dall'illustratore Dulco Mazzoleni, quindi la struttura dell'intero disco è il concept.
La storia è quella del Fauno, essere mitologico il quale racconta di volta in volta fantastiche storie aventi come protagonista un certo Joe Koala. Atmosfere tra il grottesco e l'acido-surreale, in bilico tra lo humor e l'obliqua ironia del folle.
Ma al di là dei contenuti più o meno comprensibili dei testi, quello che veramente colpisce e convince di questo lavoro è l'assoluta varietà sonora, dove l'attualità di un certo linguaggio tra stoner e psichedelia del nuovo millennio si intreccia ad un mondo sonoro in cui l'unica via di uscita (anzi, di entrata) è liberarsi di ogni preconcetto e, contemporaneamente, accettare ciò che ancora non si comprende così come un neonato impara ad accettare il mondo extrauterino nel quale drammaticamente si imbatte.
Nella sua forma estremamente minimale (trenta minuti suddivisi in quattordici brani per lo più brevissimi) contiene così tanta musica da non risultare mai scontato né tantomeno indulgente verso generi o tematiche per così dire “accattivanti”.
Ecco, LCAS non hanno alcun interesse nello stuzzicare l'ascoltatore distratto con qualcosa che lo sobilli ruffianamente , piuttosto il mondo tra lo psichedelico e il mitologico-futuristico che prende forma in questo “Fauno” prevede come condizione minima che il fruitore sia disposto ad un ascolto autentico e libero il più possibile da giudizi formali e soprattutto (Dio ce ne liberi) da giudizi di carattere “commerciale”.
E', precisamente, quello che accade nel cinema. Il film o lo si segue con attenzione dall'inizio alla fine oppure è come non esistesse. Qui vale più o meno lo stesso principio. E' solo mezz'ora di musica, ma di tale cura e complessità (per non parlare della sua 'ironica pesantezza') da meritare quantomeno l'attenzione incondizionata dell'ascoltatore. Sinceramente non saprei trovare artisti di paragone (forse Zappa, forse Mr. Bungle) ed oltretutto non è associare questa band a nomi più “noti” la chiave di lettura giusta per comprenderli.
Si tratta di ottima arte e basta, al di là dei clichè e dei modi, dei manierismi e della tecnica. Le lezioni dei grandi esploratori musicali del passato sono qui condensate in un viaggio che sa davvero di allievi modello impegnati a divertirsi.
D'accordo, non è proprio l'orecchiabilità il suo punto di forza, anche se momenti lirici come “Slow” o la spassosa “Bobby Solo” (vagamente Pattoniana) ci regalano qualcosa di addirittura cantabile.
Ma, a dirla tutta, di una hit radiofonica in questo lavoro non se ne sente affatto il bisogno.
Cum laude.



Crediti
Prodotto da Stefano Gipponi (Le Capre a Sonagli) per la parte artistica e da Francesco Invernici (Omicron studio di Capriolo, BS) per la parte tecnica.
Suonato da Le Capre A Sonagli:
Stefano Gipponi, Matteo Lodetti, Enrico Brugali e Giuseppe Falco.
La voce narrante del Fauno: Bruno Scarpanti
Hanno collaborato alla produzione Francesco Pontiggia, Dulco Mazzoleni (autore dei disegni) e Igor Malvestiti dei Moostroo.
Mastering eseguito da Maurizio Giannotti presso New Mastering



martedì 17 novembre 2015

GIANLUCA MONDO – Malamore, di Paolo Rigotto


GIANLUCA MONDO – Malamore (Controrecords)
di Paolo Rigotto

Gianluca Mondo, piemontese,  è al suo secondo lavoro dopo il precedente “Petali”.
Gianluca ha dalla sua sicuramente l'istrioneria e una interessante duttilità vocale. Presenta un lavoro fatto di composizioni eterogenee, in alcuni casi ben riuscite, in altri meno.
Partiamo con “Malamore sta con te” che si apre musicalmente come un interessante tessuto di voci alle quali presto si sostituisce una chitarra elettrica dalle note tenute all'infinito, scortata da un pianoforte e da percussioni decisamente minimali. L'effetto sonoro è indubbiamente interessante, un crescendo che sembra non avere un luogo in cui esplodere, e in effetti non lo fa. Ma non è un male. Anche la voce tra il recitato e il quasi-cantato ha una sua personale qualità, ma si fatica ad essere del tutto convinti del testo, che, come anche in altri casi, tende spesso ad una esplicità punk che trovo a volte fuori luogo. E comunque si tratta in definitiva di una canzone d'amore. Segue “La canzone del baio”, inno bucolico alla cavalcata e al rapporto uomo-cavallo. Un country forse non originalissimo ma gradevole, al quale segue in modo quasi traumatico un  terremoto punk, “Il blues di Van Gogh”, che poi (almeno nella forma) proprio blues non è. Il testo è una sorta di confessione-racconto epistolare; non metterei in discussione le parole usate ma l'intenzione un po' monocorde con cui viene interpretato. Possiamo dire che al terzo pezzo si avrebbe voglia di una sterzata stilistica, ma ancora i tappeti di chitarra (ad opera di Carlo Marrone, come la maggior parte degli strumenti presenti nel CD) la fanno da padrone, e se al primo pezzo la cosa incuriosiva, al terzo si comincia ad aspettare un cambiamento. Cosa che in effetti avviene nel “Blues del doppiopetto”, la prima canzone del disco a rompere efficacemente la vena “ambient punk” creata finora. La voce se ne sta in disparte, a lamentarsi in un angolo rischiando talvolta quasi di sparire mentre strati di chitarre confermano che, sì, adesso stiamo ascoltando un blues.
Arrivati a “Soltanto per pazzi” appare inequivocabilmente chiara la vocazione poliedrica di Gianluca Mondo, e soprattutto un certo gusto per la destrutturazione minimale dei generi. Nel brano in questione possiamo parlare di un rock quasi del tutto privato di elementi virtuosistici ed estetici, il riferimento alla follia non appare poi così scontato e la canzone tutto sommato scivola sghemba come uno dei pezzi più riusciti del disco. “Ringraziamento” è un bel testo su una musica semplicemente non all'altezza. Viceversa, “Anticanzone” è quello che dice di essere, dove la musica è un circo che sta lentamente perdendo i suoi punti fermi, non ci sono clichè pop e le idee musicali sono decisamente provocatorie e spontanee. Questo tipo di approccio è quello che a mio avviso riesce meglio a Gianluca, laddove ci si libera di regole e manierismi che in realtà in altre canzoni ancora sopravvivono.
Affascinante la successiva “Lamento di Berzano”, con una intro in cui gli strumenti sembrano essere stati svegliati di soprassalto per accompagnare un improbabile ma efficace yodel che presto porta alla prima strofa, un lamento, appunto, allampanato e obliquo, che rappresenta nella sua voluta e breve stranezza uno dei momenti musicalmente migliori. “Lettera cattiva” è l'ennesimo ritorno alla normalità, sonoramente parlando. Il testo è notevole, forse il più riuscito dell'intero lavoro. É una ballad acustica, un po' in aria di Leonard Cohen, senza fronzoli e breve il giusto.
Il disco si chiude con “Vagamondo” altra ballata a base di pianoforte e chitarre abrasive dalle note infinite.
In sintesi questo Malamore è un disco di intenzioni varie e (in parte) originali. Dal punto di vista sonoro è certamente da classificarsi tra i lavori interessanti, mentre la produzione è standard, senza fronzoli ma nemmeno troppe sorprese, un po' come alcuni testi che in alcuni casi latitano un poco di interesse. Ma in linea di massima l'originalità dell'intero lavoro è sufficiente a promuoverlo.



Link



Biografia

Gian Luca Mondo nasce a tredici anni a Torino, il 13 settembre 1987 alle ore 21,00 circa, durante il concerto di Bob Dylan con Tom Petty And The Heartbreakers. La decisione di devolvere la sua vita all’ascolto di ogni concerto mai tenuto da Bob Dylan è immediata. Purtroppo nel 1991 la scoperta di The Whole Of The Moon dei Waterboys di Mike Scott scatena la voglia e il bisogno di scrivere anche lui una canzone. Comincia con alcune poesie di Oscar Wilde, continua con alcune cover band e intanto entra in diretto contatto con musicisti di culto (Calvin Russell, Willy De Ville, Townes Van Zandt, Guy Clark…). A metà anni novanta entra nella Jean Laffite Band, cover di Lou Reed, e inizia a scrivere le prime canzoni. Nel 1999 con Michele Gazich e Filippo Giau prova a scrivere un disco di murder ballads, “Il Ballo Di Gein”. Dopo diverse esperienze in diversi ambiti segue il ritiro di un anno (2008) nella sua casa di campagna dove al piano compone e registra più di 100 canzoni. Ne uscirà il disco “Piume”, privatamente stampato nel 2010, registrato a Torino presso gli studi di Fabrizio Ronco e suonato tra gli altri da Michele Gazich, Ciuski Barberis (Ustmamò, Mau Mau, Mallory’s Switch), Luca Andriolo (Dead Cat In A Bag), Enzo Fissore (Mambassa), Gianluca Di Silvestro (Via Del Blues). Del 2011 è il libro di poesie “Il Museo Dello Sbaglio”. Segue la registrazione di “Perle”, secondo disco intimista e personale, che però viene abbandonata. In questi anni però è decisivo l’incontro personale con due uomini fondamentali: Lyle Lovett e Leonard Cohen. Dopo una lunga pausa dalla scrittura, ormai stabilitosi a Genova, scrive in poco tempo il disco conclusivo della trilogia fantasma “Petali” inciso a Bologna nello studio di Carlo Marrone (Murder). Il disco è pronto nel 2014, contemporaneamente a “Madonna Delle Cicatrici”, libro di poesie pubblicato da Erga Editrice di Genova con la prefazione di Michele Gazich, sorta di contraltare letterario alle canzoni di “Petali”. Un anno dopo pubblica invece “Malamore”, il suo disco punk scritto e registrato in pochissimo tempo e prodotto ancora una volta da Carlo Marrone.




domenica 14 giugno 2015

LUME-"LUME", di Paolo Rigotto


LUME – “LUME”

Diciamo subito che Lume è un progetto sì nuovo, ma creato da musicisti tutt'altro che imberbi: Franz Valente è batterista del blasonato Tatro degli Orrori,  Anna Carazzai (basso e voce) e Andrea Abbrescia (chitarre e voce) hanno alle spalle un già cospicuo passato di musica e produzioni, i cui esiti  sono ampiamente palpabili su questo sorprendente primo CD omonimo.
E' davvero musica di difficile classificazione, che sostanzialmente è la condizione preferita per chi scrive. Potremmo dire che i repentini cambi di scenario sonoro e musicale, le aperture timbriche e le schizofrenie (musicali e di produzione) che caratterizzano l'intero lavoro hanno un certo sapore mr. Bungle, ma raramente suonano gratuite o stucchevoli.
Muovendosi tra le ipnotiche tracce ci si trova spesso all'ascolto di un mondo in cui Syd Barrett non solo è vivo e vegeto, ma detta legge (echi di Piper at the Gates soprattutto nei tortuosi percorsi timbrici e vocali di Anna). E' evidente fin dal primo ascolto che i nostri Lume vogliono, innanzitutto, fare musica senza compromessi,  lo si sente innanzitutto nella ricercata bellezza delle linee melodiche e nel fatto che i nostri non abbandonano mai l'ascoltatore nel mezzo delle loro articolate strutture sonore; c'è sempre, nelle canzoni di questo disco, un appiglio a cui aggrapparsi per non perdere definitivamente l'orientamento.
La voce, innanzitutto, è lì per darti un rifugio sicuro quando tutto intorno crolla e scappare è più rischioso che rimanere immobili. Mentre la musica questa cosa sembra volerla rifuggire a tutti i costi; meglio evitare di appoggiarsi alle certezze sonore: i Lume spostano, abbattono e trasformano continuamente sotto i tuoi occhi quello che senti.
La cosa sorprendente in questo CD è la capacità-volontà di passare da autentiche dichiarazioni d'amore verso stili e culture musicali differenti al nichilismo sonoro più intransigente. Non solo: se tutto questo, almeno a parole, può risultare cervellotico o quantomeno manierista o sperimentale, all'ascolto risulta, semplicemente, bello. Echi di Siouxie & the Banshees, di Cocteau Twins e qualche forse involontaria deviazione in ambiti Zappiani non bastano a descrivere la reale bravura di questo trio che non ha evidentemente alcun interesse a fare un disco ipocritamente “pop rock” fatto bene che ha pubblico”, ma solamente musica fatta con una tale competenza da credere in molti passaggi del disco di essere all'ascolto di una produzione internazionale di tutt'altro budget.  Complice in parte la scelta delle liriche in inglese, che in questo caso (rarissimo) non infastidiscono con l'effetto “tanto pè cantà”, ma sono una dichiarazione di intenti quanto mai esplicita: lo stivale ci va stretto. E dai loro torto!


Link

Blinde Proteus


Tracklist
01 - Sunrise
02 - Lucky Number
03 - Bad Daughter
04 - Charge
05 - Elastica
06 - Joke
07 - Sparks Were Flying
08 - Domino
09 - Aero Bleach
10 - Break Free
11 - Bye Bye Baby
12 - 1+1=2

Credits
Prodotto da L U M E, 2013
Franz Valente: batteria, voce, synth
Andrea Abbrescia: chitarre, voce
Anna Carazzai: voce, basso, piano
Marco Fasolo: chitarra nelle tracce 2 e 9, chitarra acustica e glockenspiel nella traccia 5, tastiere nelle tracce 3/6/8/10/11, rumori nella traccia 11
Liviano Mos suona le tastiere nelle tracce 2/4/8/11/12
Jean Charles Carbone suona lo Space Echo nella traccia 2
Abba Zabba: cori nella traccia 12
Elisa Mezzanotte: cori nelle tracce 3/7
Mixato e masterizzato da Marco Fasolo e Jean Charles Carbone presso Abnegat Records, Vicenza,
Luglio 2013.
Registrato da Abba Zabba presso Palo Alto Studio, Trieste, Dicembre 2012 e Paride Lanciani presso Oxygen Studio, Cuneo, Febbraio 2013.

Contatti
Macramè – Trame comunicative
info@macrameufficiostampa.it

mercoledì 13 maggio 2015

OPEN ZOE – Pareti nude, di Paolo Rigotto

 OPEN ZOE – Pareti nude

(Aulasei Records)

Da più di quindici anni tre dei quattro elementi di questo progetto condividono palchi e musica; questo non ne fa certamente dei ragazzini ma il risultato indubbiamente ne guadagna.
Ad un primo ascolto Open Zoe non risultano sempre musicalmente originalissimi (attingono a piene mani da Joy Division, Echo & the Bunnymen e in genere dalla schiera new wave dei primi '80 che tanto ha dato anche al rock italiano di almeno dieci anni dopo) ma al tempo stesso l'età dei componenti permette loro di trattare questa musica con indubbia “cognizione di causa”.
Ogni traccia di questo Pareti Nude ha innanzitutto il grosso pregio di non cercare l'effetto british a tutti i costi, suonando invece piacevolmente nostrano, a partire dai testi e dalle scelte melodiche. Vero che un certo debito nei confronti di Bluvertigo e derivati è da tenere in conto, ma la determinazione con cui i quattro tengono insieme con coerenza il discorso musicale è notevole. Canzoni come Fuori  o Popcorn non hanno neppure bisogno di dichiarare le loro origini dark-wave, ma al tempo stesso suonano così piacevolmente dejavù da farti dire “chi se ne frega, lo fanno bene”.
I testi di Lele Mancuso, anche se con qualche punta di ingenuità, non cercano l'effetto voyeuristico e inevitabilmente patetico che spesso caratterizza l'esistenzialismo wave o post-wave, anzi si coglie l'intenzione di parlare all'oggi, anche se con un linguaggio musicale radicato nello “ieri prossimo”.
La voce di Dionisia è forse l'elemento più caratteristico dell'intero lavoro, sa quello che canta, il che non è affatto ovvio. Mai stucchevole, niente piaggerie o virtuosismi di facile presa. Misurata e partecipe, è quella che considero una voce perfettamente funzionale al testo e decisamente personale.
Procedendo nell'ascolto ci si imbatte in canzoni come Ottobre e Caos che, se non al primo ascolto, al secondo già sono entrate piacevolmente in testa. Quest'ultima, in particolare,  meriterebbe  a mio avviso l'attenzione di qualcuno che potesse fare qualcosa di più che scrivere una recensione.
Armonicamente arditi senza esagerare (come peraltro ci si aspetta da una musica che ha come premessa un forte legame con il post punk) scontano a mio avviso la sola pecca di una produzione fin troppo “essenziale”, almeno sotto il punto di vista del suono generale che potrebbe invece attingere maggiormente a suoni più “contemporanei”.

A conti fatti Open Zoe sembra davvero un buon progetto, omogeneo, forse non ancora impeccabile, ma meritevole di sviluppi.


Venerdì 15 maggio al Bar Sartea di Vicenza la presentazione ufficiale

Open Zoe:
Dionisia Lo Cascio: Voce
Lele Mancuso: Chitarre e programmazioni
Ettore Craca: Basso
Enrico Ceccato: Batteria e programmazioni
Programmazioni aggiuntive di Alessandro Lucato


(foto Sara Santi e Dionisia Lo Cascio)

Biografia
Open Zoe è la rinascita di un progetto musicale i cui componenti si erano incrociati in altri progetti  in vite precedenti.
Per alcuni di essi l’abbandono dell’attività musicale era già realtà, per altri era un approdo delineato a seguito di delusioni e stanchezza.
Dionisia, Enrico ed Ettore avevano condiviso l’esperienza musicale del progetto Etabeta (pop-rock con innesti di elettronica) che negli anni a cavallo tra il 97 e il 2002 aveva raccolto significativi riscontri in concorsi anche nazionali, recensioni (due mini cd all’attivo) e date in giro per l’Italia e Francia (anche di supporto a Bluvertigo, Cristina Donà, Rosso Maltese, Delta V)
Enrico e Lele avevano portato avanti negli anni 2002-2010 gli Aulasei, gruppo di matrice dark-wave, che altresì aveva prodotto un cd e ottenuto lusinghieri riscontri critici.
Tra il 2011 e il 2013 in tempi diversi Ettore e Dionisia (entrambi lontani dalla musica praticata da parecchi anni) accettano l’invito di Lele ed Enrico per dare vita ad un nuovo progetto che parta dal substrato wave degli aulasei per svilupparsi in ambienti meno oscuri e più diretti e aperti.
Tra il 2013 e il 2014 trovata l’amalgama tra i componenti e individuata una linea comune viene scritto e arrangiato il materiale per il primo disco “Pareti Nude” che viene registrato in varie tranche in un periodo di un anno e mezzo tra metà 2013 e inizio 2015.
I testi sono di Lele Mancuso, le musiche nascono a quattro mani prendendo spunto da idee individuali.
La matrice di partenza del suono Open zoe viene riconosciuta nella new wave anni '80 di band quali The Sound, Echo and the Bunnymen, Joy Division, Chameleons, primi U2.
Lo sviluppo degli arrangiamenti e la robustezza del suono ha portato tuttavia alcuni a riconoscervi esperienze degli anni '90 che hanno messo insieme musica organica ed elettronica (Radiohead e certi Pumpkins).
Poche le incursioni live nel periodo di scrittura del disco, la band del resto è composta da musicisti che, spesso insieme nelle esperienze precedenti, hanno calcato decine e decine di palchi.
Link



giovedì 2 aprile 2015

KALI – La libido del lunedì, di Paolo Rigotto


KALI – La libido del lunedì – NML
di Paolo Rigotto

L'omonima dea presta il proprio nome a questo progetto musicale attivo (per stessa ammissione del comunicato stampa) da “più di 365 giorni”. Questo è un elemento importante, considerando che i quattro componenti della band (Federica Follino alla voce, Fabio Pastore alle chitarre, Luca Sacco al basso e Max Ferraro alla batteria) mettono in questa “Libido del lunedì” un più che adeguato livello tecnico, indice di una certa dimestichezza con il mondo della produzione discografica. Meno convincente, a mio giudizio, è l'aspetto artistico.



I Kali hanno evidentemente ruoli chiari che ognuno di loro espleta indubbiamente al meglio (la bella voce di Federica ad esempio) e qualcosa dal punto di vista lirico si intravvede.
Ma stilisticamente, almeno al momento, la band pare faticare nel prendere strade più coraggiose del genere “Prozac + ” fine anni '90, vale a dire quello che si può definire protopunk  italiano post CCCP.
Nulla da eccepire circa l'adeguatezza dei quattro ragazzi che musicalmente fanno quello che devono fare molto meglio di quanto si potrebbe pretendere da un'autoproduzione.
Sezioni ritmiche precise, sonorità in generale al livello di molte produzioni mainstream contemporanee ed un timbro vocale originale sono i punti a loro favore.
L'aspetto dolente dell'intero lavoro è a mio giudizio la mancanza di una reale orecchiabilità dei testi e delle canzoni in generale  che, sebbene risultino tutt'altro che banali, superficiali o ruffiane, nell'ambito pop-rock, che è quello che ci compete, la mancanza di melodie e refrain alla portata dell'orecchio rafiofonico è certamente una lacuna con la quale fare i conti.
Tra tutte le canzoni spiccano a mio giudizio “Mantra” e “Marlene”, rock contaminati il giusto e musicalmente ben strutturati, peccato che anche in questi pezzi come negli altri risulti difficile lasciarsi sedurre da testi forse troppo “obliqui” per emozionare davvero.
Sputnik 2”, con riferimento non solo nel titolo alla missione spaziale che portò la cagnetta Laika nel vuoto cosmico, contiene frammenti  della “Cantada sarda campidanesa”, tradizionale poesia
del campidano, con un risultato timbricamente interessante ma forse un tantino “forzato”  rispetto alle intenzioni del pezzo e ai suoi iniziali contenuti (sardi su Marte?).
In sintesi, i Kali sono bravi musicisti con una brava cantante, ma potrebbero osare di più dal punto di vista musicale, e forse “di meno” dal punto di vista lirico.
Aspettiamo evoluzioni.



giovedì 5 febbraio 2015

HATTORI HANZO – Il cantico dei pesci, di Paolo Rigotto




HATTORI HANZO – Il cantico dei pesci - (Indidacosa)
di Paolo Rigotto

L'acciaio di Hattori Hanzo, di tarantiniana memoria, è l'arma più terrificante con la quale uno  shogun che si rispetti possa difendersi. E’ la spada di Uma Thurman in Kill Bill 1&2, e (a condizione che la si manovri con forza e saggezza) è praticamente invincibile.
L'acciaio di Hattori Hanzo ha evidentemente condizionato anche questa relativamente giovane rock band alessandrina, la quale in più di dieci anni di attività si prefigge di mantenere la lucida aggressività della mitica katana giapponese con un garage punk rock italiano musicalmente e concettualmente onesto.
Se strumentalmente le chitarre la fanno da padrone, ben suonate e didascalicamente ineccepibili, mentre il resto della band fa quello che deve fare senza a mio avviso momenti di sorpresa eclatanti, è certamente la finta leggerezza dei testi a fare la differenza. “... Va tutto bene, stiamo solo morendo...”, “... vorrei un parcheggio da Milano a Bombay solo per ballare meglio...”, “non so se rifarmi una vita o guardare una nuova serie tv”, sono euforici momenti di quotidiano cinismo, invero mai troppo spietati. Insomma, siamo folli in una società folle, ma a questo si può rimediare non prendendo troppo sul serio le nostre quotidiane tragedie.
Se l'etichetta di garage punk sta stretta alla band (in effetti momenti come “Fotonera” sono per molti aspetti più vicini ad un qualche rock mainstream di buona fattura), ancora più inafferrabile è la direzione dei contenuti, in bilico tra ironia autoindulgente e disimpegno consapevole. Un valore aggiunto all'intero lavoro è senza dubbio la sua marcata attitudine al refrain, ad una buona orecchiabilità e, non ultimo, ad un sound radiofonico efficace.
Hattori Hanzo si fanno in ogni caso paladini di un “punk buono”, dove buono non ha nulla a che vedere con il termine ingenuo. La direzione del gruppo è evidentemente consolidata da  anni di prove, concerti e registrazioni, quello che manca a mio avviso è una caratteristica sonora originale che firmi l'intero lavoro, laddove i testi sono invece un marchio assolutamente personale.

Forse una produzione un poco più puntigliosa (certo, meno punk) darebbe più respiro ad un lavoro meritevole di attenzione, non fosse altro che per l'intelligente miscela di ironia e impegno soft.


Label - Indidacosa
Recording / Mixing: Luca Grossi e Hattori Hanzo
Recording / Mastering : Alessandro Ciola
Artwork: Daniela Ferretti


Tracklist + frase topica
1 Quanto stai male?
“NN SO SE RIFARMI UNA VITA O GUARDARE UNA NUOVA SERIE TV”
2 Panorama
"HO UN CUORE COSI PESANTE CHE NE MI SPOSTA NE MI FA AFFONDARE"
3 Fotonera
"SE MI TOGLI IL TRUCCO MAGARI POI NON TI PIACCIO PIU' "
4 Il cantico dei pesci
"IL MIO KARMA PUZZA DI PESCE"
5 Canzone di Simona
" SONO COSI DISPERATA CHE QUASI QUASI RICOMINCIO A SPERARE"
6 Setticemia
"VORREI UN PARCHEGGIO DA MILANO A BOMBAY SOLO PER BALLARE MEGLIO"