www.mat2020.com

www.mat2020.com
Cliccare sull’immagine per accedere a MAT2020

sabato 26 ottobre 2024

"This Was" was released on October 25, 1968.


 


"This Was", Jethro Tull's first album, was released on October 25, 1968, a breath of fresh air in the static world of British Blues.

Despite the positive reviews and various appreciation, Ian Anderson "turns" 180 °, and shortly thereafter will revolutionize the "sound" of Jethro Tull.


Not only "blues", but many ingredients and musical styles blended together by the sound of the flute, which will become "Jethro Tull Style", forcing Mick Abrahams to play blues in some London pub.

A Pop of Everything

Wazza        


Track List 

Side One 

01 - "My Sunday Feeling" Ian Anderson - 3:43.

02 - "Some Day the Sun Won't Shine for You" Anderson - 2:49.

03 - "Beggar's Farm" Mick Abrahams, Anderson - 4:19.

04 - "Move on Alone" Abrahams - 1:58.

05 - "Serenade to a Cuckoo" (Instrumental) Roland Kirk - 6:07. 

Side Two 

01 - "Dharma for One" (Instrumental) Anderson, Clive Bunker - 4:15.

02 - "It's Breaking Me Up" Anderson - 5:04.

03 - "Cat's Squirrel" (Instrumental) Traditional, arranged by Abrahams - 5:42.

04 - "A Song for Jeffrey" Anderson - 3:22.

05 - "Round" (Instrumental) Anderson, Abrahams, Bunker, Glenn Cornick, Terry Ellis - 1:03.

1973 cassette version has same track order, but on opposite sides.

Sides one and two were combined as tracks 1–10 on CD reissues.



Personnel 

Ian Anderson – lead vocals (all except track 4), flute, mouth organ, "claghorn", piano.

Mick Abrahams – lead vocals (track 4), backing vocals, electric guitar, nine-string guitar.

Glenn Cornick – bass guitar.

Clive Bunker – drums, percussion hooter, charm bracelet. 


Additional Musicians 

Dee Palmer – French horn and orchestral arrangements. 

Production 

Terry Ellis – producer. 

Victor Gamm – engineer.






venerdì 25 ottobre 2024

Faro – "Nu–Man"-Commento di Luca Paoli


 

Faro – Nu – Man

 (Andromeda Relix, 2024)

Di Luca Paoli

 

Che vi piaccia o no, quello che sto per presentarvi è il prog del nuovo millennio: non si aggrappa ai ricordi degli anni '70, ma si evolve costantemente. Si arricchisce di contaminazioni pop, dark e un tocco di metal, mantenendo però la melodia sempre al centro, come elemento dominante.

Stiamo parlando di un nuovo prog che si alimenta del presente, ricco di contraddizioni e visioni sfocate, riflettendo pienamente le complessità della nostra epoca.

Ad interpretare al meglio tutti questi umori ci pensano i Faro, band italiana che col nuovo album “Nu-Man”, uscito per la sempre attenta etichetta Andromeda Relix, giunge al terzo lavoro in studio, dimostrando una maturità compositiva ed esecutiva veramente fuori dal comune.

Si formano nel 2007 e nel 2011 pubblicano il loro primo lavoro, "Gemini", un album autoprodotto che segna l'inizio del loro percorso musicale ed attira i primi consensi. Fin da subito, la band si distingue per la sua naturale inclinazione verso un prog metal 2.0, in cui si intrecciano influenze evidenti di band come Tool, A Perfect Circle, Katatonia, Tesseract, Porcupine Tree, ma anche degli sperimentali Queensrÿche e dei più raffinati Rush.

Alcuni cambi di formazione hanno rallentato la creazione del secondo album, "Luminance", prolungandone il processo più del previsto. L'album è stato infine pubblicato nel 2020, un anno complicato, sotto l'etichetta Andromeda Relix.

Rocco De Simone (voce e tastiere) e Angelo Troiano (chitarre e tastiere), da veri perfezionisti, iniziano a lavorare alle fondamenta di quello che si rivelerà essere il loro progetto più ambizioso. 

Nel frattempo, decidono di arricchire la band con musicisti di talento, coinvolgendo special guest come Giacomo Pasquali (basso) e Andrea Giovannoli (batteria), aggiungendo così nuove possibilità compositive e una maggiore profondità sonora.

Il concept dei brani esplora un viaggio nella nostra epoca, dove incertezze e speranze si alternano. Al centro emerge un essere umano, divenuto un'entità ibrida e tecnologicamente avanzata, perfetta ma incapace di provare emozioni, incarnando la tensione tra il progresso e l'essenza dell'umanità.

La carta vincente di questo progetto, oltre alla qualità delle composizioni, è sicuramente il grande lavoro sulle voci, sulle tastiere e sulle chitarre, oltre al contributo indispensabile della precisa sezione ritmica.

Le 14 tracce del disco presentano atmosfere che si muovono fluidamente tra malinconia e serenità, con la voce di De Simone assoluta protagonista nell’evidenziare i vari stati d’animo così come l’uso dell’elettronica che traghetta il prog ai giorni nostri.

Tra i brani che più mi hanno colpito cito volentieri “Crystal Cage”, ballad dove le emozioni fluiscono attraverso sonorità limpide e dilatate, trasportando l'ascoltatore in un paesaggio sonoro etereo e avvolgente, mentre “Protective” mostra di più i muscoli, complici la chitarra e la batteria più decise, con le ottime armonie vocali ad addolcire il tutto.

Ottima la pop song “Appearances” che, in un mondo migliore, potrebbe essere una hit trasmessa da tutte le radio e tv.

“Room 39” mette sul piatto tutto l’arsenale di questa band, fatto di grandi arrangiamenti, stupenda voce e una compattezza strumentale che raramente mi è capitato d’ascoltare.

L’elettronica introduce la dinamica “Human”, che mostra non soltanto il lato meta ma anche tanta raffinatezza.

In conclusione, mi piace pensare che molti appassionati di rock possano navigare attraverso i solchi di questo ottimo lavoro, che regala diverse sfaccettature che attraversano i generi senza mai annoiare ma mantenendo sempre la melodia al centro di ogni brano.

 

 TRACKLIST (cliccare sul titolo per ascoltare)

1. Isaac

2. Crystal Cage

3. Paradox

4. Inside

5. Cradle

6. Protective

7. Knots

8. The Mirror

9. Appearances

10. Blow

11. Room 39

12. Red Thread

13. Human

14. Touch


 

 

 

giovedì 24 ottobre 2024

JON ANDERSON & THE BAND GEEKS: TRUE, di Valentino Butti

 


JON ANDERSON & THE BAND GEEKS: TRUE

Frontiers records    2024     GBR/USA

Di Valentino Butti


Sono tra i 500mila ed oltre che hanno visto su YouTube la versione di “Close to the edge” dei “The band geeks”. Per loro (e nostra) fortuna tra quelle decine di migliaia di appassionati c’era anche qualcuno dell’entourage di Jon Anderson. Da lì a breve i cinque “Geeks” diventano la band che supporterà l’ex singer degli Yes, in un breve tour negli States, nella riproposizione dei grandi classici del gruppo inglese. La “chimica” pare funzionare bene e tra un concerto e l’altro, oppure attraverso “zoom”, nascono le prime idee per la pubblicazione di un album di inediti. Il risultato è questo “True”, pubblicato nell’agosto di quest’anno per l’italiana “Frontiers records”. Inevitabili i confronti con il recente (dello scorso anno…) “Mirror to the sky” degli Yes. Beh, su un punto penso non ci sia dubbio alcuno: la copertina di “Mirror…” batte quella di “True” 10 a 0!!! E se, da amante degli Yes, Roger Dean e la sua arte sono insuperabili, non riusciamo proprio a capire come il “divino” Jon non abbia potuto fare di meglio di una sua fotografia mentre… canta… errore di marketing… almeno. Certamente contano di più i contenuti, ma anche l’occhio vorrebbe la sua parte.

Torniamo, dunque, a “True”. L’album è diviso in nove tracce e, assieme al lavoro di qualche anno fa con Roine Stolt (“Invention of knowledge”), è, senza dubbio alcuno, quello più vicino al classico “Yessound” che il singer di Accrington abbia mai realizzato. Il tutto anche grazie alle notevolissime capacità dei cinque “Geeks”: Richie Castellano (basso, chitarre, tastiere, voce), Andy Ascolese (batteria, percussione, tastiere, voce), Andy Graziano (chitarre, voce), Chris Clark (tastiere) e Robert Kipp (hammond, voce). Le due tracce iniziali “True messenger” e “Shine on” sono state scelte come singoli di lancio dell’intero lavoro. Più vicini agli Yes di “The ladder” e, per certi aspetti, a quelli di “90125”, piuttosto che a quelli dei seventies, si tratta di brani frizzanti, con refrain orecchiabili, ma notevoli pure dal punto di vista strumentale, a dimostrazione della bontà della band che sostiene la voce, sempre angelica, di Anderson.

“Counties and countries” è uno dei brani migliori del lavoro. Introduzione con chitarre ruvide e tastiere straripanti sostenute da una ritmica rocciosa che prelude al cantato. Eccellenti i cori come eccellenti sono i break strumentali sia nelle parentesi acustiche sia nelle furiose scorribande elettriche, con il finale che rimanda un poco a “Starship trooper”: tutto molto Yes… ma va bene così…

Più ordinaria la breve “Build me an ocean” che ricorda, meno ispirata, “The meeting” o “Let’s pretend”. 

“Still a friend”, composta da Anderson e dal trio Castellano/Ascolese/Clark, è più articolata, con i soliti saliscendi sonori, ma comunque non indimenticabile. 

Meglio, senz’altro, “Make it right”, con introduzione soffusa, voce in primo piano, chitarre acustiche, un azzeccato ritornello, cori gospel (!!) e belle orchestrazioni.

“Realisation part two” segue, a grandi linee, “Make it right”, con qualche sfumatura etnica che ogni tanto Anderson ripropone nei suoi lavori solisti.

“Once upon a dream” (oltre sedici minuti) è il brano più riuscito di “True”: un “bigino” che comprende più o meno velati rimandi a “Tales from topographic oceans” (in particolare” The revealing science of God”), il basso pulsante a la Squire, atmosfere solari, costruzioni melodiche sempre raffinate, sentori new age (“Awaken”), aperture sinfoniche (“Close to the edge”), cori eccellenti… insomma… quello che volevamo sentire da un po’ di anni dagli…Yes! In fondo non possiamo pretendere che questo, ormai ottantenne, Artista abbia l’ispirazione di cinquant’anni fa… ma l’entusiasmo è dei giorni migliori. L’album si chiude con “Thank God”, tipico brano intimista di Anderson e vero atto d’amore nei confronti della moglie, a lui sempre vicina nei momenti di difficoltà.

“True” è sicuramente un bell’album (con qualche inciampo, inevitabile), certamente “ruffiano” (del tipo: “Ascoltate quello che ho fatto io… e quello che hanno fatto i miei ex compagni… chi preferite?”), ma cadiamo volentieri nella trappola tesaci e ci accodiamo a quelli che vorrebbero un ultimo Yes album con il grande Jon alla voce. Per sognare… ancora.




martedì 22 ottobre 2024

G.O.L.E.M. -“Gathering of the Legendary Elephant Monsters”, di Andrea Pintelli

 


G.O.L.E.M.
“Gathering of the Legendary Elephant Monsters”

Di Andrea Pintelli

 

Due anni dopo l'uscita di Gravitational Objects of Light, Energy and Mysticism, il 27 settembre per la precisione, i G.O.L.E.M. hanno rilasciato il loro secondo album dal titolo Gathering Of the Legendary Elephant Monsters. Prodotto dalla Black Widow Records (gloria sempre), si pregia di essere prosecuzione ed evoluzione del loro sound, ormai riconoscibilissimo grazie all’utilizzo sempre più energico e fantasioso delle doppie tastiere, ad opera dei superlativi Paolo “Apollo” Negri ed Emil Quattrini.

Una band di carattere, quindi, che in questi anni ha avuto modo di affinarsi e rafforzarsi calcando i principali palchi d’Europa. In un irresistibile mix di prog, hard rock, psichedelia, i G.O.L.E.M. si muovono fra passato e futuro, dando risalto a lunghe parti strumentali, dove melodie di sicura presa, arrangiamenti iperbolici, testi profondi e suoni pazzeschi di livello superiore alla media internazionale, riescono a catturare fin dal primo ascolto. Ogni membro ha apportato contributi fondamentali alla fase creativa, permettendo la nascita di brani complessi e articolati; vale quindi la pena ricordare che il basso di Marco Zammati, la batteria di Francesco Lupi e la voce di Marco Vincini non sono in secondo piano rispetto alle magie dei due tastieristi, ma anzi vanno a creare un’amalgama vincente e ottimamente congegnata.

 

Il disco si apre con la canzone omonima, ossia “Gathering of the Legendary Elephant Monsters”, e lo fa in maniera roboante: si è come investiti da un granitico wall of sound. Indi la soave vocalità di Marco guida quest’opera nell’opera con piglio e personalità, lasciando poi spazio alla prima cavalcata sonora. Certamente la chitarra non fa sentire la propria assenza, visti i tanti livelli sonori che compongono il mondo G.O.L.E.M. L’andamento si fa successivamente più riflessivo, per poi riesplodere verso il finale. Grandiosi, non c’è che dire.

“Mechanical Evolution” è più meditativa, poetica, ma l’intensità resta invariata. Densa che quasi la si può toccare, offre spunti giudiziosi per capire in profondità chi è questo gruppo di super musicisti e fin dove si può spingere. Qualcuno (in modo sprovveduto) le chiamerebbe “bellezze d’altri tempi”, invece sono l’adesso, fortunatamente.

“The Endless Night of Reason” è una marcia verso l’ode, che un memorabile riff eleva all’ennesima potenza. E poi si entra in un labirinto tastieristico, un dedalo di meraviglie che si vive con immediatezza e gioia. E poi si resta basiti da tanta bravura, dal poter godere di cotanto talento, sia dei singoli musicisti, che dell’insieme che ne deriva. E poi si riascolta il brano, semplicemente.

“Life Between the Lines” fa rimbombare le note oscure e fosche della proposta musicale della band, senza cavarne un grammo di luce; già, perché anche nei meandri bui c’è chiarore, grazie all’abilità e alla maestria di Apollo ed Emil. Rocciosi e fluidi, sicuri e determinati.

“Tale of the Oblivion Dance” si gioca le carte della potenza unita all’innata ispirazione, per cui un vortice di suggestivi e raffinati significati. Da elogiare pure le capacità compositive dell’onnipresente Negri, qui insieme a Quattrini: mai domi, sempre eleganti nel loro vigore.

“Keeper of the Ocean’s Gate”, ultima traccia, è un po’ la summa del G.O.L.E.M. sound; vi si trovano spazi, ritmi, colori, attitudini, sguardi diversi e posti con gusto, in un pressoché perfetto puzzle di musicalità di rara bellezza. Personalmente seguo Apollo fin dai tempi degli storici Wicked Minds (insieme al grandissimo Lucio Callegari), dei sofisticati Link Quartet, dei suoi importanti lavori solisti; non ho mai, e dico mai, captato un secondo di stanca nelle sue varie proposte musicali, ma anzi l’ho da sempre trovato un passo avanti rispetto a tutto il resto, dimostrando nel tempo che il suo stile personalissimo ha potuto plasmare e riattualizzare le tante tipologie di suoni affrontati.

 

Gathering Of the Legendary Elephant Monsters è uno tsunami di furore artistico che vi conquisterà.

 

Tracklist (cliccare sul titolo per ascoltare)

1. Gathering Of the Legendary Elephant Monsters (Negri/Vincini)

2. Mechanical Evolution (Negri/Quattrini/Vincini/Zammati)

3. The Endless Night of Reason (Negri/Vincini/Zammati)

4. Life Between the Lines (Negri/Vincini/Zammati)

5. Tale of the Oblivion Dance (Negri/Quattrini)

6. Keeper of the Ocean’s Gate (Negri/Quattrini)

 

Line-up:

● Paolo “Apollo” Negri - organ and synthesizers

● Emil Quattrini - electric pianos and Mellotron

● Marco Zammati - electric bass

● Francesco Lupi - drums

● Marco Vincini - vocals

 

Credits:

Produced by G.O.L.E.M.

Published by Black Widow Records

Recorded at The Shelter Recording Studio by Matteo Tovaglieri

Mixed at Tonewheel Cavern MkVIII

Mastered by Eugenio Vatta at E45 Studio

Artwork by Garden of Earthly Delights





lunedì 21 ottobre 2024

Aether: “Trans-Neptunian Objects”, di Alberto Sgarlato

 


Aether: “Trans-Neptunian Objects” (2024) 

di Alberto Sgarlato

 

Il nome degli Aether non è certo nuovo agli attenti e affezionati lettori di MAT2020. Era infatti circa un anno fa (per la precisione dicembre del 2023) quando recensivamo il loro ottimo album omonimo. Quell’esordio fu frutto di una lunga gestazione, iniziata già nel corso del 2022 e terminata a metà del 2023. Chi volesse rispolverare quell’articolo, può trovarlo a QUESTO LINK. 

In quella circostanza parlavamo di fusion, post-rock, progressive, ambient e minimalismo come vaghe coordinate di massima per guidare l’ascoltatore alla scoperta di una band che, in realtà, nonostante la recentissima formazione (esistono solo dalla fine del 2021) ha già saputo creare una propria cifra stilistica interessante e ben definita.

Merito della straordinaria preparazione tecnica dei quattro musicisti, che avevamo già menzionato analizzando il precedente album e che in questa nuova pubblicazione restano invariati. Squadra che vince non si cambia, ed ecco pertanto che salutiamo nuovamente Andrea Ferrari (chitarre e tastiere), Andrea Grumelli (basso fretless), Andrea Serino (tastiere e piano elettrico Fender Rhodes) e Matteo Ravelli (batteria ed elettronica).

Questo nuovo “Trans-neptunian objects” è un concept-album: ovviamente nel senso in cui può essere sviluppato il “concetto” da parte di una band totalmente strumentale; quindi non con i testi che si legano tra loro cantando un’unica vicenda ma, semmai, trasmettendo all’ascoltatore una sensazione di continuità attraverso i titoli dei brani e attraverso un “mood” comune che collega le varie composizioni. Nello specifico, qui, il tema è quello dell’astronomia; in particolare, il punto di partenza che ha fatto scattare questa “molla” nella band è stato l’osservare una serie di foto scattate nello spazio, dalle immagini raccolte dal telescopio James Webb a quelle sulla superficie marziana raccolte dal Mars Rover. Tuttavia, i nostri quattro sono anche grandi appassionati, oltre che di astronomia, di fantascienza: sia quella letteraria dei grandi autori (Philip Dick, J. G. Ballard, le indimenticabili raccolte “Urania” dalle copertine immediatamente riconoscibilissime), sia quella cinematografica dei registi di ieri e di oggi (Christopher Nolan, Ridley Scott, Terry Gilliam).

Insomma: tutte queste suggestioni sono state immagazzinate dagli Aether e vengono proiettate sull’ascoltatore attraverso la musica.

Siamo di fronte a otto brani, dei quali il primo rappresenta una sorta di introduzione all’opera e l’ultimo ne condensa i temi principali in una struttura omogenea ed eclettica al tempo stesso.

E partiamo con “Sidus (Prelude)”, brano che vede il piano Fender e il basso fretless protagonisti in uno stratificarsi all’inizio di piccoli tocchi e poi pian piano di melodie sempre più definite; poco più di un minuto che però già basta a mettere in chiaro l’ottimo gusto melodico che pervade l’opera.

“Neptune”, esattamente al contrario, parte con un turbinio batteristico degno di John Marshall nei Soft Machine! Ed ecco un grande jazz-rock di stampo canterburyano, grinta e melodia, nel quale i “ghirigori” della chitarra sembrano quasi danzare attorno ai temi del sintetizzatore analogico. Il lavoro insistente dei piatti (un china? Un crash?) sotto il solo di chitarra è uno spettacolo nello spettacolo. E le linee chitarristiche frammentate ricordano Hatfield and the North ma anche Fripp. Alcuni temi del brano sono citazioni e rivisitazioni di quella “Neptune” che Richie Beirach aveva già inciso con John Abercrombie.

Con “Magrathea” torniamo alle rarefazioni elettroniche care alla band. In questo caso il brano cresce più lentamente, dettaglio dopo dettaglio, fino a raggiungere la piena maestosità attorno alla sua metà, vero un intenso finale.

“Saturn” è una stratificazione di rumorismi che, però, cessa nel giro di meno di un minuto per dare spazio invece a temi chitarristici e pianistici di una pulizia (formale, compositiva, esecutiva, sonora) opposta rispetto all’introduzione, in un gioco di contrasti suggestivo. Tuttavia “ondate sonore” fanno capolino in sottofondo per creare la giusta destabilizzazione e movimentare l’ascolto. Dal secondo minuto in poi, davvero pregevole il lavoro del basso fretless che si prende la scena, elevandosi al ruolo di protagonista. E nell’ultimo minuto il brano sembra “indurirsi”, ritrovando quelle sonorità e quei fraseggi canterburyani già assaporati in “Neptune”.

“Ephemeris”: le antiche “carte astrali” che guidavano i marinai nella navigazione sembrano qui trasformarsi in partiture che segnano la strada ai quattro musicisti in uno dei momenti più sperimentali dell’intero album, dove il jazz diventa più vicino all’avanguardia.

“Amalthea”, ovvero: come si fa a raccontare una storia se sei strumentale? Semplice, trasmettendo delle sensazioni attraverso i suoni! Ed ecco che, su un gran lavoro di chitarra e piano elettrico, il supporto offerto dalla sezione ritmica si fa costantemente cangiante, variegato, disomogeneo, spiazzante, proprio come la superficie del satellite di Giove dal quale il brano prende il nome. Se invece noi dovessimo dare un nome a quello che stiamo sentendo, si potrebbe parlare quasi di “funk-postmoderno-destrutturato”: i suoni sono caldi come quelli di un blues, ma l’incedere è colorato come il free-jazz (pur senza sfociare mai nelle correnti più “estreme” di questo genere).

“Pale blue dot”: il “pallino celeste” del titolo non è altro che la Terra vista dalla “Voyager 1” nel 1977… Per cui i fans dei Dream Theater si mettano pure il cuore in pace: la traccia è soltanto omonima rispetto al brano dei cinque di Boston. E, paradossalmente, rispetto al “massimalismo parossistico” dei Dream Theater, qui invece siamo di fronte a una delle tracce più intime e rarefatte dell’intera opera. Con un fretless ancora protagonista, sentiamo piccoli tocchi di chitarra col wah-wah snodarsi su loop ritmici elettronici appena “conditi” da impalpabili colpi di batteria.

Ed eccoci arrivati al monumentale gran finale: i circa 13 minuti di “Sidus (Suite)” sono, come anticipato all’inizio di questa recensione, un rincorrersi di temi che in qualche modo “accarezzano” dei mood già “assaporati” nel corso dell’album, ma qui destrutturati, rarefatti, in un continuo rincorrersi di dissoluzioni e poi nuovi crescendo e poi ancora dissoluzioni e poi crescendo. E qui c’è anche la summa di quella cifra stilistica della band già indicata come un sapiente mix di ambient, free-jazz, elettronica, Canterbury sound e molto altro.

Concludendo: il fatto di ritrovare i tratti distintivi già apprezzati nell’ottimo album di esordio, dimostra che la band ha ormai riconfermato la sua piena maturità, peraltro già pienamente apprezzata nel lavoro precedente.


Tracklist

1-Sidus

2-Neptune

3-Magrathea

4-Saturn

5-Ephemeris

6-Amalthea

7-Pale Blue Dot

8-Sidus (Suite)




Ricordo mensile per Francesco Di Giacomo



 21 ottobre 

Ci sarai sempre 

Buon viaggio maestro

Wazza